IAI
VERSO USA 2020

Il webinar dello IAI e di AffarInternazionali sulle elezioni americane

27 Ott 2020 - La redazione - La redazione

Lunedì 26 ottobre si è tenuto il webinar dell’Istituto Affari Internazionali e della rivista Affarinternazionali sulle elezioni americane. Intitolato “Le ripercussioni internazionali delle elezioni americane“, a una settimana dal voto sono intervenuti sul tema: Riccardo Alcaro (Coordinatore delle ricerche e responsabile del programma “Attori globali” dell’Istituto Affari Internazionali), Colleen Barry (Corrispondente dall’Italia per l’Associate Press), Andrew Spannaus (Analista politico americano), Lorenzo Pregliasco (Co-fondatore e partner dell’agenzia di ricerche sociali e comunicazione politica Quorum e Direttore del magazine YouTrend).

L’incontro è stato moderato da Francesco De Leo (Responsabile della Comunicazione dello IAI e Direttore di Affarinternazionali). Sono state poi poste domande e curiosità da parte delle redazioni de Lo Spiegone, Scomodo ed Elezioni USA2020.

 

 

GLI INTERVENTI DEI NOSTRI OSPITI

Riccardo Alcaro: “Illustrerò una parte di una ricerca che è apparsa in un rapporto che lo IAI prepara su base trimestrale per le delegazioni parlamentari presso le organizzazioni internazionali, le commissioni estere di Camera e Senato, funzionari del ministero degli Affari esteri e Cooperazione internazionale e la rete diplomatico consolare. Mi concentro in particolar modo sugli aspetti più procedurali dell’elezione del prossimo 3 novembre. Poi daremo anche uno sguardo allo stato della campagna elettorale, quindi allo stato dei sondaggi.

Noi sappiamo che si vota per il Presidente, in realtà si vota anche per il vicepresidente, perché i due si presentano insieme, in un unico ticket elettorale. Ma si vota anche per il massimo organo legislativo per gli Usa, il Congresso, cioè il parlamento federale bicamerale, che è composto da due camere: la Camera dei rappresentanti, ossia la camera bassa, quella che dovrebbe rappresentare la popolazione nel suo insieme, e nella quale tutti i suoi 435 membri verranno rinnovati; e il Senato, la camera alta, che rappresenta invece gli Stati. Questo organo si rinnova soltanto per 1/3. È importante mettere in luce che non si vota solo per il Presidente perché l’elezione del Congresso negli Usa ha un enorme rilevanza per la capacità del Presidente in carica di far avanzare la sua agenda, in particolar modo, l’agenda di politica interna, quindi l’agenda legislativa.

Come si vota? Negli Usa il sistema elettorale è piuttosto semplice per quanto riguarda il Congresso. Sia alla Camera, sia al Senato, gli elettori votano direttamente il candidato in un sistema uninominale a turno unico, quindi il candidato che prende la maggioranza relativa dei voti, su base distrettuale se è un rappresentante della Camera, su base statale se è un candidato senatore, vince il seggio. Il Presidente invece è tutta un’altra storia. Questo infatti non viene eletto direttamente dai cittadini. I cittadini eleggono un’assemblea chiamata Collegio elettorale, composta da 538 grandi elettori, distribuiti e assegnati Stato su Stato in base alla popolazione. Gli Stati più popolosi hanno diritto a un maggior numero di grandi elettori. Oltre ai 50 Stati, anche il distretto di Columbia, l’unità amministrativa che include la città di Washington, ha diritto a tre grandi elettori. Quindi l’elezione presidenziale negli Usa, in realtà, non è un’unica elezione nazionale, ma la somma di 51 elezioni. Anche in questo caso si usa il sistema uninominale, perché il candidato che prevale in un dato Stato si prende tutti i grandi elettori assegnati a quello Stato. La conclusione è che il voto popolare, la maggioranza o meno dei votanti è del tutto ininfluente per determinare chi siede alla Casa Bianca, quello che conta invece è la maggioranza assoluta del collegio elettorale, visto che i grandi elettori sono 538, la soglia magica è 270. Quindi, quando martedì notte prossima guarderete i risultati delle elezioni concentratevi su questo numero: il primo che arriva a 270 vince.

