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Sure, Mes e non solo: un glossario (pop) degli aiuti europei

26 Mag 2020 - Giovanni Santambrogio - Giovanni Santambrogio

Aspettando l’annuncio del Recovery Fund integrato in un nuovo bilancio pluriennale dell’Unione europea, proviamo a vedere quali sono state le misure adottate sinora dalle istituzioni Ue. In complesso, il pacchetto approvato lo scorso 23 aprile dal Consiglio europeo prevede aiuti per 540 miliardi di euro: 100 attraverso Sure, 200 dalla Banca europea degli investimenti (Bei) e 240 dall’ormai famigerato Meccanismo europeo di stabilità (Mes).

Il Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency (Sure) è sostanzialmente un ammortizzatore sociale europeo volto a integrare misure nazionali come la cassa integrazione. Si tratta di uno strumento limitato tanto nel tempo, quanto nello scopo. Perché si attivi, tutti gli Stati Membri devono stanziare su base volontaria garanzie per una cifra complessiva di 25 miliardi. A fronte di questa, la Commissione potrà raccogliere sui mercati prestiti fino a 100 miliardi da girare agli Stati a tassi agevolati.

A differenza del Sure, la Bei non è uno strumento temporaneo, ma anzi si occupa di offrire prestiti alle piccole e medie imprese dal 1957. In maniera simile, invece, chiederà contributi aggiuntivi per 25 miliardi a fronte dei quali prestare alle piccole e media imprese fino a 200 miliardi.

L’ultima puntata della saga del Mes
Infine, il Mes. Anche noto come Fondo Salva Stati, in Italia si è tanto parlato della “responsabilità” di chi vi ha dato per primo il via libera. Ma la verità è che non si tratta di un crimine e nessuno ha le mani sporche di sangue. Il Mes è un trattato tra gli Stati europei creato nel 2012 come strumento di salvaguardia nel caso uno Stato si trovi in grossa difficoltà. Può intervenire con due linee di credito: la prima, più snella, porta con sé condizioni piuttosto blande; la seconda, più sostanziosa, altre molto più stringenti di natura macroeconomica. Il problema è che se uno Stato si trova in guai molto seri, come successo alla Grecia, non vi è alternativa alla seconda linea e alle sue draconiane clausole.

In ogni caso, ciò che è successo ad Atene è certo riprovevole, ma altresì passato.

La questione oggi è che è stata messa a punto una nuova linea di credito. Straordinaria, come la situazione. Ognuno (chi vuole, non necessariamente tutti) potrà richiedere fondi fino ad un massimo del 2% del proprio Pil: per l’Italia si tratta di circa 37 miliardi di prestiti a tassi agevolati.  A quali condizioni? Due, molto semplici. I fondi devono essere utilizzati per coprire i costi diretti o indiretti della gestione sanitaria e prevenzione del virus. Essendo prestiti, vanno restituiti.

Il secondo punto potrebbe sembrare lapalissiano, ma rivela l’elefante nella stanza: la sostenibilità del debito pubblico italiano.

Sure, Bei e Mes convengono perché permettono di raccogliere fondi a tassi d’interesse migliori di quelli che gli Stati otterrebbero muovendosi individualmente. Ma pur sempre di prestiti, ovvero nuovo debito, si trattano.

Sullo sfondo, inoltre, è stato sospeso il patto di stabilità, la camicia di forza virtuosa del 60% debito/Pil e deficit al 3%, il che significa che tutti i Paesi Ue, inclusa l’Italia, sono ora liberi di indebitarsi, spendere e spandere come preferiscono.

Il problema, quindi, non sembra tanto dove trovare i soldi, né trovarli a condizioni favorevoli. Il problema sarà il livello – si stima 160-180% – del debito pubblico italiano a fine crisi. Incredibilmente, lo spettro della ristrutturazione del debito è stato invocato prevalentemente come conseguenza del MES. Che è letteralmente l’unica maniera in cui questa non può avvenire. È la fotografia perfetta della politica italiana, spensieratamente prigioniera dell’agenda populista.

Un fondo misto per finanziare la ripresa
La soluzione potrebbe invece arrivare da Bruxelles, dove le speranze ruotano attorno al Recovery Fund. Per ora si parla di un fondo tra i 1000 e i 1500 miliardi all’interno di un riformato bilancio pluriennale 2021-27. Si tratterebbe perciò di uno strumento più strutturale e di lungo periodo, un passo decisivo verso la mutualizzazione dei rischi come norma e non più eccezione.

Ma sarà la qualità, molto più della quantità, a far la differenza. Si intravede infatti la possibilità di un fondo misto, costituito sia da prestiti (loans), ma anche da sussidi (grants), ovvero iniezioni di liquidità che non inficiano sul debito, a fronte di interessi bassissimi ma per sempre.

La proposta di un 500 miliardi a fondo perduto per finanziare la ripresa fatta da Francia e Germania ha trovato l’ostilità dei “soliti noti” – Paesi Bassi e Austria, ma anche Svezia e Danimarca -, che sembrano irremovibili sulle barricate: di condivisione del rischio e del debito non se ne parla.

Vi sono anche fattori di natura domestica. Soprattutto nei Paesi Bassi, ma anche negli altri Stati, il governo deve vedersela con la concorrenza delle forze populiste. Ci sembrerà strano, ma i “falchi” che vogliono metterci il “cappio al collo” a casa loro vengono accusati di eccessiva morbidezza nei confronti di “chi spende tutto in alcol e donne”. È il paradosso sovranista: movimenti identici con interessi opposti.

Il punto è che non si tratta di solidarietà, né di pietà, ma di puro interesse personale. Una Ue in salute, e quindi la salute di ogni suo membro, è fondamentale per una miriade di motivi non certo attinenti alla sfera morale.

Questa crisi, se non affrontata insieme, rischia di produrre un divario insostenibile tra i vari Paesi. Aumentare le distanze, questa volta, si rivelerebbe terribilmente controproducente.

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