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PANDEMIA COVID-19

La madre di tutte le recessioni (parte 2)

17 Mag 2020 - Fabio Basagni - Fabio Basagni

Sullo sfondo dell’enorme discontinuità geo-economica in cui siamo immersi, in tutto l’Occidente e soprattutto in Europa è già in opera una violenta ricomposizione del mix delle varie attività. Alcune saranno compromesse, come quella dei viaggi aerei, del retail fisico, dell’intrattenimento collettivo e della restaurazione. Altre fioriranno, come l’e-commerce, il biopharma, il video streaming, il cloud computing, il food delivery.

Linee di emergenza
In questa “distruzione creativa” la tempistica però è cruciale. Le nuove filiere di crescita, già ben visibili e rampanti, non potranno assorbire in tempo reale la forza lavoro espulsa dalle attività morenti o in sofferenza  Si sta quindi dispiegando l’intervento poderoso dei governi nel procurare linee finanziarie di emergenza per evitare rovinose cadute sociali, economiche e finanziarie. Fondi che però non filtrano a valle efficacemente per varie ragioni.

La perdita di efficacia della politica monetaria come leva di crescita macroeconomica, già evidente anche negli ultimi anni, è più chiara nelle ultime settimane. Essa non riesce a raggiungere in tempi brevi tutti i gangli del sistema economico. Deve passare attraverso i sistemi bancari, che non sempre sono un efficiente meccanismo di allocazione di risorse. E non riesce a impattare le aspettative e la fiducia di consumatori e produttori in modo decisivo. La liquidità non è tutto se manca fiducia nel futuro. La Bce è ben conscia di questo, forse più della Federal Reserve, e insiste per un maggior impegno dei governi nel perseguire una politica fiscale e infrastrutturale comune.

Mercati finanziari nella crisi
Ma è probabile che i mercati finanziari globali, perversamente, usino questa mole di liquidità in modalità “asset inflationary“, cioè innalzando e poi demolendo circolarmente i listini, quasi a prescindere dall’andamento sottostante delle economie avanzate (senza incrementi negli investimenti produttivi). I mercati attuali – ormai dominati da algoritmi sganciati dai cosiddetti “fondamentali” – sono “liquidity driven” e rischiano spesso di creare bolle speculative, che producono o aggravano recessioni già in atto. Nè sappiamo come reagiranno i mercati finanziari a un mondo in cui tutti i governi triplicheranno mediamente i propri deficit pubblici nel corso dell’anno in corso, “crowding out” la richiesta del mondo produttivo e dei Paesi a minor potenziale di crescita .

A parte questa attuale distorsione dei mercati finanziari – che prima o poi richiederà dei correttivi regolamentari – in questa fase la politica monetaria può solo dare dosi crescenti di ossigeno emergenziale al sistema finanziario. Ma da sola non è sufficiente a procurare la ripresa dell’attività economica, che in ultima analisi dipende dai consumi privati, cioè dalla fiducia complessiva dei consumatori nei vari continenti. Questa inefficienza è particolarmente vera in Europa, che ha un profilo demografico più “anziano”, quindi meno reattivo agli stimoli monetari, rispetto agli altri continenti.

Due elementi per ricostituire la fiducia
Ma quali elementi possono ricostituire questa fiducia? Essenzialmente due. In primis, la capacità dei governi di predisporre una potente e coordinato sistema atto a fronteggiare le attuali e future emergenze sanitarie. In questo quadro in Europa sarebbe estremamente utile implementare un sistema di monitoraggio e prevenzione sanitaria territoriale comune o coordinato, prendendo a modello quello ottimo tedesco. Non sarebbe solo un atto di politica sanitaria ma anche un importantissimo passo di politica economica: ridurrebbe i divari di vulnerabilità tra i vari Paesi europei (condizione essenziale per ripristinare Schengen a tutti i livelli) con benefici economici per tutti i settori, società e cittadini europei. Credo che questa dovrebbe essere una priorità per l’investimento comune nell’ambito della “finestra sanitaria” del Mes (e altri eventuali “sportelli”) .

Secondo, la messa in moto dell’economia reale in Europa attraverso piani di investimento continentali che assorbano la forza lavoro espulsa dalla crisi, o in grave pericolo di espulsione, soprattutto nella old economy, ricostituendo lo zoccolo duro dei consumi privati . “Vasto programma” direbbe Charles De Gaulle, ma senza di esso non si resta al palo: si precipita a spirale.

Europa e Germania
In questo contesto globale è ancora più urgente oggi riaprire un discorso serio per una politica economica e fiscale europea, tale da dare ai 500 milioni di consumatori-investitori-produttori europei una prospettiva credibile. Rinforzare il mercato unico e l’Euro diviene ora una sfida esistenziale di fronte al rischio di essere risucchiati in un contesto caotico in cui risposte nazionali scollegate rischiano di riportarci ad una situazione simile agli anni ’30, o peggio.

Molto dipende da come la Germania entrerà politicamente nel “dopo-Merkel” entro 6-12 mesi. Potrebbe essere già tardi. Forse già la recente decisione della Corte Costituzionale tedesca è il primo atto del “dopo Merkel”. E comunque le prospettive di un cambio di passo della Germania su questo tema non suggeriscono uno smodato ottimismo.

Questa è la seconda parte dell’articolo pubblicato su AffarInternazionali sabato 16 maggio 2020.