La California è lo Stato di gran lunga più popoloso, a cui spettano quindi 55 grandi elettori. Il Wyoming, che è lo Stato meno popoloso, addirittura meno popoloso del distretto della Columbia, ha diritto a 3 grandi elettori. Perché vi faccio vedere questo? Perché chiaramente c’è una grande differenza tra California e Wyoming in termini di grandi elettori, eppure la differenza in termini di popolazione è molto superiore. Il Wyoming non ha nemmeno 600 mila abitanti, mentre la California ne ha 40 milioni. Questo vuol dire che, nonostante questa proporzionalità, il Collegio elettorale è strutturalmente sbilanciato a favore degli Stati demograficamente più piccoli. Per questo motivo che nel corso della storia degli Usa si sono registrati dei casi (cinque fino ad oggi) in cui il candidato che ha preso meno voti (in termini di voto popolare) è anche il candidato che ha vinto. Tre casi risalgono al 19° secolo, poi dal 1888 al 2000 questo non è più avvenuto. Per oltre un secolo, l’intero 20° secolo, non si è mai registrato questo caso: il candidato che prendeva più voti, vinceva le elezioni. Quindi, la stranezza del sistema elettorale presidenziale americano è stata dormiente per oltre un secolo, ma si è risvegliata prepotentemente nel 2000. Su cinque volte in 230 anni di storia americana circa, in cui un presidente è stato eletto da una minoranza, ben due volte è avvenuto in questo secolo: la prima nel 2000 con Bush, la seconda nel 2016 con Trump. Se Trump dovesse vincere la settimana prossima lo farebbe di nuovo, con ogni probabilità grazie a una minoranza dell’elettorato. Il candidato di minoranza, che poi è diventato presidente, in questo secolo, è sempre stato un repubblicano. Perché sottolineare che si tratta di repubblicani? Perché, guardando al panorama politico di oggi, il Collegio elettorale offre ai repubblicani un vantaggio strutturale. Oggi un candidato del Partito democratico per essere sicuro di vincere il Collegio elettorale deve prevalere con un margine piuttosto significativo nel voto popolare, mentre per un repubblicano è sufficiente una minoranza. Biden per essere sicuro di ottenere la maggioranza nel collegio elettorale, e quindi per ottenere la Casa Bianca, dovrebbe prevalere almeno di 4 punti percentuali nel voto popolare – già se dovesse prevalere solo di 3 punti percentuali avrebbe solo una chance su due.

Qual è quindi la situazione in cui oggi i due candidati sono rispetto i sondaggi? Biden ha un vantaggio medio dell’8%: è un vantaggio molto significativo, in più è un vantaggio rimasto costante da aprile in poi. La differenza però si ha quando andiamo a vedere lo stato della competizione negli Stati più rilevanti per l’elezione. Il Collegio elettorale trasforma la competizione elettorale presidenziale in 51 diverse campagne elettorali. Ora per Trump o Biden non ha alcun senso fare campagna elettorale in Stati che sono sicuri di vincere, o sicuri di perdere. Si concentrano quindi su quegli Stati in cui l’esito è incerto. Con qualche eccezione, il vantaggio dell’uno o dell’altro candidato, in molti Stati è assolutamente dentro il margine di errore strutturale. Quindi, nonostante questo stato dei sondaggi, il meccanismo del Collegio elettorale rende del tutto plausibile due scenari completamente opposti. Se Biden dovesse prevalere in tutti gli Stati battleground, cioè campi di battaglia, otterrebbe una vittoria a valanga, ma altrettanto plausibile è che Trump prevalga in alcuni Stati importanti per lui, per ottenere una vittoria di misura. Del resto, a questo punto della campagna elettorale quattro anni fa, Clinton veniva data in grande vantaggio ma sappiamo che poi il risultato è stato diverso.

