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Covid-19 e comunità internazionale: parla Marta Dassù

26 Mag 2020 - Marta Dassù - Marta Dassù

Ormai sappiamo che ogni dieci anni circa abbiamo un’epidemia di varia intensità. In fondo, queste epidemie sono come dei terremoti, esiste una sorta di scala Mercalli per cui possono avere una maggiore o minore letalità. Quella attuale è un’epidemia di tipo intermedio, come ce ne sono state altre nel secondo dopoguerra, ma quello che veramente ha cambiato tutto è l’intensità del contagio economico nell’epoca in cui viviamo. La globalizzazione ha largamente amplificato gli effetti di un problema globale come questo, rendendo un problema sanitario rapidamente un problema economico-sociale.


GLI STRUMENTI DELL’UNIONE EUROPEA
L’Europa ha reagito all’inizio con un riflesso nazionalista: Paese per Paese, chiusura dei confini e così via, ma nell’insieme non è stata una reazione più lenta di quella che si è avuta nel 2008-2010, anzi forse lo è stata meno. Tutto sommato è presto per dare un giudizio vero perché dobbiamo aspettare che queste decisioni maturino nel loro insieme ed è un processo lungo, però l’Europa ha effettivamente messo sul tavolo degli strumenti importanti che prefigurano un pacchetto di misure, dai nuovi fondi per il problema della disoccupazione, Sure, alla sospensione del Patto di stabilità e delle regole sugli aiuti di Stato, al Mes, fino a questo fondo Recovery, di cui non sappiamo ancora bene la sorte. Queste misure, se si concretizzeranno in queste forme, lasciano intravedere un deciso salto di qualità della risposta europea.

IL FUTURO DELLA BREXIT
Per gli inglesi la pandemia effettivamente è stata uno shock nel senso che la linea iniziale di denial di Boris Johnson si è rivelata troppo rischiosa. Infatti, poi ha fatto marcia indietro. Non fa, invece, marcia indietro sull’idea di fondo che tutto sommato il prezzo del coronavirus si confonderà con i prezzi della Brexit e quindi in qualche modo l’uscita avviene senza poter imputare al distacco con l’Unione Europea una serie di problemi per l’economia britannica. Credo che questo calcolo ci sia e in questa chiave la Gran Bretagna non sta ancora chiedendo un rinvio dei tempi d’uscita al gennaio dell’anno prossimo né tantomeno sta sfruttando la possibilità di un allungamento dei negoziati. Quindi, va in effetti verso un no deal, un qualcosa che mi sembra abbastanza rischioso, dato che tutto sommato la Brexit di Boris Johnson si basava su un contesto globale più benevolo in cui la Gran Bretagna avrebbe potuto giocare una sua carta più globale, in parte verso gli Stati Uniti ed in parte verso i paesi asiatici e la Cina, per rimettersi un po’ al centro di un sistema di scambi multilaterali e globali senza avere necessariamente come unico punto di riferimento l’Europa. Questa cosa è sempre stata poco credibile data l’importanza degli scambi tra Gran Bretagna ed Europa, ma diventa molto più difficile da gestire adesso con una tensione del genere tra Stati Uniti e Cina – quella che viene definita una sorta di nuova guerra fredda Hi-tech – e quando la domanda interna europea legata al mercato unico diventa così importante per tutti i Paesi europei. La situazione inglese è da seguire con molta attenzione e secondo me sarà una situazione critica, non facile.

