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Dai checkpoint al carbone: ecco come si finanziano i terroristi di al-Shabaab

23 Giu 2020 - Ludovico De Angelis - Ludovico De Angelis

La liberazione della cooperante Silvia Romano ha riportato brevemente in auge il tema della desiderabilità morale o strategica legata al pagamento di un riscatto. L’Italia non è nuova a questo tipo di dibattito, rappresentando la stagione dei rapimenti compiuti dalla cosiddetta Anonima sequestri sarda o da alcune cosche ‘ndranghetiste, una pagina tetra della storia repubblicana.

In politica internazionale, l’Italia adotta generalmente una politica di negoziato e concessioni, corrispondendo un riscatto per garantire la liberazione dei connazionali vittime di rapimenti, come per altro lascerebbero intendere le recenti dichiarazioni di Giuliana Sgrena, rapita nel 2005 in Iraq.

La politica di “no concessions”
Al fine di generare un effetto deterrente, gli Stati Uniti e il Regno Unito sono noti per ricorrere, quantomeno pubblicamente, ad una politica di no concessions. In realtà, ciò che gli Stati Uniti tendono generalmente a non fare è pagare somme di denaro ad attori non statuali (principalmente d’ispirazione salafita-jihadista) per la liberazione di personale civile. Scambi di detenuti (oppure ostaggi?) sono tuttavia avvenuti.

Come approfondito in uno studio della Rand Corporation, nonostante i governi statunitense e britannico adottino una politica di no concessions, i loro cittadini risultano rispettivamente al primo e al secondo posto nella lista degli “occidentali” maggiormente vittime di rapimenti.

Inoltre, come dimostrato da attenti osservatori, le probabilità che i cittadini dei Paesi europei “noti” per pagare i riscatti vengano rilasciati sono ben più alte rispetto a quelli maggiormente restii. Una conseguenza, questa, di certo intuitiva. In un dato importante, lo studio dimostra anche che i Paesi che offrono concessioni in cambio della liberazione di un ostaggio non sembrerebbero essere oggetto di tassi sproporzionatamente elevati di rapimenti.

I critici contrappongono a questa proposizione la tesi secondo la quale i sequestri sarebbero – in termini assoluti – molti di più se non si adottasse pubblicamente una politica di no concessions. Secondo i critici, poi, i Paesi occidentali più inclini al pagamento di un riscatto favorirebbero il consolidamento e la proliferazione dei movimenti jihadisti.

Come si finanzia al-Shabaab?
L’uniformità dell’astrazione deve necessariamente adattarsi alla realtà empirica dei singoli casi: gruppi terroristici diversi possono talvolta finanziarsi con attività simili, altre volte con attività difformi, a seconda delle specificità locali.

Ad esempio, all’istituto di ricerca somalo Hiraal, alcuni ex ufficiali dell’organizzazione al-Shabaab avrebbero dichiarato che la popolazione stanziale che vive nei territori controllati dall’organizzazione sarebbe obbligata a donare un cammello (dal valore di 400-600 dollari) ogni venticinque posseduti, ed una capra (dal valore di 30 dollari) ogni quaranta. Per profittarne, al-Shabaab rivenderebbe questi animali tramite numerosi commercianti vicini al gruppo ricavando circa 8 milioni di dollari solo nel 2017.

Inoltre, al-Shabaab tasserebbe la popolazione sotto il suo controllo secondo un processo di elemosina rituale (la zakaat, uno dei pilastri dell’Islam), tramite il quale i commercianti sarebbe obbligati a corrispondere una percentuale del guadagno annuale al gruppo. Inoltre, grazie a una tassa una tantum (infaaq) sul patrimonio dei più abbienti, al-Shabaab ha guadagnato circa 27 milioni di dollari (2017). 

Un’altra fonte sono le tasse imposte alle vetture che transitano nei territori controllati dall’organizzazione: camion di media grandezza verrebbero tassati circa 500 dollari; i più grandi sino a 1150. Le stime di Hiraal, indicano che al-Shaabab guadagnerebbe circa 15 milioni di dollari l’anno da questa attività, approfittando anche di alcune falle nei meccanismi di aiuti provenienti dall’estero.  

Ciononostante, secondo uno studio dell’U.N. Monitoring Group on Somalia, il gruppo avrebbe guadagnato nel 2017 circa 10 milioni di dollari soltanto da un singolo check-point nella regione a sud di Bay.

Importanti fortune sono poi accumulate da altre attività. La tassa sull’esportazione di carbone dai porti di Kismayo e Baraawe fa guadagnare ad al-Shabaab annualmente dai 38 ai 56 milioni di dollari. E ancora, in passato militari kenioti sono stati accusati di cooperare con al-Shabaab al fine di trafficare illegalmente tonnellate di zucchero, per il valore di circa 400 milioni di dollari.

La lista continua: oltre al traffico di avorio, i servigi di al-Shabaab sono stati richiesti persino da aziende somale (noto il caso di una di telecomunicazioni) per impedire a potenziali concorrenti di competere nel mercato locale. Per alcuni milioni di dollari, i membri del gruppo sono stati utilizzati per intimorire, spesso attaccare, le installazioni di aziende concorrenti. Ci sarebbero poi donazioni da parte di membri di al-Qaeda non residenti nel Paese e a ricchezza derivante da profittevoli attività commerciali legate ad esponenti dell’organizzazione. Inoltre, persino alcuni paesi sarebbero stati accusati di finanziare il gruppo. 

Allargare la prospettiva
Al-Shabaab non avrebbe goduto di enormi vantaggi economici dal riscatto pagato. Ha però senza dubbio beneficiato di quelli politici della legittimazione e di quelli mediatici della visibilità.

Le ragioni che permettono ad al-Shabaab di proliferare sono quindi numerose. È però inaccurato collegare la liberazione di Silvia Romano al proliferare dell’organizzazione. Per trovare le risposte a questo interrogativo, si dovrebbe invece investigare sulle cause profonde della decennale instabilità somala: un Paese tecnicamente “fallito”, sul cui futuro in quanto entità singola, capace di condurre gli affari interni ed esteri in maniera esclusiva ed autonoma, sembrerebbe essere calato internazionalmente un velo da alcuni decenni.

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