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PANDEMIA COVID-19

Economia europea e ripresa italiana

13 Giu 2020 - Alfredo Roma - Alfredo Roma

Nel momento in cui il Presidente della Repubblica ha espresso un deciso invito all’unità per superare questo difficile momento, a molte persone, a cominciare da Romano Prodi, è apparsa inopportuna l’accusa di Confindustria al Governo Conte.

Questo è un momento di emergenza che non si è mai verificato in passato e le soluzioni ai vari problemi devono essere trovate tenendo conto dei limiti che condizionano l’azione di governo: le troppo leggi esistenti, la lentezza della burocrazia, la limitatezza delle risorse, la frammentazione delle voci della politica, la mancanza di un disegno strategico per un’Italia moderna ed efficiente. Il Presidente Conte ha difeso la posizione dell’Italia in Europa e i risultati si stanno vedendo in questi giorni. Il Governo ha fatto di certo molti errori, ma non è certo l’industria italiana che ha i titoli per esserne giudice.

La storia dell’industria italiana
La storia dell’industria italiana lascia molto perplessi. Pensiamo per un attimo alla Fiat. La famiglia Agnelli, dopo aver usufruito di fondi statali per oltre cento anni, ha spostato il centro dei suoi interessi negli Stati Uniti e la Fia (ora Fca) ha posto la sede legale in Olanda e quella fiscale nel Regno Unito. Così molte altre aziende italiane sono guidate da una holding in Olanda o Lussemburgo di proprietà italiana.

Da sempre la Borsa italiana quota pochi titoli in rapporto alla struttura industriale del Paese. Andare in Borsa significa offrire la massima trasparenza sulla gestione aziendale, e questo non è gradito a molti imprenditori. Le aziende italiane sono spesso sotto-capitalizzate, organizzate in scatole cinesi, mentre i capitali sono stati portati (anche legalmente) all’estero, come un recente Data Room di Milena Gabanelli ha dimostrato.

Infine, le imprese italiane hanno evitato il consolidamento per raggiungere una massa critica che le rendesse competitive nel mercato mondiale. Il “piccolo è bello” non funziona più da tempo. Solo le grandi aziende hanno i mezzi per investire in ricerca, così l’industria italiana (e purtroppo anche lo Stato) investe poco in ricerca. Siamo gli ultimi tra i Paesi dell’Ue. Esportiamo la bellezza e l’arte italiana ma poca alta tecnologia.

Nei momenti di crisi solo i prodotti con alto valore aggiunto mantenegono quote di mercato. Quindi Confindustria, prima di criticare l’azione di Governo, dovrebbe suggerire ai suoi associati di mantenere la sede delle loro aziende aziende in Italia, finanziarle, consolidarsi, investire in ricerca, quotarsi in Borsa. Questi sarebbero i passi necessari per affrontare lo scenario economico europeo post Covid-19.

Gli effetti del coronavirus sull’economia europea
Questa pandemia ha segnato severamente l’economia dell’Ue. Molte aziende saranno liquidate e altre verranno acquisite da aziende più grandi. Il futuro dell’economia europea dipenderà da due variabili.

La prima riguarda la politica economica estera degli Stati Uniti. Negli ultimi anni l’amministrazione americana ha messo in difficoltà il commercio mondiale, imposto dazi a molti prodotti europei e sanzioni all’Iran (partner fondamentale per molte aziende europee).

La seconda variabile riguarda il futuro dell’Ue. Non vi è dubbio che Stati UnitiRussia e Cina sarebbero felici di vedere la dissoluzione dell’Ue (vedasi sostegno ai sovranismi europei e alla Brexit da parte di Stati Uniti e Russia). Gli Stati membri dovrebbero capire che è il momento di arrivare agli Stati Uniti d’Europa, che diventerebbe così la maggior potenza economica mondiale. Questo è l’unico modo per difendere i cittadini europei. Si cominci a studiare il testo di una costituzione per trasformare l’Ue in uno Stato.

Per arrivare a questo risultato bisogna adottare una politica fiscale, che elimina i paradisi fiscali di Lussemburgo, Olanda (con le Antille Olandesi), Regno Unito (con le Isole del Canale), Francia (con Monaco-Montecarlo) e Spagna (con Andorra). Dovrebbero anche adottare una politica estera e di difesa comune con un unico esercito. In questi giorni si avverte un qualche timido segnale in questo senso grazie all’impegno di Ursula von Der Leyen e di Angela Merkel.

New Deal
Per il futuro dell’economia europea occorre pensare a un New Deal, come fece Roosvelt dopo la grande crisi del 1929. Conosciamo i disastri economici creati dalla politica del libero mercato estremo, sostenuta dalla Thatcher e Reagan dagli anni ottanta in poi: da un lato, ha favorito la speculazione finanziaria, che ha portato alla grande crisi del 2007; dall’altro, ha anche provocato un aumento delle disuguaglianze sociali, uno dei principali motivi della mancata ripresa dell’economia de Paesi occidentali – si legga in proposito Anthony Atkinson e Thomas Piketty.

Occorre dunque un New Deal europeo che riprenda i principi di John M. Keynes contenuti nel New Deal di Roosvelt. In questa situazione post Covid-19 lo Stato liberale deve avere un ruolo nel controllare il funzionamento del mercato, aumentare gli investimenti pubblici e favorire quelli privati per creare nuovi posti di lavoro, mantenere una golden share in alcuni settori chiave. Deve, infine, investire nella scuola, nella ricerca e nella cultura.

Questa politica fece uscire gli Stati Uniti dalla recessione e fu alla base della creazione dello stato sociale nei principali Paesi europei dalla fine della guerra in poi. L’Italia ha una grande occasione: con i fondi europei (bilancio e Recovery Fund) può attuare le riforme in parte indicate dalle condizioni dello stesso fondo di ripresa. In particolare: riaprire i cantieri delle opere pubbliche, snellire la pubblica amministrazione e la giustizia, investire nel digitale, nella sanità, nella scuola e nella ricerca. Basta rileggere le considerazioni finali del governatore Visco del 29 maggio 2020 che indica come precondizione l’unione delle forze del Paese.