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12mila unità in meno

Poco realismo e molta ideologia dietro la riduzione delle truppe Usa in Germania

4 Ago 2020 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

Il Pentagono ha confermato la decisione, già anticipata dal presidente Donald Trump, di ridimensionare la presenza militare degli Stati Uniti in Germania.

Le misure annunciate sono tutt’altro che cosmetiche. Il contingente Usa schierato nella Repubblica federale verrà ridotto di quasi 12 mila unità, attestandosi intorno a 24 mila – il livello più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Forse più importante è la decisione di ri-acquartierare altrove due Comandi unificati delle Forze armate Usa di stanza a Stoccarda, lo US European Command (Eucom) e lo US Africa Command (Africom) – il primo probabilmente a Mons, in Belgio (dove risiede il Comando integrato della Nato) e il secondo in una destinazione ancora da decidersi.

Anche se Eucom e Africom resteranno in Europa e parte degli asset militari verranno spostati in altri Paesi membri della Nato (tra cui l’Italia), 6.400 soldati americani lasceranno l’Europa. Si tratta di una tangibile riduzione delle capacità militari Usa nel Vecchio continente.


Le ragioni di Washington
L’Amministrazione Trump ha offerto due ragioni a giustificazione della decisione. La prima è che gli Stati Uniti sono stati costretti a rivedere la cooperazione militare con la Germania alla luce dell’“inadempienza” (parole di Trump) di quest’ultima a finanziare la sua stessa difesa. Le spese militari tedesche non superano l’1,3% del Pil, ben al di sotto della soglia del 2% concordata dai Paesi dell’Alleanza Atlantica nel 2014.

La seconda motivazione addotta è l’opportunità di ridisegnare la presenza militare oltreoceano degli Usa in modo da meglio contenere la Russia, rafforzare la Nato e concentrarsi su altri teatri come Medio Oriente e Asia.

Nonostante entrambe queste motivazioni contengano un nocciolo di verità, non sono convincenti.

Partiamo dall’insufficienza delle spese militari tedesche. Anche se ben al di sotto della soglia del 2%, la Germania ha comunque avviato negli anni scorsi un processo di aumento del bilancio per la difesa, che in termini assoluti (49,3 miliardi dollari nel 2019) è in linea con quelli di Francia (50,1 miliardi) e Regno Unito (48,7 miliardi). Inoltre, le forze Usa che resteranno in Europa verranno schierate in due Paesi che spendono in difesa una quota di Pil equivalente o inferiore a quanto fa Berlino, cioè Italia e Belgio (rispettivamente 1,4 e 0,9% nel 2019). Insomma, il messaggio di fermezza che l’amministrazione sostiene di aver voluto mandare è piuttosto contraddittorio.

E per quanto riguarda le ragioni sistemiche? Qui le contraddizioni sono ancora più evidenti.

Anche se il Pentagono ha promesso che parte delle truppe ritirate verrà schierata in Europa centro-orientale e ha già concluso un accordo per l’invio di mille unità in Polonia, si tratta di rotazioni o schieramenti permanenti relativamente modesti che non compensano la ridotta capacità di panificazione e operativa derivante dal ridimensionamento degli asset Usa in Germania. Inoltre, se l’intenzione è davvero quella di contenere più efficacemente la Russia, il coordinamento con gli alleati Nato non è soltanto opportuno sul piano politico ma necessario su quello strategico e operativo. Eppure, niente di tutto questo è avvenuto. Uno dei pochi Paesi ad aver espresso pubblico appoggio alla decisione è proprio la Russia.

Un ritiro strategicamente miope
Il parziale ritiro dalla Germania è strategicamente miope anche considerando il maggiore impegno Usa in teatri extra-europei come Medio Oriente e Asia. Le basi Usa tedesche svolgono una funzione logistica centrale per la proiezione militare americana in Medio Oriente, e Africom pianifica e supervisiona tutte le operazioni in Africa. Ri-acquartierare queste capacità altrove costerà tempo e denaro senza portare vantaggi.

Inoltre, avvelenare le relazioni con Berlino – che non è stata nemmeno consultatacomplica la ricerca di una cooperazione con gli europei riguardo alla Cina, dal momento che alza i costi politici per il governo tedesco di venire incontro alle spesso pressanti richieste americane di allinearsi a una politica di scontro verso Pechino. La Germania, dato il suo ruolo centrale nell’Ue, è la chiave per costruire un più coeso fronte transatlantico di contrasto all’influenza che la Cina tenta di acquisire tramite pratiche economiche scorrette, l’uso politico di tecnologie e investimenti, e una maggiore assertività sia sul fronte interno (Hong Kong e Xinjiang) sia su quello estero (Mar cinese meridionale e Taiwan).

Il risultato della decisione di Trump è quindi un’ulteriore incrinatura della relazione transatlantica, che pure è centrale a mantenere ed espandere l’influenza americana su scala globale. Non a caso ha incontrato critiche bipartisan da parte del Congresso.

Una misura punitiva contro Berlino
Tutte queste inconsistenze fanno pensare che le spiegazioni dell’amministrazione siano razionalizzazioni ex post di una decisione che riflette non tanto considerazioni strategiche ma convinzioni ben radicate nella mente di Trump.

In sostanza, si tratta di una misura punitiva contro un Paese verso cui Trump ha regolarmente manifestato aperta ostilità. Agli occhi del presidente, la Germania federale incarna tutti i mali prodotti dalla politica estera Usa del dopoguerra. Non è solo il risultato di un impegno militare che disincentiva gli alleati europei a spendere in difesa, ma anche del sostegno all’integrazione europea, che amplifica a tal punto la potenza commerciale della Germania da farla rivaleggiare con gli Usa. Per Trump, l’Ue non è altro infatti che un “veicolo” tedesco per approfittarsi degli Usa.

Peggio ancora, la Germania federale, soprattutto sotto Angela Merkel, è una società aperta, tollerante, cosmopolita e vocata alla cooperazione multilaterale, principi che sono alla base dell’ideologia liberale con cui gli Usa hanno ammantato la loro egemonia nel dopoguerra.

Per Trump, la Germania è come uno specchio distorto che restituisce l’immagine di un’America debole che si inganna e si fa ingannare. Punirla è un modo di ristabilire il primato del nazionalismo sul liberalismo, della coercizione sulla persuasione, dell’America sui suoi rivali – alleati o meno che siano.