IAI
16 - Lezioni per l’Italia e l’Europa

Guerra al Covid-19 e transizione internazionale

3 Mag 2020 - Giovanni Faleg - Giovanni Faleg

È stato il Presidente francese, Emmanuel Macron, nel discorso alla nazione del 16 marzo 2020, tra i primi capi di stato europei a parlare esplicitamente di una vera e propria guerra contro la pandemia Covid-19, quel nemico invisibile e intoccabile la cui avanzata repentina e inesorabile sul fronte europeo ha messo in ginocchio i sistemi sanitari nazionali. Si è trattato di un blitzkrieg.

Nessun governo era preparato. L’Europa d’altronde non è stata esposta a gravi epidemie in tempi recenti, essendo stata l’ultima l’influenza spagnola del 1918-1920. La memoria storica gioca una funzione di prevenzione fondamentale – si pensi ad esempio all’antisemitismo o al terrorismo. I nostri sistemi, contrariamente a quelli di molti paesi asiatici, non avevano sufficiente consapevolezza politica per prevedere, prevenire e rispondere efficacemente alla crisi. Questo ha dato luogo a misure prese tardivamente, rifiuto o sottovalutazione del rischio, cambiamenti repentini di approccio. È stato perso tempo prezioso.

Europa senza strategia
È mancata inoltre la lucidità di impostare una strategia efficace. La migliore sarebbe stata la prevenzione, ma le misure preventive in Europa sono state prese quando il virus era già in circolo. Si è quindi deciso di isolare intere nazioni, bloccando whatever it takes i contagi, in una situazione ormai fuori controllo. Ma queste risposte non rientravano in un quadro di pianificazione strategica, come ad esempio l’approccio della Corea del Sud.

Di conseguenza, è mancata anche una narrativa strategica chiara, una storia condivisa su come affrontare la sfida e le implicazioni che ne sarebbero derivate, favorendo così un clima di incertezza. Le conseguenze umane della pandemia sono state particolarmente gravi per l’Italia, a causa del collasso della Lombardia. Le dinamiche che hanno portato alla “Caporetto lombarda” dovranno essere chiarite quando l’emergenza sarà finita. Ma ci sono delle lezioni che possiamo già apprendere per il dopoguerra.

Distruzione creatrice
L’Italia e l’Europa hanno bisogno di strumenti per prevenire e reggere onde d’urto simili a quella attuale. Le forze armate in uno Stato garantiscono la protezione dei cittadini dalle molteplici sfide di sicurezza, con alti costi sul bilancio pubblico anche in tempo di pace. Nonostante vi sia un’enorme sproporzione tra gli investimenti nella difesa e il reale rischio di un conflitto, la necessità di tale polizza assicurativa è largamente accettata dalla popolazione. Se quindi siamo abituati a rischi tradizionali quali il terrorismo o un conflitto, oggi siamo anche esposti ai rischi delle catastrofi sanitarie e ambientali, per affrontare le quali non siamo armati.

Tutte le guerre portano una distruzione creatrice. Dopo la seconda guerra mondiale, l’ordine internazionale liberale, sotto l’egida statunitense, fu ricostruito su due pilastri di cooperazione multilaterale: il sistema di Bretton Woods, per regolare le relazioni economiche e commerciali fra gli Stati, e la Nato, quale meccanismo di difesa collettiva dalla minaccia costituita dall’Unione Sovietica. Senza questo sistema di garanzie, non vi sarebbero state risorse per ricostruire l’Europa distrutta dalla guerra e proteggerla dalle sfide di un sistema bipolare.

Gestire la transizione
La guerra al Covid-19 ha mostrato l’inadeguatezza dei meccanismi politici e istituzionali esistenti, ma anche del libero mercato, di fronte a rischi ed esigenze di società avanzate: la sanità oggi, l’ambiente o la protezione cibernetica domani. In altre parole, non c’è attualmente una “Nato” per la sanità che ci difenda da un’epidemia. Ma ciò che non esiste può essere inventato.

Dobbiamo cominciare a pensare a nuove forme di produzione di beni pubblici e livelli di spesa che fino a qualche mese fa sarebbero stati impensabili. I sistemi sanitari nazionali devono essere finanziati, equipaggiati, addestrati alla protezione dei cittadini dai nemici invisibili. Sono inoltre imperativi l’ampliamento, l’ottimizzazione e l’integrazione dei sistemi di welfare europei per fronteggiare le devastanti conseguenze socio-economiche di questa guerra, e una maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale per prevenire catastrofi già annunciate dalla comunità scientifica – serva da monito il fatto che mentre la pandemia ci soffoca, il pianeta ricomincia a respirare grazie alla sensibile riduzione dell’inquinamento. Serviranno risorse, ma servirà innanzitutto leadership politica che sappia gestire la transizione.

L’opportunità dell’Ue
Solo l’Unione Europea, unita, può esercitare tale leadership e mobilitare le risorse necessarie. Il Covid-19 del resto ha accelerato un processo già in atto di ridefinizione dell’ordine internazionale, in cui logiche di competizione e conflitto multipolari fra attori globali avrebbero gradualmente eroso le basi del multilateralismo. Quello che secondo gli analisti sarebbe accaduto in una decina d’anni, si sta materializzando in pochi mesi.

La battaglia delle narrative tra Cina e Stati Uniti ne è un esempio. Il virus sarà tanto piú potente e distruttivo, quanto più si legherà alla frammentazione globale del potere, ed alle tensioni che ne deriveranno. Nel Dna strategico dell’Ue sono presenti anticorpi “naturali”, quali i concetti di sostenibilità, resilienza,  stato sociale.

Sta all’Europa scegliere se prendere il timone e ricostruire un modello più avanzato e integrato di governance transnazionale, accompagnato da una maggiore autonomia strategica, della quale stati membri e cittadini sarebbero i primi a trarre beneficio. Oppure, aspettare un salvagente che potrebbe non arrivare mai.

Questo articolo è il sedicesimo di una serie dedicata a una riflessione sul Covid-19 e la sicurezza internazionale, aperta da Vincenzo Camporini e Michele Nones.