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La nuova PAC

Agricoltura in Europa: tutto cambia perché nulla cambi

28 Ott 2020 - Daniele Fattibene - Daniele Fattibene

La scorsa settimana è stata decisiva per il futuro della Politica agricola comune (Pac) europea. Il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione sono infatti stati chiamati ad esprimersi sulle rispettive posizioni negoziali relative alla riforma della Pac, il cui processo era stato avviato dalla Commissione europea con una prima proposta lanciata nel 2018.

Si è trattato di due votazioni chiave per avviare il negoziato tra Parlamento, Commissione e Consiglio, che servirà a definire i futuri contorni di una delle politiche più “pesanti” a livello europeo. La Pac rappresenta infatti circa il 37% del bilancio dell’Unione e le sue risorse (circa 344 miliardi di euro previsti nel prossimo bilancio 2021-2027) contribuiscono a sostenere il reddito di milioni di aziende agricole nell’Ue.

Tuttavia, negli ultimi anni, molte sono le voci critiche che si sono levate nei confronti di una politica che ha prodotto una serie di esternalità negative dal punto di vista ambientale, economico e sociale. Secondo molti, la Pac ha infatti prodotto un’eccessiva concentrazione di terra nelle mani di pochi grandi soggetti (l’80% delle risorse va al 20% dei soggetti) e ha rallentato il percorso verso un’agricoltura ecologicamente più sostenibile e quindi il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile previsti nell’Agenda 2030. Oggi l’agricoltura rappresenta più del 10% delle emissioni prodotte in Ue e di queste si stima che circa il 70% provenga dal settore animale, che occupa due terzi della superficie agricola europea.

La riforma della Pac è diventata ancora più urgente alla luce degli obiettivi ambiziosi individuati nella recente strategia Farm to Fork che è parte integrante del Green Deal europeo lanciato nel 2019. La Farm to Fork, in particolare, ha lanciato una serie di target importanti che prevedono ad esempio entro il 2030 una riduzione del 50% dell’uso dei fitofarmaci e del 20% dei fertilizzanti, oltre ad un taglio del 50% dei consumi di antibiotici per gli allevamenti, la conversione al biologico del 40% delle superfici agricole e la trasformazione del 10% delle superfici agricole in aree ad alta biodiversità ed habitat naturali. Non è un caso, quindi, che in molti riponessero grandi speranze e aspettative sul voto della scorsa settimana.

I pomi della discordia
I ministri dell’Agricoltura europei e il Parlamento hanno trovato una convergenza su una serie di punti tra cui i cosiddetti eco-schemes, ossia strumenti che gli Stati membri sono obbligati a implementare nei loro piani strategici nazionali e che dovrebbero fornire un sostegno agli agricoltori che lanciano pratiche agricole benefiche per l’ambiente e il clima. La presidenza tedesca aveva proposto che il 20% dei 258,6 miliardi di euro di pagamenti diretti fossero destinati a questo tipo di attività. Il Parlamento ha assicurato che il 30% dei pagamenti diretti sarà dedicato agli eco-schemes, anche se purtroppo questi ultimi saranno introdotti non prima del 2023, e con una serie di deroghe da qui al 2027 che rischiano di convogliare ingenti risorse verso progetti ecologicamente non sostenibili e di vanificare qualunque tentativo di riforma verde della Pac.

Inoltre, il Parlamento ha proposto che il 40% dei sussidi per quei progetti realizzati nelle aree più remote e difficili da raggiungere (ad esempio nelle aree di montagna) siano considerati investimenti verdi. Una misura, questa, che oltre ad andare contro la proposta della Commissione, è stata fortemente criticata da chi afferma che non esistano evidenze scientifiche che questo tipo di interventi generino un reale impatto positivo in termini ambientali sui sistemi agricoli europei.

Un altro punto critico riguarda poi la nuova governance della Pac. In molti ritengono che il compromesso raggiunto a livello di Parlamento e Consiglio non consentirà  alla Commissione di godere di strumenti adeguati per promuovere una transizione agricola sostenibile, monitorando e sanzionando quei soggetti che non rispettano le regole. Una nuova governance della Pac è cruciale per assicurare una reale implementazione della Farm to Fork, della Biodiversity Strategy e del Green Deal. In questo senso, in molti sostengono che questo compromesso non consentirà di tutelare la biodiversità in Europa.

La vecchia Pac avrebbe dovuto destinare circa 66 miliardi di euro alla tutela degli habitat e della biodiversità, ma la Corte dei conti europea ha recentemente dichiarato che l’impatto generato è stato molto basso, con scarsi livelli di trasparenza dei meccanismi messi in atto per misurare l’impatto. Infine, sebbene i ministri abbiano accordato un obiettivo minimo di allocare il 5% della superficie agricola europea a nature friendly areas, la presenza di numerose deroghe, come l’esclusione delle aziende più piccole di 10 ettari, che rappresentano più di tre quarti della superficie agricola nell’Unione, rischiano di vanificare in partenza questi sforzi.

Allineare la Pac alla Farm to Fork e al Green Deal
Il compromesso raggiunto sulla nuova Pac sembra quindi aver tradito le grandi aspettative e le convergenze emerse in questi mesi sulla necessità di riformare radicalmente questa politica per mitigarne gli effetti negativi a livello economico, sociale ed ambientale.

La base di negoziato non sembra in grado di garantire un reale cambio di paradigma, ma piuttosto tutelare prudentemente lo status quo, inserendo alcuni principi di sostenibilità. Tuttavia, una Pac leggermente più verde non può essere sufficientemente in linea con l’elevato livello di ambizione prodotto dalla Farm to Fork e il Green Deal. Al contrario, un compromesso al ribasso rischia solo di rallentare una transizione verso diete e sistemi alimentari più giusti e sostenibili.

Il negoziato che si avvierà tra Parlamento, Consiglio e Commissione dovrà tenere conto di queste grandi aspettative della popolazione europea, dalla società civile al mondo della ricerca. I decision makers europei dovranno adottare un atteggiamento meno conservativo e abolire quei sussidi che non premiano forme di agricoltura veramente sostenibili, dirottando invece sempre maggiori risorse verso quelle pratiche che riducano gli impatti negativi sui nostri ecosistemi, aumentino la competitività delle imprese e trainino l’Unione verso una vera transizione agricola sostenibile, rendendola pioniera di questa radicale trasformazione a livello mondiale.