Il Congresso è molto importante. Alla Camera in questo momento i democratici hanno una solida maggioranza ottenuta nel 2018, ed è molto probabile che la manterranno. I dubbi restano se il margine di vantaggio sui repubblicani sarà superiore o inferiore a quello di oggi. In Senato la storia è diversa. In questo momento sono i repubblicani ad avere una maggioranza di sei seggi rispetto ai democratici, e la corsa è sul filo di lana. Quindi, si potrebbe verificare la situazione in cui il candidato vincitore alla presidenza trovasse una delle due camere di colore diverso. Prendiamo il caso che Biden vinca la presidenza ma il Senato resti nelle mani dei repubblicani: in quella situazione avrebbe serissimi problemi a far avanzare la sua agenda, perché negli Usa, a differenza che i sistemi parlamentari europei, il capo dell’esecutivo, il Presidente in questo caso, non ha il potere di iniziativa legislativa, ha solo un grande potere di indirizzo. Quindi, per far varare le leggi, deve mettersi d’accordo con entrambe le camere. In più, il Senato ha dei poteri speciali, non solo ratifica i trattati internazionali, ma approva le nomine presidenziali per i membri di gabinetto (cioè gli stessi ministri del governo del Presidente), gli ambasciatori, e i giudici delle cortI federali, compresa la Corte Suprema”.

Colleen Barry: “Lo Stato della Pennsylvania è sempre stato molto interessante nelle elezioni per il presidente. È uno Stato conservatore. James Carville, un politico che lavorava con Clinton, disse che la Pennsylvania è “due città con Alabama nel mezzo”. Le due città sono Philadelphia e Pittsburgh, e in mezzo a loro vi sono vaste zone rurali dove per tanti anni l’unica attività è stata l’agricoltura. Infatti, l’Università in cui ho studiato fu fondata da Abraham Lincoln come un’università specializzata in agricoltura. In seguito, poi si aggiunse la manifattura. Barack Obama, durante la sua campagna elettorale nel 2008, ha detto che i piccoli paesi della Pennsylvania sono molto simili al Mid-West. I lavoratori sono andati via 25 anni fa e non è arrivato più niente a sostituirli. Ho fatto la scuola superiore in un posto in cui vivono quasi 6 mila persone e oggi ne sono rimaste circa 5mila. Quando io sono andata a vivere lì, avevo 13 anni, tutti i padri lavoravano nelle acciaierie, e le madri nelle fabbriche tessili. Tutti questi lavori sono andati persi negli anni successivi. Questo è un problema che resiste ancora oggi. Quando andavo alla scuola superiore ci si chiedeva se valesse la pena andare all’università. C’era questa mentalità che il lavoro era una cosa che si trovava in zona e potevi guadagnare anche abbastanza bene. Questo purtroppo non è cambiato nelle zone rurali.

Nelle città invece il cambiamento c’è stato. Pittsburgh e Philadelphia hanno vissuto un rinascimento. Questa settimana ho chiesto ai miei amici della Pennsylvania come si sta sviluppando la campagna elettorale. Tra loro ci sono tanti sostenitori di Trump e altrettanti sostenitori di Biden. Ci sono stati anche scontri abbastanza feroci su questo tema. Ciò avviene perché questo è uno Stato dove non ci sono tante vie di mezzo. Questo poi è un dibattito molto emotivo. Ho sentito degli amici che vivono vicino Philadelphia e mi hanno detto che c’è un sentimento molto forte per Biden, che non hanno visto nel 2016 con Clinton. Con Clinton c’era più ambivalenza, con Biden c’è più determinazione. Questo è vero per le città. Ho visto un sondaggio che da un margine superiore del 7% per Biden. Qual è il problema allora? 7% è molto, ma quando guardi bene c’è scritto che quelli che sostengono Trump sono molto più appassionati, ci credono veramente. Questo vuol dire che le cose potrebbero cambiare. In Pennsylvania il 47% degli elettori si identificano con il partito democratico, mentre il 40% dice di essere repubblicano, il 10% si definisce indipendente. Però poi quando si arriva al momento di votare, non sempre si vota per il partito di riferimento. Quindi, ad oggi non si può dire come andrà a finire nello Stato della Pennsylvania. Biden inoltre è della Pennsylvania, ma gli abitanti lo vedono come uno che li ci è solo nato, poi se ne è andato e oggi torna solo per fare campagna elettorale. Il fatto che sia nato lì non gli dà nessuna preferenza”.

