IAI
Nasce la rete mondiale J-Link

L’appello dell’ebraismo progressista contro l’annessione in Cisgiordania

22 Giu 2020 - Giorgio Gomel - Giorgio Gomel

Da alcuni mesi si è formata, per spontanea consonanza di intenti, una rete mondiale dell’ebraismo progressista, sotto la spinta dell’erosione della democrazia in Israele, della negazione dei diritti dei palestinesi a un’esistenza indipendente, dei propositi di annessione di parti della Cisgiordania, nonché della marea montante di intolleranza e pulsioni antisemite in più Paesi del mondo. È così nato un movimento con il nome di J-Link che raggruppa uno spettro ampio di organizzazioni ebraiche progressiste: negli Stati Uniti, in Europa, in Canada, in Sudafrica, in America del Sud, in Australia e in Israele.

Il primo atto pubblico è stato l’invio di una lettera aperta contro il proposito di annettere una parte rilevante, circa un terzo, della Cisgiordania, in accordo con il piano Trump, senza una trattativa con i palestinesi, in contrasto il diritto internazionale e con le risoluzioni rilevanti delle Nazioni unite, in particolare la n. 2334 del dicembre 2016. Con una maggioranza semplice del Parlamento, cui il governo israeliano intende presentare agli inizi di luglio una proposta ancora indefinita nei suoi contenuti, una decisione siffatta porrebbe fine alla possibilità di una soluzione “a due Stati” del conflitto e di una piena autodeterminazione dei palestinesi da conseguirsi  con mezzi non violenti.

Codificherebbe una condizione che di fatto persiste da anni nell’area C della Cisgiordania, dove vige un sistema legislativo duale e separato per israeliani e palestinesi: i primi soggiacciono alle norme di legge di Israele, mentre i secondi al regime di occupazione militare.

Piano geopolitico
Le implicazioni potrebbero esser dirompenti anche sul piano geopolitico. Soprattutto la Giordania fortemente popolata di palestinesi, in particolare rifugiati, potrebbe essere percorsa da un’onda di instabilità e costretta a rivedere il trattato di pace che la lega a Israele dal 1994.

L’appello è stato sottoscritto da 50 organizzazioni ebraiche progressiste, alcune minuscole, altre importanti internazionalmente quali Jstreet USA, Jcall Europe o il New Israel Fund. È stato trasmesso a Parlamenti e governi nei Paesi rappresentati e alle ambasciate di Israele in oltre 20 nazioni con richieste di incontri con gli ambasciatori in loco perché riferiscano a Gerusalemme dell’opposizione al piano di annessione e delle forti preoccupazioni di ebrei del mondo, sensibili alle ragioni dei diritti umani e della democrazia, circa il futuro dello Stato di Israele stesso.

Comunità internazionale
La comunità internazionale, i Paesi dell’Unione europea in primis, difenderanno la soluzione “a due Stati”. Quanto agli atti concreti, al di là della diplomazia “dichiarativa”, la Ue dispone di mezzi di pressione non irrilevanti.

Innanzitutto, c’è l’impegno ad applicare la direttiva convalidata dalla sentenza della Corte di giustizia europea circa l’esigenza di etichettare in modo corretto le produzioni degli insediamenti (non “made in Israel“) in conformità con il principio di una distinzione netta fra gli insediamenti, illegali, e lo Stato di Israele. Poi la conferma delle regole introdotte nel 2013 che escludono l’erogazione di prestiti o doni finanziari a entità operanti negli insediamenti. E infine, nell’ambito della ricerca scientifica, sotto l’egida di Horizon Europe, c’è la conferma, anche per il programma 2021-27, della decisione di escludere dalla fruizione di contributi agenzie o istituzioni pubbliche insediate nei territori della Cisgiordania. La Ue potrebbe reagire inoltre con maggiore vigore alle confische di terre, demolizioni di case, espulsioni di palestinesi da Gerusalemme est o altre aree della Cisgiordania.

Ma è il futuro di Israele che sgomenta di più. Dei costi distruttivi dell’occupazione sulla società siamo consapevoli da tempo. Con l’annessione, l’attuale sistema legale che opera nei territori distinguendo i coloni israeliani soggetti alla legge israeliana e gli abitanti palestinesi soggetti a un regime militare, troverebbe una sanzione sul piano normativo: Israele diverrebbe uno Stato che discrimina ufficialmente i palestinesi, privandoli di diritti civili e politici, violando gli stessi dettami di eguaglianza sanciti dalla Dichiarazione di indipendenza del 1948 che sono a fondamento della genesi e della storia dello Stato.