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Cara AI Ti Scrivo

Il braccio di ferro tra Erdoğan e i sindaci dell’opposizione

5 Mag 2020 - Carlo Sanna - Carlo Sanna

Con oltre 127mila casi, la Turchia è l’ottavo Paese al mondo per numero di contagi di Covid-19. Al di là dei dubbi sollevati dalle opposizioni e da varie Ong (e rilanciati dalla stampa internazionale) sulla veridicità dei dati trasmessi, il governo di Ankara – forte di alcune dichiarazioni del rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità in Turchia – sottolinea non solo la propria trasparenza, ma anche l’efficacia nel contenere il numero di decessi, grazie alle “ottime capacità diagnostiche e agli sforzi terapeutici” del sistema sanitario.

Così, gli ambienti vicini al presidente Recep Tayyip Erdoğan legittimano la scelta di imporre il lockdown solo nei weekend, evitando la chiusura totale nei giorni lavorativi: una scelta giustificata esplicitamente dalla necessità di limitare l’impatto della pandemia sull’attività economica, contando sull’efficacia della sanità turca, che garantisce dispositivi protettivi, test e cure gratuiti. La sicurezza ostentata dal governo (seppur, come evidenziato, esistano forti divergenze al suo interno) deve tuttavia fare i conti con una situazione dal punto di vista politico ed economico per nulla tranquilla.

I primi effetti del virus sull’economia e sulle condizioni della popolazione non hanno tardato a manifestarsi. Alcuni ricercatori della Koç Üniversitesi stimano un crollo del Pil nel 2020 tra l’8% e il 17% e una crescita della disoccupazione dal 13,8% attuale al 20%. Inoltre, come spiega l’economista Mustafa Sönmez, la lira turca da gennaio ha perso valore per il 17% rispetto al dollaro. Sommato a una cronica dipendenza dalle importazioni (anche nel settore alimentare) e a un’inflazione già galoppante dalla crisi del 2018, ciò sta avendo un impatto notevole sulla popolazione turca, specialmente nelle fasce più deboli e più esposte agli aumenti dei prezzi. Secondo un recente sondaggio del centro di ricerca ER di İstanbul, il 52% degli intervistati dichiara di avere difficoltà nell’acquistare beni di prima necessità, e il 68% nel pagare tasse e bollette, mentre il 42% dichiara che almeno un membro della propria famiglia ha perso il lavoro.

Le misure dei Comuni
Di fronte a questa drammatica situazione, al di là delle misure d’insieme prese dal governo (tra le quali la sospensione dei licenziamenti e il pagamento di un’indennità di 1170 lire – 154 euro al cambio attuale – a chi si trovi in aspettativa non retribuita), azioni più mirate possono essere prese dalle municipalità, più vicine alle esigenze locali e per questo più efficaci nel predisporre misure a sostegno della popolazione a rischio. Alle elezioni del 2019 l’opposizione conquistò 6 delle 10 maggiori città del Paese, tra cui le tre principali: İstanbul, İzmir, e la capitale Ankara, e ha dunque la possibilità (e la responsabilità) di occuparsi dei problemi dei loro cittadini (che solo in queste tre città sono 27 milioni, circa un terzo della popolazione turca).

Tuttavia, anche le iniziative dei sindaci sono diventate terreno di scontro politico e polarizzazione. A İstanbul e Ankara sono stati aperti dei conti bancari sui quali i cittadini potevano effettuare donazioni per interventi a sostegno delle fasce più deboli (solo ad Ankara circa 100.000 cittadini bisognosi hanno fatto domanda d’accesso a questi aiuti). A İzmir la municipalità ha installato dei distributori automatici di mascherine. A Eskişehir i servizi di mensa per i meno abbienti sono stati potenziati. Ad Adana è stato costruito un ospedale da campo. Tutte queste iniziative (ma non quelle simili adottate dai sindaci filogovernativi) sono state bloccate dall’esecutivo turco, e i promotori accusati di “voler creare uno stato parallelo”, attentando all’unità nazionale.

La nuova generazione di amministratori kemalisti
La prova di forza di Erdoğan non si è limitata al semplice ostacolo alle iniziative locali. I conti bancari aperti dai sindaci di Ankara e İstanbul (900.000 lire turche di donazioni solo quest’ultimo) sono stati congelati, e il ministero dell’Interno ha avviato delle inchieste contro di loro. Contestualmente, Erdoğan ha lanciato la sua campagna ufficiale di solidarietà, “Biz Bize Yeteriz”, specificando che sia l’unico canale di donazione consentito in tutto il Paese. Il messaggio che lancia è inequivocabile: il suo partito Akp potrà anche aver perso le elezioni, ma ha ancora potere e controllo in quelle città. E lo rafforza con l’ormai tipica retorica aggressiva e polarizzante, definendo certi giornalisti e politici dell’opposizione come un “virus da sradicare” una volta sconfitto il Covid-19. Alla radice di quest’aggressività c’è tuttavia una preoccupante consapevolezza.

Insieme alle grandi città, le elezioni del 2019 hanno sottratto all’Akp il monopolio del sostegno ai più bisognosi. Come evidenzia il giornalista turco Murat Yetkin, per la prima volta in quasi due decadi gli aiuti e il welfare non arrivano più con l’etichetta “Akp”. Il Chp, partito d’opposizione per anni dipinto come sclerotizzato e tutore di pochi gruppi d’interesse, sta avendo l’occasione di tornare popolare tra le fasce più deboli e tra le masse nei grandi centri urbani. Erdoğan, che ha coniato l’espressione “chi vince İstanbul vince la Turchia”, era ben consapevole, anche prima dell’epidemia, della portata della sfida alla propria legittimità rappresentata da questa nuova generazione di carismatici sindaci kemalisti. La crisi sanitaria sta solo accelerando e aumentando l’intensità di un braccio di ferro decisivo per il futuro della Turchia.

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