IAI
Premio IAI 2020

Il clima come la pandemia: le sfide globali richiedono risposte globali

16 Set 2020 - Giovanni Stivella - Giovanni Stivella

Fino alla rapida e dirompente diffusione della pandemia si era ormai consolidata, soprattutto in Europa, la consapevolezza che la sfida più importante per la politica internazionale fosse rappresentata dai cambiamenti climatici.

A ben vedere, per quanto l’emergenza sanitaria abbia distratto parte delle attenzioni prima rivolte alla questione ecologica, la serietà della situazione ambientale è tutt’altro che diminuita: questo periodo ricorda che l’inquinamento peggiora la qualità della vita causando fenomeni atmosferici estremi, siccità, crisi agricole e problemi sanitari costituiti da malattie respiratorie, circolatorie e genetiche, ma anche da crescenti rischi epidemiologici.

Ma la pandemia ha mostrato anche come avviene il contrasto a un’emergenza planetaria: ascolto della scienza, azioni dei governi a livello mondiale e locale, coinvolgimento dei settori produttivi e dei cittadini attraverso comportamenti responsabili. Nella lotta al cambiamento climatico, questi elementi finora sono sembrati mancare.

Parallelo tra pandemia e clima
L’azione dei governi durante le conferenze internazionali era stata spesso orientata a portare al ribasso gli impegni da assumere; in alcuni casi, primo fra tutti quello statunitense, gli impegni presi in fase negoziale erano poi stati rifiutati nel momento della ratifica dell’accordo.

Il contrasto alla pandemia è parzialmente uscito da questo schema: quasi tutti i Paesi del mondo hanno agito incisivamente nonostante il costo economico e umano dei lockdown. In realtà, non sono mancate eccezioni: oltre a Stati Uniti e Brasile, anche alcuni Paesi in via di sviluppo non hanno adottato le misure necessarie, nel timore che le restrizioni potessero devastare le loro fragili economie con terribili effetti sulla vita dei cittadini; sono però anche gli Stati che più soffrirebbero di una diffusione incontrollata del contagio.

Il parallelo con la lotta ai cambiamenti climatici è evidente: questi stessi Stati, in cui la sensibilità ambientale è ridotta e offuscata dal più evidente problema della povertà, soffrono più degli altri gli effetti del riscaldamento globale.

Le sfide mondiali, però, hanno bisogno di soluzioni mondiali. Non solo perché la riduzione delle emissioni di gas serra non può passare per l’impegno di un ridotto gruppo di Stati, ma anche perché nei diversi Paesi bisogna applicare misure diverse e far leva su stimoli diversi: autorità politiche in alcune zone del mondo, autorità religiose in altre, personaggi dello spettacolo in altre ancora.

Oltre al loro ruolo nelle conferenze internazionali, i singoli Stati devono poi essere in grado di favorire la transizione ecologica al loro interno. Da questo punto di vista, districarsi nello scenario post-pandemia è tutt’altro che facile. La riorganizzazione deve essere improntata a una maggiore sostenibilità ambientale, contrariamente a quanto avvenuto dopo la crisi economica iniziata nel 2008: sarà necessario fare maggior affidamento sulle fonti non inquinanti e investire i fondi mobilitati per la ripartenza economica anche nella ricerca e nella riduzione delle emissioni.

Il prezzo calante delle energie rinnovabili e la maggiore sensibilità ambientale giocheranno a favore di questo scenario, insieme alle maggiori prospettive occupazionali che le energie rinnovabili offrono nei Paesi di produzione. D’altra parte, il basso prezzo del petrolio potrebbe frenare questo processo e alcuni Paesi potrebbero ridurre l’impegno ambientale per favorire la ripresa economica, anche nella sviluppata Unione europea: è il caso della Polonia che, ancora molto dipendente dal carbone, ha chiesto di allentare i limiti previsti dallo  Green Deal europeo.

Sanità, economia e ambiente
La crisi sanitaria e la crisi economica potrebbero quindi ridurre l’attenzione rivolta alla crisi ambientale. A questo proposito, bisogna considerare con attenzione come evolveranno i settori produttivi, i consumi e i comportamenti individuali.

Le aziende che più hanno interrotto la produzione si trovano in una situazione simile a quella di molti Stati: la crisi e l’interruzione forzata offrono l’opportunità di orientare la produzione in senso più sostenibile, ma potrebbero anche condurre a scelte più conservative, nel timore di un cambiamento fallimentare in una situazione così delicata.

Per quanto riguarda i comportamenti individuali, alcuni cambiamenti oggi imposti dalle contingenze potrebbero permanere. Ma ad essere favoriti non saranno solo i comportamenti ecologicamente virtuosi: il trasporto pubblico potrebbe ridursi a vantaggio di quello privato e la stessa sorte potrebbe toccare agli oggetti riutilizzabili rispetto alla plastica monouso.

Stati Uniti, Cina e Paesi extra-Ue
Per chiudere, è necessario rivolgere uno sguardo ad alcuni degli Stati che emettono più gas serra fuori dall’Unione europea. Il comportamento statunitense sarà influenzato dalle elezioni di novembre, ma anche dalle decisioni dei singoli Stati. La situazione cinese, invece, è differente, ma forse meno di quanto si pensi: il governo, seppur dittatoriale, si sente investito da un patto con i cittadini, ai quali in cambio della sottomissione è promesso il benessere economico; si può ipotizzare che ora si possa aggiungere anche il benessere ambientale.

Infine, nei Paesi in via di sviluppo la riscoperta del cielo azzurro libero dai gas inquinanti può essere stato apprezzato dagli abitanti, ma l’uscita dalla miseria rimarrà prioritaria. L’evoluzione dipende soprattutto da quanto si abbasserà nei prossimi pochi anni il costo delle fonti energetiche non inquinanti e, con esso, il costo ambientale dello sviluppo.

Per tutto il mese di settembre, pubblichiamo alcuni estratti dei saggi dei finalisti della terza edizione del Premio IAI, l’iniziativa dell’Istituto Affari Internazionali rivolta ai neolaureati e agli studenti di università e scuole superiori.