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Covid-19 e comunità internazionale: parla Claudia Lodesani

10 Giu 2020 - Claudia Lodesani - Claudia Lodesani

Quando hanno iniziato a crescere i casi in Europa ero ad Haiti in missione. Quindi, mi sembrava una cosa abbastanza lontana. Poi, in realtà molti Paesi hanno iniziato ad avere molto velocemente i primi casi e ad avvicinarsi ad Haiti. Sono partita il 3 di marzo e c’erano già casi a Santo Domingo. La reazione internazionale penso sia stata abbastanza rapida, perché anche lì l’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità ndr) si era mossa subito, molte riflessioni si sono mosse velocemente. Quando sono arrivata in Italia non mi immaginavo di trovare un’epidemia a uno stadio già avanzato: pur avendo visto le cifre, quello che ho trovato in Lombardia non me lo immaginavo già a uno stadio avanzato dell’epidemia.

 

 

OMS TRA RIFORMA NECESSARIA E DIBATTITO STERILE
L’Oms chiaramente dà delle linee guida che vanno seguite e in generale cerca di essere il più obiettivo possibile. Poi nelle risposte alle epidemie l’Oms deve mettere insieme una serie di problemi, che non sono solo quelli tecnici e ovviamente hanno delle implicazioni che vanno oltre il problema tecnico, però rimane comunque il faro per le linee guida. Secondo me, come è stata impostata la discussione è un po’ sterile. Quello che chiediamo da anni è una revisione alla struttura dell’Oms – lo avevamo già fatto ai tempi di Ebola – e in effetti l’Oms sta lavorando a una sua ristrutturazione interna. Quindi, sappiamo che ci sono delle problematiche interne su cui loro stanno già lavorando. Strumentalizzare questo per motivi politici mi sembra sterile, soprattutto in questo momento.

COSA È MANCATO CONTRO IL COVID-19
Ci sono state risposte molto diverse, anche in base all’epidemiologia. Per me, tutte le misure che non sono sostenibili sono misure che non sono completamente efficaci, perché in quanto non sostenibili poi, di fatto, fanno cadere il caposaldo della misura stessa. In Italia, al di là del lockdown o meno, quello che è mancato tanto dal punto di vista tecnico, almeno all’inizio, è che tutta la risposta si è concentrata su gli ospedali. Le discussioni erano sui letti degli ospedali, i letti in terapia intensiva… In realtà, sappiamo che le epidemie si sconfiggono soprattutto rinforzando quello che è il territorio: medicina di comunità, di territorio e, in questo caso, i medici di base, i centri per anziani. Anche tutta la discussione sui centri per anziani è iniziata quasi un mese e mezzo dopo l’arrivo dell’epidemia, quindi molto tardi. Quello che è mancato, secondo me, è stato il rinforzo del territorio e sta ancora mancando. Spero che non ci sia la fase 2: adesso è difficile da dire ma nel caso ci sia spero che impariamo da questo: benissimo rinforzare gli ospedali, ma è soprattutto il territorio che va rinforzato e quindi supporto ai medici di base, alle strutture domiciliari e ai territori.

I PROGETTI DI MEDICI SENZA FRONTIERE IN ITALIA E NEL MONDO
Il nostro in Italia è stato il primo progetto puramente Covid-19 che abbiamo aperto, anche perché almeno in Europa è stato il primo Paese colpito. Abbiamo iniziato a Lodi a lavorare sia in ospedali, supportando i colleghi da lì, sia dal punto di vista del rinforzo del controllo dell’infezione, quindi protezione dello staff che durante le pandemie, come quella Ebola, è fondamentale (proteggere lo staff per proteggere il paziente). Abbiamo fatto così a Codogno e a Lodi abbiamo iniziato a lavorare sul territorio (tele-Covid, medici di base, le Rsa). In contemporanea abbiamo aperto un progetto nelle Marche, anche lì con il rinforzo di tutta l’area territoriale, comprese le carceri, i centri per migranti e tutti i percorsi di protezione delle persone per prevenire l’infezione. Abbiamo fatto un progetto in Lombardia e attualmente abbiamo iniziato anche in Piemonte sulle carceri per evitare che entrasse lì il virus e, laddove c’era già, evitare che si propagasse in carcere. Siamo a Roma con un progetto in collaborazione con l’Asl 2 sulla migrazione, quindi Covid-19 e migrazione soprattutto nei siti informali: presa in carico e individuazione precoce dei casi paucisintomatici. Siamo in Sicilia per rinforzare la sorveglianza e il tracciamento dei contratti nell’isola. Questo per quanto riguarda l’Italia. Poi i nostri progetti regolari, come ad esempio quello di Haiti, dove se avete visto l’epidemiologia adesso ad Haiti i casi stanno aumentando in maniera esponenziale e ovviamente anche i nostri progetti precedenti (la maternità al Sud e il centro chirurgico che abbiamo nella capitale) sono stati trasformati in progetti Covid-19, con letti di presa in carico dei pazienti Covid.

LA FRAGILITÀ DEGLI ANZIANI
Sicuramente (mi ha colpito ndr) la fragilità delle persone anziane. Soprattutto per noi (di Msf ndr), che siamo abituati a lavorare in Africa dove la popolazione è molto più giovane, perché quando lavori con le epidemie di morbillo, di malnutrizione, malaria i pazienti sono soprattutto i bambini. Ritornare a lavorare in Italia vuol dire anche tornare a lavorare con gli anziani e la fragilità aumentata dalla solitudine con cui si sono confrontati, perché le strutture hanno chiuso gli accessi esterni, è qualcosa che ti porti dentro.

Questo testo è la trascrizione dell’audio della nona puntata del nuovo ciclo dei podcast IAI dedicati a Covid-19 e comunità internazionale. Ascolta qui la #1, la #2, la #3, la #4, la #5, la #6, la #7 l’#8 e la #9 puntata