Lorenzo Pregliasco: “Quello che vado adesso a presentarvi è un dato che integra l’ottima presentazione di Riccardo Alcaro, o meglio lo fa da un’altra prospettiva. Se prima abbiamo visto i numeri americani, proverò ora a darvi qualche prospettiva relativo alla percezione del voto americano in Italia e in Europa. Vedremo i dati di un sondaggio che abbiamo svolto nella scorsa settimana in Italia su un campione di circa 1000 intervistati, residenti in Italia, ponendo alcune domande sul contesto elettorale americano, per vedere come viene vissuto questo momento così cruciale a livello globale.

Un dato interessane vede la centralità del dato americano e del risultato delle elezioni del 3 novembre per la politica italiana. È una domanda che prova a capire quale sia la percezione che si ha in Italia di quanto possa impattare sul nostro scenario domestico l’elezione americana. Qui vediamo che poco più del 50% degli intervistati è convinto che ci sarà un impatto importante del risultato americano sullo scacchiere italiano. Mentre il 35% è più scettico, ritiene che l’impatto sarà limitato. Questo primo dato ci fa capire che l’attenzione verso quello che accadrà il 3 novembre è alta. Abbiamo poi voluto testare un’ipotetica intenzione di voto, cioè, se si potesse votare da italiani uno tra Biden e Donald Trump, quali sarebbero le intenzioni di voto: Biden 47%, Trump circa il 17% e poi c’è una quota molto rilevanti che voterebbe altri candidati, quasi l’8%, e di indecisi o astenuti, il 30%.

Biden ha circa il triplo del sostegno di Trump nell’opinione pubblica italiana. Questo non ci deve stupire perché nel 2016 il sostegno a favore di Hillary Clinton, non solo in Italia ma in Europa, era amplissimo. Un aspetto interessante è che la distribuzione della ipotetica distribuzione di voto americana, nell’elettorato italiano, conserva qualche sorpresa. Ovvero, tra gli elettori del Movimento cinque stelle c’è un vantaggio molto alto di Biden, addirittura oltre il 50%, mentre per Trump voterebbe solo il 17%. Non ci stupisce che tra gli elettori del partito democratico ci sia un plebiscito per Biden, anche se c’è un curioso 1% di trumpiani fra gli elettori del Pd. Però la cosa che reputo particolarmente rilevante è quella che vediamo nell’elettorato di Lega e Fratelli d’Italia. In entrambi gli elettorati c’è una quota non banale di persone che, messe di fronte all’ipotesi di scelta Biden o Trump, scelgono Biden. Ciò avviene nonostante siano elettori di due partiti che rappresentano la destra sovranista e sono più vicini, teoricamente, proprio a Trump.

Ultimissima cosa che vi mostro è un dato di Ipsos che ha condotto uno studio globale su molti paesi. Volevo mostrarvi due dati: il primo mostra che in tutti i paesi, non solo in Italia, c’era una chiara intenzione di voto a favore di Hillary Clinton nel 2016, e lo stesso si ha per Biden. Questo dato è più forte in Europa che altrove. In Russia invece c’è un vantaggio netto di opinioni a favore di Trump. Il secondo dato vede come il resto del mondo risponde alla domanda: “chi pensate verrà eletto?”, e vediamo che se nel 2016 c’era una convinzione molto larga che avrebbe vinto Hillary Clinton, circa il 70% in media. Nel 2020 la situazione è molto più equilibrata. Oggi circa il 40% degli intervistati fuori dagli Usa pensano che vincerà Biden, mentre il 27% pensa che vincerà Trump. Quindi, nonostante si confermi, su scala italiana e internazionale, un favore nei confronti di Joe Biden, la previsione su chi vincerà è decisamente più equilibrata”.

