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Cara AI Ti Scrivo

L’Unione europea rimette al centro le giovani generazioni

3 Giu 2020 - Virginia Volpi - Virginia Volpi

“Lo dobbiamo alle generazioni future. Viva l’Europa”. Così la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha concluso il suo intervento di fronte al Parlamento europeo, presentando l’annunciato e agognato Recovery Fund, ora ribattezzato Next Generation EU. Un nome, un programma. Un piano ambizioso e corposo, che finalmente rimette al centro della scena i più giovani, gli europei del domani.

Le giovani generazioni, indubbiamente meno colpite dal coronavirus dal punto di vista sanitario, stanno pagando e pagheranno la crisi su altri piani. In Italia, le scuole di ogni ordine e grado e le università hanno chiuso i battenti il 5 marzo. Una misura emergenziale e necessaria, che però non sembra avere una data di scadenza; per ora, infatti, un progetto di più lungo orizzonte per far ripartire, in sicurezza, anche il fondamentale settore dell’istruzione non pare esserci.

Oltre a questo, il debito accumulato nel passato e nel presente graverà sul futuro dei ragazzi di oggi. Proprio per questo, von der Leyen ha proposto “un patto generazionale per il futuro”: “L’Europa è una storia di generazioni” – ha detto – e, potremmo aggiungere, ogni generazione europea ha la propria storia, che lascia in eredità. La generazione che ha fondato l’Unione voleva la pace, quella successiva voleva la libertà – di circolazione delle persone come delle merci – e così via.

I passi avanti di un’Unione zoppa
Da qualche tempo era chiaro che l’integrazione europea dovesse progredire e che le competenze dell’Unione non erano più sufficienti: un’Unione europea senza unione politica, una unione monetaria senza unione economica e fiscale, un’Unione solidale, ma ancora non sociale. Un’Unione, insomma, ancora un po’ zoppa.

La pandemia, con brutalità, ha prepotentemente mostrato tutto ciò. E l’Europa ha risposto, più rapidamente rispetto alla precedente crisi del 2008, impugnando strumenti esistenti e inventandone di nuovi.

Sotto il tetto di protezione fornito dal programma di acquisto di titoli pubblici e privati da parte della Banca centrale europea, e una volta sospeso il Patto di stabilità, è stato presentato un pacchetto europeo di misure per fronteggiare la crisi. E, accanto alle iniziative già messe in campo, ovvero i fondi della Banca europea per gli investimenti per garanzie alle imprese; quelli per le politiche attive del lavoro di Sure, il Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency; i finanziamenti provenienti dal Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per le spese sanitarie, ha ora preso forma anche il Recovery Fund.

Si tratta di un fondo per la ripresa da 750 miliardi, di cui quasi due terzi a fondo perduto, ovvero soldi che non andranno restituiti. Per utilizzarli ci saranno delle condizionalità; degli “incentivi”, come li definisce l’economista Veronica De Romanis nel podcast IAI dedicato al tema: bisognerà presentare un piano di investimenti pubblici, promuovere la digitalizzazione, non dimenticarsi dell’ambiente; migliorare, come da anni si dice ma non si fa, l’efficacia del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione. “Non sembrano cattive idee”, scrive Carlo Cottarelli su Repubblica.

Le prospettive del negoziato
Dunque, risorse erogate a fondo perduto che non andranno perdute, come spesso è accaduto per i fondi europei utilizzati male o per niente, che il nostro Paese ogni anno restituisce. L’esiguo bilancio europeo, su cui basare l’emissione di obbligazioni, sarà aumentato e saranno incrementate le risorse proprie dell’Unione, quelle cioè che non dipendono dal contributo degli Stati membri. Si prevede infatti l’introduzione di vere e proprie tasse europee: digital tax, carbon tax e via dicendo. Conferire all’Unione la capacità di tassare è un importante passo verso una unione fiscale, unico modo per eliminare dal perimetro europeo i cosiddetti paradisi fiscali, come Paesi Bassi e Lussemburgo.

“La solidarietà europea è tornata” ha dichiarato in Parlamento il capogruppo del Partito popolare europeo Manfred Weber, e, forse, “un nuovo capitolo dell’Ue si sta aprendo”. Tuttavia non sarà un negoziato né facile, né rapido: i cosiddetti Paesi frugali (Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia) e i leader euroscettici già hanno espresso tutta la loro contrarietà; il premier ungherese Viktor Orbán ha definito “assurdo” il progetto della Commissione europea – accusato di voler togliere ai poveri per dare ai ricchi -; l’europarlamentare del gruppo di destra Identità e Democrazia Jörg Meuthen ha dichiarato che la Commissione vuole spendere “soldi come se non ci fosse un domani”.

Eppure, Next Generation EU è pensato esattamente per garantire un domani all’Unione europea e alle generazioni future. “Gli effetti di questa crisi richiedono investimenti di una portata senza precedenti oggi” – ha ribadito la presidente bon Der Leyen – “in modo che la prossima generazione europea possa coglierne i benefici domani”.

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