IAI
Premio IAI 2020

Il ruolo delle alleanze globali nel contrasto al cambiamento climatico

21 Set 2020 - Giulio Maccarrone - Giulio Maccarrone

Le tempeste, la siccità, la desertificazione e l’innalzamento delle temperature sono solo alcune delle minacce che devono essere affrontate per uno sviluppo equo e durevole.

Il cambiamento climatico e i suoi effetti pongono la comunità internazionale di fronte a sfide di dimensione globale che richiedono un impegno sia da parte dei singoli Stati sia da parte delle organizzazioni internazionali.

Le istituzioni e le azioni per il clima
Già a partire dagli anni ’70 l’Onu aveva preso in considerazione i cambiamenti climatici come fattori di rischio per l’umanità e si era dotato di strumenti per lo studio del fenomeno. Questo interesse si è concretizzato nel 1988 con la creazione del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), un foro scientifico con lo scopo di studiare il riscaldamento globale. Nel 1992 viene poi fondata la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (Unfccc), i cui firmatari si riuniscono ogni anno nelle Conferenze delle parti (Cop). Ad oggi gli accordi di Parigi firmati nel 2015 da 195 Paesi in occasione di Cop21 costituiscono un pilastro dell’azione sul clima in quanto sono i primi accordi legalmente vincolanti a livello mondiale.

Anche a livello europeo vi è sempre stata estrema attenzione sulla questione ambientale. Già nel 1990, veniva istituita l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), un organismo creato per aiutare la comunità e i Paesi membri a prendere decisioni fondate sul miglioramento dell’ambiente. Tra le numerose iniziative create negli anni successivi, il sistema di scambio di quote di emissione dell’Ue (Ets Ue), istituito nel 2005, è un punto fondante della politica dell’Ue per contrastare i cambiamenti climatici e ridurre in maniera economicamente efficiente le emissioni di gas ad effetto serra.

Ad oggi al centro dell’azione per il clima vi è il “Green Deal europeo“: un insieme di misure che hanno come obiettivo a lungo termine quello di far diventare l’Europa il primo continente a impatto zero sul clima entro il 2050. È chiaro però che le ambizioni del Green Deal europeo non potranno essere soddisfatte se l’Europa agisce da sola. L’Unione Europea guida perciò gli sforzi internazionali a favore dell’ambiente e ha dimostrato di voler creare nuove alleanze con i Paesi impegnati in questo percorso. Il patto globale dei sindaci per il clima e l’energia costituisce un chiaro esempio del supporto dell’Ue a città e regioni, imprese e soggetti della società civile che stanno prendendo iniziative sul clima.

Sviluppo e ambiente
L’interrogativo che si pone, in termini di grande realismo, è se gli Stati mediante gli accordi sopra menzionati rispondano fattualmente a queste sfide. Si pone nei fatti l’esigenza di rendere compatibile lo sviluppo economico, quale motore della vita di un paese, con adeguate politiche ambientali. Ciò vale soprattutto per i tanti Paesi con economie emergenti che nell’attuale sistema globalizzato, dove la competizione è il fattore dominante, verrebbero schiacciati da limitazioni insostenibili. In tali Paesi occorre promuovere agevolazioni, finanziamenti e sostegni tecnici a favore di buone pratiche per contrastare i cambiamenti climatici.

È chiaro quindi che occorre affrontare con pragmatismo questa sfida, nel tentativo, tra l’altro, di conciliare una esigenza divenuta irreversibile con i passi indietro di alcuni Paesi. Ad esempio, l’avvio della procedura di ritiraro dal trattato di Parigi da parte degli Usa, il cui Presidente ha criticato aspramente gli accordi oppure la politica del presidente del Brasile Jair Bolsonaro che consente o addirittura favorisce la deforestazione dell’Amazzonia.

Risulta dunque necessaria più che mai la stesura di accordi internazionali giuridicamente vincolanti che obblighino gli Stati firmatari a una rendicontazione puntuale e precisa delle proprie emissioni di gas ad effetto serra. Il lavoro degli Stati non si deve però limitare ad un semplice resoconto poiché, come già avviene con le Intended Nationally Determined Contribution, è necessario che vengano istituiti dei target entro cui ridurre le proprie emissioni. Inoltre, è necessario ricordare che gli accordi sul clima acquisiscono una reale validità solo se accompagnati da un impegno ed una partecipazione credibili dei Paesi firmatari. Ciò si traduce, non solo in un’adeguata legislazione a livello nazionale, ma anche in una celere ratifica – nei limiti delle procedure dei singoli Stati – degli accordi internazionali.

Europa leadiator
Oggi, il ruolo dell’Europa dovrebbe essere quello di “leadiator“, ovvero di leader-cum-mediator. L’Ue è in grado infatti di poter usare la sua influenza, la sua competenza e le sue risorse finanziarie per far mobilitare anche i Paesi meno impegnati sul fronte climatico. Il Patto dei Sindaci costituisce un importante e valido esempio di questa potenzialità. All’Unione Europea spetta finanziare progetti a favore di uno sviluppo sostenibile nei Paesi con economie emergenti attraverso la Banca Europea per gli Investimenti.

Per concludere – volutamente trascurando le ragioni geopolitiche che stanno alla base di alcuni dissonanti iniziative – appare evidente che i nemici di uno sviluppo sostenibile si possono sconfiggere solamente con stringenti intese multilaterali a livello globale. I singoli Stati dovrebbero adoperarsi per rafforzare la propria diplomazia “verde” nell’ambito di accordi multilaterali e di consessi internazionali.

Non è possibile perdere tempo perché di tempo, come dicono gli scienziati, non ce ne resta molto e mentre “gli uomini discutono, la natura agisce”, per dirla con Voltaire.

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Il PremioIAI è stato realizzato con il contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ai sensi dell’art. 23- bis del DPR 18/1967

Le posizioni contenute nel presente report sono espressione esclusivamente degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale