IAI
PREMIO IAI 2020

Dalla lotta al cambiamento climatico al contrasto delle disuguaglianze

18 Set 2020 - Alice Fill - Alice Fill

L’emergenza climatica che stiamo attraversando è stata recentemente riconosciuta come il primo rischio per l’economia globale. Non solo: le sue conseguenze sono sempre più determinanti anche in termini di conflittualità internazionale. Nonostante ciò, il consenso raggiunto sull’insostenibilità del modello di business as usual non ha impedito di registrare, lo scorso dicembre, un nuovo record di emissioni CO2.

Oltre che all’inerzia del sistema climatico, ciò è imputabile a una cooperazione inadeguata nel far fronte all’emission gap, troppo legata ad opzioni nazionali e nazionalistiche – spesso all’insegna del “not in my backyard” e del “not in my political turn” – in contraddizione con l’azione multilaterale di lungo periodo necessaria alla tutela di un bene pubblico globale come il clima.

Non si tratta solamente di una questione di riduzione degli inquinanti. Il cambiamento climatico si impone innanzitutto come la condizione politica e sociale della nostra era ed è inscindibile da una domanda di giustizia sociale che si articoli nel tempo e nello spazio, tra nord e sud del mondo, tra generazioni di ieri e di domani.

Il cambiamento è globale, ma gli effetti non ricadono su tutti allo stesso modo. La crisi climatica esaspera vulnerabilità e disuguaglianze legate a una distribuzione ineguale dell’accesso alle risorse e dell’allocazione del rischio: gli effetti peggiori pesano sempre sulla parte più povera della popolazione mondiale.

Per promuovere politiche lungimiranti sembra dunque imprescindibile affrontare contestualmente disuguaglianza globale e cambiamento climatico. La sostenibilità passa infatti anche attraverso un’agenda sociale, così come da una cultura dell’interdipendenza e del limite.

Conflitti surriscaldati
L’interdipendenza e l’interconnessione riguardano il rapporto sia tra aree geografiche sia tra questioni di politica internazionale: il cambiamento climatico interseca ormai sistematicamente dossier di sicurezza globale legati a conflitti, povertà estrema e migrazioni.

Numerosi studi mostrano infatti una correlazione tra il clima e il verificarsi di episodi violenti legati a cause ambientali, localizzati per la maggior parte nel continente africano, specie nel Sahel. Qui l’effetto climatico incide direttamente sull’accesso all’acqua e al cibo, mettendo in crisi una sicurezza alimentare e sociale già precaria per l’interazione tra povertà estrema, difficile accesso a servizi sanitari, disuguaglianze di genere e violazioni dei diritti umani.

Situazioni di ingiustizia ambientale creano insicurezza economica e umanitaria che – dove le possibilità di adattamento sono più limitate – produce una crescente instabilità regionale. Così, mentre la degradazione del suolo alimenta il conflitto in Darfur, la competizione per le risorse primarie esaspera le tensioni sul lago Ciad e in Mali, dove la povertà finisce con l’ingrossare le fila di gruppi armati e terroristici.

Situazioni simili impongono ogni anno a milioni di persone di spostarsi. Gli arrivi in Europa dei migranti climatici, che forzatamente o “per adattamento” lasciano le proprie case, non sono che la punta dell’iceberg. In assenza di forme specifiche e vincolanti di protezione legale per chi fugge per ragioni legate al cambiamento climatico, la maggior parte degli sfollati rimane infatti bloccata in zone ad alto rischio. Per far fronte alla complessità del quadro fin qui delineato, la cooperazione sulla questione climatica – così come su quella migratoria e della disuguaglianza globale – deve necessariamente basarsi su un approccio multilaterale equo ed inclusivo.

Una cooperazione a rischio di stallo
L’ostacolo principale per la cooperazione internazionale – che fa sembrare sempre più lontani gli obiettivi dell’Agenda 2030 – resta la spaccatura tra “grandi inquinatori” e Paesi più vulnerabili. Una visione comune sull’allocazione della responsabilità è oggi il principale nodo da sciogliere per procedere nei negoziati, soprattutto in materia di debito ecologico e di loss&damages (c.d. Meccanismo di Varsavia).

Durante l’ultima Cop, i Paesi industrializzati – Usa in testa – hanno respinto la proposta di stanziare 50 miliardi di dollari a supporto dei paesi più vulnerabili, declinando ogni responsabilità in tema di catastrofi ambientali. Per ragioni simili, non si è trovato un accordo sui meccanismi di calcolo dei crediti nel carbon market.

L’ennesimo rinvio alla Cop26 ha dunque posto in dubbio la capacità dei governi di giungere ad accordi in grado di assicurare un’ampia partecipazione con impegni vincolanti. Le riduzioni di emissioni nazionali volontarie rimangono infatti al cuore delle negoziazioni e, allo stato attuale, non permetteranno di rispettare i target concordati a Parigi nel 2015: anche la carbon neutrality potrebbe non essere sufficiente .

Pensare l’impensato
Tuttavia, mentre Stati Uniti e Cina mantengono un atteggiamento quantomeno ambiguo, si apre uno spazio per nuove forme di orchestrazione con la società civile ed emergono soggetti non-statali che riscrivono la geopolitica classica. Sono enti locali, privati, Ong e movimenti grassroot che chiedono di sedere ai tavoli negoziali proponendo coalizioni trasversali, capaci non solo di “decarbonizzare” l’economia, ma di promuovere forme di giustizia climatica e contrasto alla disuguaglianza.

Le proposte dei vari Green New Deal vanno – almeno teoricamente – in questa doppia direzione. Tra questi spicca il Green Deal dell’Unione Europea, che tenta di fare della leadership climatica una nuova raison d’être internazionale. Occorrono però scelte coraggiose e priorità salde, soprattutto quando l’agenda politica è dominata da crisi come quella del Covid-19.

Di fronte a queste sfide sociali, economiche ed ecologiche, è oggi urgente ripensare la politica internazionale di lungo periodo, superando un approccio semplicemente economicistico e promuovendo nuove forme di giustizia e tutela per le popolazioni più esposte. Non è sostenibile vivere a credito con le generazioni future e con il sud globale: l’impulso per una cooperazione più inclusiva non può che arrivare da una rivalutazione delle priorità energetiche e geopolitiche alla luce dell’interdipendenza.

Per tutto il mese di settembre, pubblichiamo alcuni estratti dei saggi dei finalisti della terza edizione del Premio IAI, l’iniziativa dell’Istituto Affari Internazionali rivolta ai neolaureati e agli studenti di università e scuole superiori.

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Il PremioIAI è stato realizzato con il contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ai sensi dell’art. 23- bis del DPR 18/1967

Le posizioni contenute nel presente report sono espressione esclusivamente degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale