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3 - RADICALIZZAZIONE

Deradicalizzazione in Arabia Saudita: il disingaggio dalla violenza

15 Giu 2020 - Stefano Dambruoso - Stefano Dambruoso

L’Arabia Saudita è un Paese da tempo sospettato di finanziare il terrorismo jihadista e di promuovere una versione dell’Islam, il wahhabismo, fortemente settaria e conservativa capace di alimentare l’estremismo. È stata però capace di sviluppare una strategia di contrasto alla radicalizzazione e di successiva deradicalizzazione considerata fra le più all’avanguardia del mondo.  È stata la risposta della monarchia del Golfo ai numerosi attentati nel Paese e alla forte crescita di cittadini sauditi divenuti foreign fighters.

Deradicalizzazione sul web
Il contrasto alla radicalizzione saudita ha assunto subito una strategia sviluppatasi sul web, soprattutto sui social media, vero e proprio campo di battaglia fra i seguaci dell’Isis e le autorità saudite, che hanno presto riconosciuto la potenza mediatica del califfato e la facilità con cui negli scorsi anni sono riusciti a reclutare adepti sulle principali piattaforme web.

Nel 2017 è stato creato il Global Center to Combat Extremism (Etidal), che collabora anche con i più importanti giganti del web, incluso Google, per contrastare l’ideologia jihadista online. Oltre ad avere a disposizione software per l’individuazione e il monitoraggio di materiale estremista su internet, il centro attua anche vere e proprie “misure offensive“, come la chiusura di account e siti internet legati ad al-Qaeda o all’Isis, oppure campagne mediatiche per confutare quanto predicato dai membri dei predetti gruppi terroristici su Facebook, Twitter o altri social media.

Il centro di recupero di Riyadh
L’espressione più significativa del programma di deradicalizzazione saudita è il Mohammed Bin Nayef Counseling and Care Center di Riyadh, un vero e proprio centro di recupero per jihadisti che hanno scontato la loro pena per terrorismo. All’interno di tale struttura, i soggetti radicalizzati sono seguiti a tempo pieno da psicologi, personale dei servizi sociali e anche medici, i quali, con sessioni di dialogo sia individuale che di gruppo, affrontano le più importanti problematiche socio-culturali legate al terrorismo. Il personale sanitario, in una sede parallela più specialistica, realizza terapie per quei soggetti che possono essere affetti da disturbi da stress post-traumatico, iper-aggressività, o schizofrenia, tutte problematiche psicologiche riscontrate anche in molti degli ultimi attacchi in Europa commessi da lone wolves.

Inoltre, viene dato molto spazio alla diffusione di una corretta interpretazione della Shari’a, per evitare che la religione venga strumentalizzata per scopi violenti, come fanno appunto i gruppi jihadisti che hanno dichiarato guerra alla dinastia dei Saud.

Il disingaggio dalla violenza
Il Bin Nayef Counseling and Care Center coinvolge se possibile nel proprio programma di deradicalizzazione anche la famiglia e la tribù del soggetto estremista coinvolto: oltre ad incoraggiare le visite familiari, anche l’intervento della tribù è visto con favore, dato l’importante ruolo sociale che svolge tutt’ora nell’odierna Arabia Saudita, nonostante la rapida modernizzazione del regno.

L’obiettivo ultimo del centro, oltre alla riabilitazione dei soggetti ed al completo disingaggio dalla violenza, è quello di reintegrare totalmente gli ex jihadisti all’interno della società saudita ed evitare una discriminazione nei loro confronti, sia a livello familiare che a livello lavorativo. Per tale motivo, le autorità del centro si impegnano anche a supportare i loro assistiti nella ricerca di un’occupazione, nella formazione universitaria, fin’anche ad aiutarli a trovare una moglie o a sobbarcarsi le spese per il matrimonio. Dopo il rilascio dal Bin Nayef Center i beneficiari della deradicalizzazione sono comunque seguiti dagli esperti del centro per un periodo che può variare da diversi mesi ad anni, nel corso dei quali sono monitorati i progressi del loro reintegro e sono supportati a livello economico nel caso di comprovate esigenze (come ad esempio l’acquisto di un’automobile che serve per raggiungere il luogo di lavoro).

Parallelamente, l’intelligence interna saudita (il Mabahith) mantiene il controllo sui soggetti usciti dal centro ed è pronta a intervenire nel caso ricadano nell’estremismo e possano di nuovo rappresentare una minaccia per la sicurezza. Ma non tutti i soggetti coinvolti in attività terroristiche sono ammessi al programma di deradicalizzazione: sono ammessi solo i foreign fighters, simpatizzanti di gruppi jihadisti o comunque coloro che hanno fornito supporto a tali gruppi; invece, coloro che hanno compiuto atti di terrorismo all’interno del Regno, i soggetti cioè reputati come più violenti, non possono beneficiare del Bin Naif Center.

Apprezzamenti e critiche
La strategia di deradicalizzazione saudita è stata applaudita dall’Onu per la sua completezza, onnicomprensività e profondità di intervento ed è stato preso a modello da altri paesi del mondo musulmano, come ad esempio Yemen e Indonesia. Allo stesso tempo, però, le stesse Nazioni Unite hanno criticato la definizione di terrorismo usata dallo Stato arabo, che include anche la manifestazione dell’ateismo e l’organizzazione o la partecipazione a proteste o sit-in.

Non puoi non essere rilevato che i caratteri peculiari della società saudita e l’importante focus del programma sulla Shari’a rendono molto complicato una estensione del programma tra i Paesi occidentali, dove le strategie di deradicalizzazione si fondano sul recupero di valori laici compatibili con quelli religiosi e sul multiculturalismo.

Terzo di tre articoli scritto dal magistrato Stefano Dambruoso, con l’ausilio di Francesco Conti per la ricerca, sul tema della radicalizzazione.