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RIPUBBLICHIAMO UN PEZZO DEL GENNAIO 2015

Caso marò: che strategia per l’Italia

3 Lug 2020 - Filippo di Robilant - Filippo di Robilant

Riproponiamo un articolo di Filippo di Robilant sul caso marò pubblicato su AffarInternazionali il 16 gennaio 2015. Questo scritto, ancora attuale oggi alla luce della decisione del Tribunale arbitrale costituito presso la Corte permanente di arbitrato dell’Aia, anticipava la posizione del governo sulla vicenda dei marò.

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La Corte Suprema indiana ha prorogato di tre mesi la licenza al fuciliere di marina Massimiliano Latorre. A parte la soddisfazione per Latorre, che fino ad aprile potrà continuare la convalescenza a casa, la politica ha poco da esultare.

Alla conferenza di fine anno, il Presidente del Consiglio si era dimostrato fiducioso sul caso marò, evocando “un canale di confronto diretto finalmente aperto” con le autorità indiane.

Ancora una volta veniva chiesto di non disturbare il manovratore. Francamente però, in tre anni l’esito dei contatti tra autorità è stato a dir poco frustrante. E il nuovo Governo Modi continua a fornire scarse speranze per una soluzione extra-giudiziale.

Diciamo la verità: finora tutta la dinamica è stata a guida indiana. La concessione della proroga ne è solo un’ulteriore dimostrazione.

Arbitrato internazionale
C’è stato un momento nel quale l’Italia ha dato l’impressione di voler prendere in mano il volante? Mai, a parte il tentativo di Emma Bonino di avviare un arbitrato internazionale quando era Ministro degli Esteri di un Governo Letta oramai agli sgoccioli. Oggi lo chiede anche il Parlamento europeo a larghissima maggioranza.

Ricorrere all’arbitrato, anche a rischio di perdere, farebbe finalmente capire che intendiamo fare sul serio. Visto che le procedure tecniche preliminari sono completate, anziché continuare a vagheggiarlo, l’arbitrato andrebbe subito avviato prendendo atto che la fase di dialogo è conclusa per mancanza di risultati.

In tal caso, Matteo Renzi dovrebbe sconfessare se stesso a distanza di poche settimane. Difficile per chi ha ostentato tanto ottimismo.

Allora delle due l’una: o Renzi ha qualcosa in mano che noi non sappiamo e compie il miracolo con l’India che rinuncia al suo diritto di esercitare l’azione penale, che sarebbe l’opzione migliore, oppure “il nuovo canale” si conferma illusorio, come lo è stato finora.

Nelle more, e non avendo tutte le carte in mano, non c’è altra scelta se non quella di cercare di ragionare.

Depoliticizzare il caso
C’è opinione pubblica al mondo che rinfaccerebbe al proprio governo di aver tentato la strada dell’arbitrato? Nessuna. Anzi, consegnandoci a un tribunale internazionale otterremmo l’immediata depoliticizzazione del caso. Questo dovrebbe far comodo a qualsiasi leadership che creda o meno che sia il diritto, più che la politica, a dover dirimere simili casi.

Non a caso, l’arbitrato internazionale, in quanto mezzo pacifico di risoluzioni delle controversie tra Stati, esiste anche per salvaguardare le relazioni amichevoli tra contendenti. Un’iniziativa, quindi, da “vendersi” in chiave distensiva e non d’inasprimento dei rapporti.

L’arbitrato, poi, può coesistere con un parallelo negoziato diplomatico che, se porta a un accordo tra le parti, può essere fatto proprio dal tribunale arbitrale, il quale ha la facoltà di sospendere un procedimento in qualsiasi momento.

Paradossalmente, una sentenza favorevole all’Italia potrebbe essere sfruttata dall’India che, essendo secondo contributore di forze di peacekeeping dell’Onu, dovrebbe tenere alla tutela del principio dell’immunità funzionale. Con le sue 8141 unità dispiegate tra esperti militari, agenti di polizia e truppa (dati novembre 2014), l’India sa bene che corre il rischio di trovarsi in analoga situazione.

Canale della solidarietà internazionale
Federica Mogherini, nelle sua nuova funzione europea, ha detto che il continuo rinvio da parte indiana “può incidere sulle relazioni Ue- India”. Con quali strumenti intende reagire? Il futuro accordo di associazione è un’arma spuntata, essendo il negoziato in stallo da tempo.

L’arbitrato offrirebbe, invece, un quadro formalizzato al cui interno canalizzare la solidarietà europea non solo a parole, visto che in teoria è possibile per singoli stati prendere parte come “interventori” nei procedimenti a sostegno della posizione degli attori in giudizio.

E l’Onu può reagire con la massima fermezza solo davanti a una violazione del diritto internazionale, quale il mancato rispetto di una sentenza emessa da un tribunale arbitrale internazionale; raramente prima.

Senza qualche scossone, rischiamo di ritrovarci ad aprile da capo, senza nuovi argomenti giuridici o strumenti di pressione, con la prospettiva di rimetterci nelle mani di una giustizia indiana più che aleatoria.

Se invece ottenessimo dall’Itlos (International Tribunal for the Law of the Sea), in base all’Annesso VII alla Convenzione sul diritto del mare, delle misure provvisorie (trasferimento degli imputati in un paese terzo o sospensione del processo domestico), come espressamente previsto a tutela della posizione processuale delle parti, questo potrebbe indurre gli indiani a sedersi finalmente al tavolo negoziale.

Considerati i tentativi del governo Modi di attrarre investimenti esteri abitualmente tutelati tramite arbitrato, l’India difficilmente disattenderebbe decisioni di un tribunale arbitrale.

Una polizza assicurativa
L’Italia ha commesso molti errori con esternazioni verbali, formali e non, a favore di un processo indiano “fast and fair”, addentrandosi a tal punto nel processo domestico da mettere a rischio addirittura l’accoglimento stesso del ricorso.

Ciò ha messo a dura prova l’immunità funzionale dei marò, pilastro principale della nostra linea di difesa. C’è il rischio che una Corte arbitrale possa valutare che l’Italia si sia troppo compromessa, a causa delle reiterate prove di acquiescenza nei confronti della giustizia indiana. Anzi, il nostro comportamento, prima e dopo la “de-keralizzazione” del caso, potrebbe essere interpretato come un cedimento “tutto e subito” su questo punto cruciale.

Questi rischi vanno messi in conto: anche se alla fine non ci verrà riconosciuta la giurisdizione, almeno si aprirebbe una dinamica con una tempistica dilatata, ma all’interno di una strategia e con opportunità prima indisponibili.

La partita finale rischia di essere comunque quella di doverci difendere “nel processo”, consegnandoci alle incognite del sistema indiano che dopo tre anni non è stato in grado di fornire uno straccio di incriminazione.

Con l’ulteriore complicazione che la competenza sarà di un Tribunale speciale dalle fumose attribuzioni. Proprio per questo meglio avere la copertura di una polizza assicurativa, strategicamente attivando tutti gli strumenti per difenderci prima di tutto “dal processo” domestico.