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PANDEMIA COVID-19

L’Oms al tempo del coronavirus, tra critiche e progetti di riforma (Parte 2)

3 Mag 2020 - Pino Pisicchio - Pino Pisicchio

Attingiamo, dunque, dalla fonte Hed (Health Emergency Dashboard) dell’11 marzo 2020 le informazioni ufficiali relative alla diffusione del coronavirus nel mondo. Alla data in cui venne formalizzata la pandemia si registravano più di 118.000 casi distribuiti in 114 paesi e il 3,63% di decessi sul numero complessivo degli ammalati di Covid-19, valore di per sé importante. Del numero complessivo dei contagiati, però, ben 80.955 erano nel territorio cinese, dove si registravano 3162 decessi, pari al 3,9 del totale dei contagiati nella Repubblica Popolare.

Il governo dell’informazione sanitaria
Il divario nella contabilità dei decessi balzava agli occhi in tutta evidenza e non riusciva a trovare motivazioni plausibili. Né il decorso della pandemia ha potuto correggere il peso dello squilibrio nella distribuzione del numero di contagi e decessi tra le aree regionali maggiormente colpite a livello globale.

Trascurando per ora di prendere in considerazione l’ipotesi di una speciale inefficacia delle misure di contenimento adottate dalle autorità italiane, spagnole e francesi, anche perché non è emersa da parte dell’Oms un’indicazione di protocolli di profilassi più rigorosi e drastici cui conformarsi, resterebbe il motivo della più profonda penetrazione diagnostica, svolta da questi paesi, nell’analisi della diffusione del coronavirus tra le popolazioni, attraverso una verifica più larga mediante tamponi e di una diversa catalogazione dei decessi causati dal virus, con l’inclusione anche di cause derivanti da patologie diverse, aggravate dal Covid-19 .

La più attenta e rigorosa reazione all’aggressione dell’evento pandemico, per una perversa eterogenesi dei fini, oggi si rivelerebbe un cattivo affare per l’immagine di questi paesi e per la loro reputazione nel mondo, con contraccolpi aggiuntivi sul piano delle economie nazionali. Di certo c’è un problema che riguarda la gestione dei dati da parte dell’Oms, che ha continuato a propalare informazioni prive della necessaria uniformità dei mezzi diagnostici, in contrasto con la sua stessa Costituzione, con pregiudizio di Paesi che possono aver agito con maggiore scrupolo e dei cittadini che hanno il diritto a una informazione completa e scientificamente attendibile.

La mossa di Trump
Il j’accuse di Trump all’Oms, intempestivo, pericoloso dal punto di vista della reputazione dell’unico riferimento sovranazionale esistente in materia di sanità e, inoltre, fortemente indiziato di rappresentare una manovra elettoralistica a pochi mesi dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, colpisce direttamente il più importante e temibile player internazionale, la Cina, nella dialettica in atto tra potenze globali.

Tuttavia, seppur dichiarata con le modalità espressive tipiche dell’esternazione rodomontesca cui il presidente americano ha abituato il mondo, non c’è dubbio che il richiamo alle responsabilità della Cina in questo drammatico contesto pandemico non appaia del tutto eccentrico. Infatti, al netto delle teorie sulla fabbricazione del virus in laboratorio, evocate anche dal Presidente americano, sembrerebbe ormai accettata dalla comunità scientifica internazionale una genesi del Covid-19 situata nel wet market di Wuhan, dove si è verificato l’epicentro iniziale della pandemia. In quel mercato sarebbe avvenuto lo spillover, il salto di specie che, dal pipistrello, attraverso l’animale selvatico è giunto all’uomo, con le note e drammatiche conseguenze che aveva già provocato nel 2002-2003 con il precedente della Sars, di impatto pandemico, però, minore rispetto a quello odierno del Covid-19.

Ripensare l’Oms
Se dunque la dinamica della pandemia ha seguito il tracciato appena descritto, non si potrà non far carico al governo cinese della responsabilità di non aver provveduto a interrompere per tempo, o quantomeno a sottoporre a rigorosa disciplina, pratiche pericolose per l’incolumità collettiva che si svolgevano liberamente nei mercati cittadini della Repubblica Popolare. Al tempo stesso, però, occorrerà rilevare un ritardo dell’Oms nell’assunzione dei suoi doveri istituzionali d’informazione, non solo con riferimento al ritardo con cui è stato dichiarato lo stato di pandemia, ma anche per la mancanza della predisposizione di protocolli omogenei per la raccolta dei dati sull’emergenza sanitaria destinati alla diffusione.

Alle organizzazioni multilaterali del “sistema Onu” ledono in modo ferale le avances di potenze mondiali come la Cina di Xi Jinping, così come il disimpegno ostile dell’altra potenza, l’America di Trump: entrambe le condotte appaiono non solo inadeguate, ma anche contrarie allo spirito “funzionalista” che ne ispirò la costituzione dopo la seconda guerra mondiale, in un progetto di pace globale che ha garantito un presidio con un grado di ideologizzazione necessariamente molto basso.

Dopo la chiusura della drammatica pandemia del coronavirus, occorrerà, pertanto, ripensare al destino dell’Oms, partendo dalle insufficienze rilevate in questa vicenda, alla sua riforma necessaria e incompiuta, indispensabile però per dotare la comunità internazionale di strumenti adeguati per far fronte alle minacce che incombono sugli esseri umani: le altre pandemie, la rottura dell’ecosistema, l’inquinamento, le crisi climatiche, il debito dei paesi deprivati. Minacce che non potranno essere affrontate se non nella dimensione dell’indispensabile cooperazione tra popoli e Stati, così come nello spirito originario delle Nazioni Unite.

Questa è la seconda parte dell’articolo pubblicato su AffarInternazionali sabato 2 maggio 2020.