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Cara AI Ti Scrivo

Clearview AI: trasparenti intenzioni, opache verità

18 Giu 2020 - Matteo Didioni - Matteo Didioni

Nel contesto di una sempre più visibile e invasiva digitalizzazione della società, l’impiego di nuove tecnologie di sorveglianza e le notizie di abusi ad esse correlate hanno spostato i riflettori su una questione molto difficile da affrontare: la contrapposizione tra sicurezza collettiva e diritti individuali.

Nel campo specifico dei software identificativi, come il riconoscimento facciale, il dibattito si fa particolarmente acceso e, anche in questo caso, la massima espressione dello scandalo ha un nome: Clearview AI.

Diritti e potere
Non fossero bastate le rivelazioni di Edward Snowden sul programma di sorveglianza Prism a dare un calcio al già irrequieto vespaio chiamato Privacy nel 2013, questo gennaio il New York Times ha dirottato l’attenzione dell’opinione pubblica americana sulle attività di Clearview AI.

Nello specifico, parliamo di un’azienda autoctona sviluppatrice di un software in grado di identificare una persona e collegarla ai suoi profili social attraverso un’immediata analisi dei lineamenti facciali. In particolare, la notizia dell’uso di questo software da parte di alcune forze di polizia locale statunitensi presenta, nel caso di Clearview AI, un dettaglio non trascurabile.

Data la necessità di possedere un database contenente delle immagini campione per poter eseguire una qualunque analisi facciale delle persone ricercate, Clearview AI ha deciso di creare il proprio reperendo tali immagini da numerosi profili utente su vari social network. Pertanto, l’idea che la polizia possa risalire all’identità di alcune persone senza averle schedate -passaggio che di norma richiederebbe valide ragioni legali per essere eseguito- non appare generalmente ben accetta agli occhi dell’opinione pubblica.

Problemi in America, problemi in Europa
Complice anche l’assenza di una stringente regolamentazione a livello federale, Clearview AI ha trovato negli Stati Uniti un terreno relativamente fertile nel quale coltivare i propri interessi di mercato. Ciononostante, l’eticità dei servizi offerti dall’azienda è stata contestata da alcune rappresentanze statali come il procuratore generale del Vermont, che ha prontamente aperto una causa legale contro l’azienda.

La rapida espansione internazionale programmata dall’azienda ha invece trovato nell’Europa un terreno estremamente arido, dove l’Unione Europea ha mostrato la propria risolutezza nella protezione dei dati personali tramite il Gdpr e, nell’implementarne i contenuti, ha comunicato tramite lo European Data Protection Board (Edpb) che un utilizzo del suddetto software da parte delle forze dell’ordine degli Stati Membri  potrebbe non essere in linea con le vigenti normative UE.

Considerando inoltre la trapelata inaffidabilità dell’azienda stessa -che in seguito ad un attacco informatico ha visto esposti la propria lista di clienti e il codice sorgente del software applicativo- e il suo recente annuncio di ritiro dal mercato privato, resta da vedere se tale espansione potrà di fatto avvenire.

L’oro del terzo millennio
In una società sempre più digitale e invasiva nella vita dei cittadini, le informazioni private possono presto diventare una valuta universalmente apprezzata – non solo dalla politica – i cui usi subdoli sono potenzialmente innumerevoli. A tal riguardo, sarebbe lecito chiedersi se Clearview AI non rappresenti solo il primo caso di una lunga serie.

Di certo la responsabilità personale riguardo i contenuti che i singoli utenti scelgono di condividere online costituisce un elemento cardine del dibattito e l’invito ad un uso attento di internet non è mai fuori luogo. Tuttavia, questo elemento da solo fornisce ai cittadini una visione abbastanza riduttiva del problema. Non è una novità che certe aziende siano talvolta disposte a vendere le informazioni raccolte nelle loro banche dati (anche in maniera legale) a clienti che intendono utilizzarle in maniera poco etica e lo scandalo Cambridge Analytica ne è una triste rappresentazione.

Mal comune, mezzo gaudio?
Cercando di restare obiettivi, il valore intrinseco di una tecnologia come il riconoscimento facciale non può essere liquidato come universalmente positivo o negativo.

Da una parte, difficilmente il buon senso porterebbe i cittadini ad opporsi alla possibilità di localizzare terroristi o criminali in fuga. Ad esempio, proprio nel caso di Clearview AI alcuni poliziotti statunitensi hanno dichiarato che il software ha contribuito alla risoluzione di episodi di microcriminalità. Inoltre, questa tecnologia può essere impiegata in caso di epidemie per il controllo della diffusione virale: una lezione che la Cina sembra aver ben appreso dalla crisi Covid-19. Dall’altra, il pedinamento o la persecuzione di dissidenti politici da parte di governi non particolarmente inclini a tutelare i diritti individuali, nonché la possibilità per i cittadini di finire erroneamente vittime di un software talvolta inaffidabile (sempre nel caso di Clearview AI) presentano un margine di tolleranza decisamente minore da parte dell’opinione pubblica.

Sebbene questo tema coinvolga ogni persona appartenente a un qualunque stato democratico, forse proprio i cittadini statunitensi – ora più che mai avvolti da un clima di accesi scontri e tensioni – dovrebbero interrogarsi su ciò che il padre fondatore Benjamin Franklin affermò riguardo i valori fondanti della loro nazione: “Chi sacrifica la libertà per la sicurezza, non merita nessuna delle due”.

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