IAI
Rapporto 2019-20 di Amnesty International

Ricucire le fratture sociali e le ineguaglianze messe in evidenza dalla pandemia

4 Giu 2020 - Riccardo Noury - Riccardo Noury

Un fermo immagine da una delle decine di piazze stracolme di gente potrebbe sintetizzare efficacemente i contenuti del Rapporto 2019-20 di Amnesty International, pubblicato da Infinito Edizioni e presentato il 4 giugno in una conferenza stampa virtuale: un manifestante con le mani sollevate in segno di sfida pacifica e un militare, di fronte a lui, in mimetica e con un’arma pesante in mano.

Nel 2019 milioni e milioni di persone, perlopiù giovani, sono scesi in strada per chiedere diritti, giustizia, libertà, dignità, rispetto per l’ambiente, fine della corruzione e delle disuguaglianze. Per dire no agli attacchi ai diritti delle donne. 

Una moltitudine di persone disposte a mettersi di traverso a politiche ingiuste non si vedeva dal 2010-11. Dal Cile all’Iran, da Hong Kong all’Iraq, dall’Egitto all’Ecuador, dal Sudan al Libano, dalla Russia alla Guinea, milioni (probabilmente decine di milioni anche se nessuno li ha calcolati) hanno posto richieste puntuali ai loro governi. Hanno spesso subito una repressione molto forte. Tanti governi hanno dato ordine di sparare contro i loro cittadini, perdendo ulteriormente credibilità. 

In alcuni casi, sono state adottate nuove tecniche di repressione di piazza, con risultati crudeli: sparare agli occhi dei manifestanti in Cile, centrare al cranio quelli in Iraq con granate dal peso e dalla velocità accresciuti, usare sostanze urticanti contro quelli di Hong Kong.

Anche se a un prezzo terribilmente alto, talora le richieste delle piazze sono state ascoltate: gli oltre 170 morti e le migliaia di feriti nella capitale Khartoum hanno portato alla deposizione di un regime brutale, quello del dittatore sudanese Omar al-Bashir, che ora speriamo possa essere consegnato al Tribunale penale internazionale dove da oltre 10 anni lo attende un processo per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio.

Non è questa l’unica buona notizia del 2019: decine di prigionieri di coscienza sono stati rilasciati, in Sierra Leone è stato annullato il divieto di frequentare scuole e di partecipare agli esami scolastici alle studenti incinte, il governatore della California ha istituto una moratoria sulle esecuzioni capitali.

Ma tornando alle cattive notizie, il 2019 è stato un anno terribile in molti Paesi: in India il governo Modi ha portato avanti la sua agenda politica contraria ai diritti umani, serrando lo Stato di Jammu e Kashmir dopo avergli tolto lo status speciale e attuando politiche di censimento e di attribuzione della cittadinanza discriminatorie; in Brasile la polizia di Rio de Janeiro ha ucciso oltre 1000 persone solo nei primi sette mesi dell’anno e l’Amazzonia ha continuato a bruciare nel disinteresse del governo Bolsonaro; negli Usa la retorica razzista del presidente Trump ha raggiunto nuovi livelli di disumanità con l’adozione di ulteriori crudeli misure contro ‘’immigrazione; per quanto riguarda la Cina, sono venuti alla luce nuovi particolari sul sistema concentrazionario che, sotto guisa ufficiale di centri per la formazione professionale, sta “rieducando” un milione di uiguri e di altre minoranze musulmane. In Turchia ed Egitto il bavaglio contro le voci critiche ha portato o riportato in carcere dissidenti, attivisti, giornalisti, avvocati e difensori dei diritti umani.

Per quanto riguarda il nostro continente, lo Stato di diritto ha continuato a subire colpi in Polonia e Ungheria mentre in diversi Paesi la criminalizzazione della solidarietà di singoli e Ong ha fatto sì che parole come accoglienza, soccorso, aiuto, compassione venissero trasferite dal vocabolario delle cose belle e giuste ai codici penali.

Sono proseguiti i conflitti in Siria e in Yemen e quelli semi-ignorati dell’Africa subsahariana mentre quello latente in Libia è esploso con conseguenze tragiche sulla popolazione civile e sui migranti trattenuti a migliaia nei centri di detenzione, ufficiali e non, del Paese.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’avvicendamento tra due coalizioni di governo, nonostante alcuni iniziali e promettenti annunci, non ha prodotto una significativa discontinuità nelle politiche sui diritti umani in Italia, in particolare quelle relative a migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Per tutto l’anno le navi delle Ong sono state ostacolate da minacce di chiusure dei porti e da ingiustificati ritardi nelle autorizzazioni all’approdo. Il 2019 si è chiuso col rinnovo della cooperazione con la Libia per il controllo dei flussi migratori. 

Vanno ricordate due importanti sentenze: a luglio la prima Corte d’assise d’appello di Roma ha comminato 24 ergastoli per l’omicidio di 23 cittadini di origine italiana residenti in alcuni Paesi latinoamericani retti negli anni Settanta e Ottanta da dittature militari; a ottobre due carabinieri sono stati condannati a 12 anni di carcere per l’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi, avvenuto ben dieci anni prima. Altri due appartenenti all’arma sono stati condannati a pene minori per falso.

Per concludere, se il 2019 è stato l’anno della voglia di mettersi di traverso in piazza di fronte a politiche ingiuste, se il 2020 è stato l’anno in cui la pandemia da Covid-19 ha congelato tutto, che accadrà negli anni a venire? Come cambierà il mondo? 

Abbiamo di fronte due scenari opposti: un ritorno alla divisione, alla xenofobia, alla demagogia, alle misure di austerità ancora una volta dirette contro i poveri e la normalizzazione delle misure straordinarie del 2020; oppure la nascita, dall’aver condiviso un periodo così drammatico, di una nuova era di cooperazione, solidarietà e unità, un’era di rinnovato impegno per ricucire le fratture sociali e le ineguaglianze così brutalmente messe in evidenza dalla pandemia.