Andrew Spannaus: “Chiaramente il primo tema dominante in questi mesi è il Covid, e questo è un tema che danneggia Donald Trump senz’altro. Trump, come sapete benissimo, ha preso per buona parte del tempo poco sul serio il virus, o almeno ha avuto un periodo in cui ha deciso di affrontarlo in modo più diretto ponendosi al centro della scena, in conferenza stampa tutti i giorni; ma poi gli è venuta la grande preoccupazione che l’economia americana non avrebbe retto, e quindi ha spinto tantissimo per riaprire velocemente. Questo ha coinciso poco dopo con un nuovo aumento dei casi – oggi siamo a livelli record. Va detto che l’Europa ha superato gli Usa, in quanto a numeri di casi, dieci giorni fa circa. Quindi, la situazione non è molto diversa nelle due parti dell’Atlantico. Ma l’impressione della maggioranza degli americani è che Donald Trump non ha gestito bene la pandemia, tant’è che ha contratto lui stesso il virus, insieme a tante persone intorno a lui, e adesso ci sono tante persone intorno al vicepresidente Pence ad aver contratto il virus. Questo sottolinea ancora di più la mancanza di attenzione.Più si parla del virus e peggio è per Trump: lui questo lo sa e cerca di cambiare argomento. Si lamenta che i media vogliono parlare solo di questo, e Biden evita di entrare troppo nei dettagli degli altri temi, perché vuole che sia una chiara scelta sul carattere e sulla competenza di Trump. Naturalmente, Trump ha un caratteraccio che a molti stanca. Ci sono molti studi che sostengono questo fatto: si sa per esempio che le donne nei sobborghi si sono stufate di come Trump reagisce di fronte ai problemi.Unisce poco e divide molto.

L’economia è il grande tema di cui Trump vorrebbe parlare, perché i numeri dell’economia americana erano abbastanza buoni prima della pandemia. Tuttavia, penso che le politiche di Trump non abbiano avuto un effetto immediato sull’economia americana, nel senso che la manifattura era cresciuta, così come il Pil, la disoccupazione si era abbassata, ma ciò era in linea con quello che succedeva già prima di lui. Poi la situazione è arretrata un po’ nel 2018, la manifattura è tornata indietro e la precarietà è rimasta molto alta negli Usa. Ma in ogni caso, Trump ha impresso un’enorme svolta nella politica economica. Negli Usa non so, ma Trump ha davvero cambiato il mondo in un certo senso, perché oggi la critica al libero scambio non viene messo in dubbio da nessuno, neanche a sinistra. Quindi, Trump ha cambiato il modo in cui si guarda agli accordi commerciali; ha cambiato la percezione sul protezionismo, che prima era una parolaccia, ma i governi, compreso la Commissione europea, parlano di strumenti che sono sicuramente protezionistici, per rilanciare l’economia produttiva in occidente. Questo è il tema su cui Trump ha il sostegno di un’esile maggioranza di americani, che sull’economia si fidano un po’ più di Trump.

Un tema su cui non si fidano è quello delle ingiustizie e delle questioni razziali. Abbiamo visto le manifestazioni dopo l’uccisione di George Floyd. Queste sono state più grandi di quelle che vi furono nel 1968. Si sono tenute manifestazioni non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli centri, dove la popolazione è al 95% bianca. Quindi, non è una questione di battaglia razziale ma contro l’ingiustizia, che comunque è anche razziale ovviamente. Su questo Trump credeva di avere gioco facile a criticare i democratici, e soprattutto quelli più a sinistra, che in effetti hanno esagerato, sono stati più violenti. Altri hanno lanciato una guerra culturale, tirando giù le statue, e trasformando le proteste sulla polizia in qualcosa di molto diverso. Malgrado queste esagerazioni, la gente non si fida di Trump su questo, perché non è uno che unisce.

Ultimo tema è la Cina. Sicuramente la politica americana verso la Cina oggi è molto diversa da prima. Su questo Trump non è diverso dalle altre istituzioni americane, anzi lui le ha trascinate su una nuova posizione: non c’è più la visione della Cina come un paese responsabile, che diventerà democratico se si  aumentano i rapporti commerciali con Pechino. Invece, c’è una posizione di contrapposizione. Ci sono diverse fazioni all’interno delle istituzioni americane: c’è chi vuole una posizione più rigida, chi un po’ meno, ma sicuramente, a destra e a sinistra, nelle istituzioni e nei corridoi del potere c’è una nuova visione di scetticismo verso la Cina, e ci si sta preparando a una contesa geopolitica nei prossimi anni e decenni”.