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14 - LEZIONI PER L'ITALIA E L'EUROPA

Emergenza Covid-19, un gioco a somma zero

1 Mag 2020 - Gabriele Natalizia - Gabriele Natalizia

Come ogni crisi che si rispetti, anche quella innescata dal coronavirus ha imposto ai principali attori internazionali di compiere scelte strategiche. Presumibilmente queste avranno un impatto significativo sull’ordine internazionale, inteso à la Kissinger come la combinazione tra “un insieme di regole comunemente accettate” e “una distribuzione del potere in grado di imporre il controllo quando le regole vengono meno”.

Il ruolo degli Stati Uniti
La necessità di fronteggiare l’emergenza ha chiamato in causa, anzitutto, il garante dell’ordine internazionale. Sia per ragioni legate alla decennale politica di retrenchment americana, che per l’esigenza di Donald Trump di apparire nell’anno delle elezioni ancor più fedele alla promessa dell’America First, Washington è sembrata titubante nel suo ruolo di guida. Come altri governi occidentali, dapprima ha negato il problema, per poi dimostrarsi distante dalla tragedia che stava colpendo i suoi principali alleati. La Casa Bianca ha successivamente compreso che la rotta andava aggiustata, come indicato dal Memorandum on Providing Covid-19 Assistance to the Italian Republic.

Tuttavia, il suo atteggiamento non ha contribuito a rafforzare quell’ordine liberale che già prima della crisi sembrava scricchiolare. Da una potenza egemone, infatti, non ci si aspetta solo l’esercizio della forza, ma anche la fornitura di “servizi pubblic””. In questo particolare frangente, tale concetto indica i modelli di comportamento, i consigli e le risorse per affrontare la lotta alla pandemia che gli altri Paesi si aspettano dagli Stati Uniti.

Le istituzioni internazionali
L’emergenza coronavirus, inoltre, ha agito come uno stress test per quelle organizzazioni che costituiscono gli architravi dell’ordine liberale, come l’Onu e l’Ue. Alla prova dei fatti i loro risultati non sono stati confortanti. Da un lato, è arrivata l’ennesima conferma della marginalità in cui le Nazioni Unite sono da tempo relegate rispetto a quelle crisi internazionali per cui erano state immaginate. Questa condizione ha assunto contorni paradossali per via del ruolo quanto meno ambiguo interpretato da una delle sue principali agenzie, quell’Organizzazione Mondiale della Sanità a cui gli Stati Uniti hanno deciso di sospendere temporaneamente i fondi.

Dall’altro lato, l’Unione Europea non si è dimostrata efficiente come avrebbe dovuto nel favorire un’effettiva cooperazione tra gli Stati membri. Al netto delle dichiarazioni ufficiali, l’assenza di un punto di equilibrio tra le esigenze e le politiche dei Paesi nordeuropei e quelle dei Paesi dell’Europa meridionale rischia di rappresentare una battuta d’arresto dai contorni temporali indeterminati per il processo di integrazione.

Russia e Cina di fronte alla crisi
Oltre ad aver portato alla luce le contraddizioni interne al campo occidentale, il Covid-19 ha anche fornito l’ennesimo palcoscenico alle cosiddette potenze revisioniste, che hanno dimostrato di essere capaci di cogliere le opportunità celate dietro alla crisi. La Federazione Russa ha adottato un’inedita politica del doppio binario. Sul versante interno, il Cremlino ha accantonato la tradizionale “verticale del potere” che l’aveva contraddistinta in vent’anni di “putinismo”, devolvendo senza problemi la gestione dell’emergenza sanitaria alle autorità locali. Tale scelta è stata probabilmente dettata dalla volontà di evitare lo scotto di eventuali performance negative a un esecutivo che sta maneggiando una questione cruciale per il futuro del Paese come la riforma costituzionale.

Sul versante internazionale, invece, la Russia ha sapientemente sfruttato l’occasione per stemperare la tensione con gli Stati occidentali attraverso l’invio di personale medico (militare) e materiali sanitari, di cui hanno fatto particolarmente notizia quelli verso l’Italia e gli Stati Uniti. Al tempo stesso, ha messo in discussione la leadership dell’Arabia Saudita sul mercato energetico e la sopravvivenza dei produttori di shale oil americani assumendo una linea dura sulla produzione di petrolio nonostante il crollo del prezzo al barile.

Ancor più efficace sembra essere stata la Repubblica Popolare Cinese. Sul fronte domestico ha saputo sfruttare la crisi per rimuovere i dirigenti locali sgraditi ai vertici del Pcc e, al tempo stesso, stringere ancor di più il controllo sulla popolazione. Sul fronte internazionale, invece, la crisi potrebbe finire per rafforzare Pechino. Sebbene le stime dicano che il suo Pil subirà una decisa contrazione, questa sarà comunque inferiore a quella che sperimenteranno gli Stati occidentali. E, come Xi Jinping sa bene, in politica internazionale a contare sono i vantaggi relativi e non quelli assoluti.

Inoltre, la crisi dei prezzi energetici sta offrendo a un Paese energivoro e dipendente dall’esterno per i suoi approvvigionamenti la possibilità di aumentare a basso costo le riserve strategiche. Infine, Pechino è riuscita a ribaltare la narrativa dominante sul Covid-19. A inizio marzo la Cina era generalmente considerata l’origine del coronavirus e il suo regime accusato di essere parte in causa della sua diffusione, avendo inizialmente blindato le informazioni in merito. Oggi, invece, è per lo più guardata come un leader nella lotta al morbo e un numero crescente di persone – soprattutto nel mondo “libero” – considera auspicabile un’intensificazione dei rapporti con la Cina a discapito di quelli con gli alleati tradizionali.

Sebbene sia difficile prevedere cosa accadrà nel medio termine per via dell’estrema fluidità degli eventi in corso, l’istantanea qui scattata sugli equilibri di potere per come sono stati modificati in qualche mese dalla crisi Covid-19 ci svela i contorni di un gioco a somma zero. E i Paesi occidentali al momento non sembrano essere tra quelli da inserire nella colonna dei “vincenti”.

Questo articolo è il quattordicesimo di una serie dedicata a una riflessione sul Covid-19 e la sicurezza internazionale, aperta da Vincenzo Camporini e Michele Nones.