MERKEL E NUOVO REALISMO EUROPEO
Secondo me, una cosa molto interessante è il percorso che stanno compiendo la Germania e la Cancelliera Angela Merkel verso quello che potrebbe essere definito un nuovo realismo europeo. Tutto sommato, la Germania – per una serie di ragioni che possiamo esaminare – ha deciso che salvaguardare l’integrità del mercato unico è un suo interesse fondamentale. Lo ha ribadito e dunque l’aiuto ai Paesi più vulnerabili deve essere vero molto più di quanto non lo sia stato nella crisi 2008-2010. Questo per una prima ragione che è proprio la crisi della vecchia globalizzazione. La Germania era l’unico Paese europeo, anche più della Gran Bretagna – tornando a quello che dicevo prima – ad avere in teoria la possibilità di un’opzione globale: i suoi scambi molto rilevanti con la Cina, il rapporto con gli Stati Uniti. Con la crisi della prima globalizzazione, in parte dovuta alle tensioni commerciali innescate da Donald Trump e poi certamente alla crisi delle relazioni con la Cina, la Germania deve invece assolutamente poter basarsi sulla forza del mercato interno e quindi sta facendo il possibile per riuscire a salvaguardarlo. Questa è una prima ragione molto importante. La seconda certamente può dipendere dalla fase in cui si trova la cancelliera Merkel, che è alla fine della sua lunga carriera politica e quindi nella fase in cui un leader può decidere di assumere posizioni anche abbastanza difficili, preferendo passare alla storia per quello che propone senza preoccuparsi tanto dei risvolti elettorali. Poi, qualcuno sostiene che questo è anche un effetto controintuitivo della sentenza della Corte Costituzionale tedesca, che ha messo in discussione la supremazia del diritto europeo, quindi la legittimità del vecchio piano di acquisti della Bce e ha spinto la politica tedesca della Cancelliera a reagire su una linea più decisamente europea. È, se si vuole, la grande novità della situazione di oggi: una Germania che da egemone riluttante, come un po’ è sempre stata, diventa di nuovo un Paese trainante, con l’appoggio della Francia – anche perché Macron aveva sempre sostenuto queste tesi, ma finora non aveva mai ricevuto una risposta alle sue tesi sulla sovranità economia europea, che invece sono molto presenti nel documento franco-tedesco, basti pensare al suo discorso alla Sorbona. Mi pare che la cosa fondamentale sia la messa a punto di questa posizione tedesca. Vediamo se riuscirà o meno a smuovere quei piccoli Paesi frugali del Nord che ancora si oppongono alla possibilità di emissione di debito comune europeo come leva per attivare questo piano di Recovery.

CINA, USA E RAPPORTI ATLANTICI
Certamente è un problema di opinione pubblica, abbiamo visto i sondaggi sull’Italia, in particolare quelli di Swg, e una parte maggioritaria dell’opinione pubblica italiana tende a considerare la Cina come un grande amico a seguito della diplomazia delle mascherine, mentre considera la Germania un nemico e gli Stati Uniti né un nemico né un amico. Il problema del rapporto Atlantico esiste ed è complicato da risolvere. In questa fase, è chiaro che Donald Trump, che pensava di impostare la campagna elettorale per la propria rielezione sull’economia – che fino al gennaio di quest’anno aveva un’ottima performance – ha deciso invece di impostarla sul confronto verso la Cina, su cui esiste un consenso bipartisan e dunque è una strada più sicura. Sembrerebbe che gli convenga in chiave elettorale combattere la Cina piuttosto che il virus. Per l’Europa ricostruire un sano rapporto economico, commerciale e di sicurezza con Washington è secondo me fondamentale, non solo perché non abbiamo certamente ancora raggiunto un’autonomia sul piano strategico, non abbiamo una capacità di difesa autonoma – anche se la Francia dopo la Brexit aspira a essere la nuova potenza di riferimento ma non è accettata dal resto d’Europa come tale. Rimane vitale un legame di sicurezza che per altro, al di là delle dichiarazioni di Trump, è sempre continuato in questi anni e non si è mai indebolito: la Nato non si è mai indebolita per quanto riguarda l’operatività militare, le forze militari americane in Europa non si sono ridotte e così via. Credo sia anche un rapporto economico fondamentale – basta guardare al volume degli scambi – perché siamo entrati in un’epoca di parziale de-globalizzazione, in cui in qualche modo è interesse dell’Europa riscrivere una parte delle regole del gioco globali e cercare di salvaguardare un sistema multilaterale di scambi aperti. Le economie europee, come quella della Cina, dipendono molto dall’export, mentre l’America vi dipende meno visto che ha una solidità del mercato interno maggiore. Dunque, il nostro problema è di convincere gli Stati Uniti che ripristinare un sistema multilaterale che funzioni è anche nel loro interesse. Ragionando su quella che potrebbe essere un’agenda geopolitica europea post Covid-19, credo che il rafforzamento dei rapporti Atlantici sia uno dei problemi principali.

VIETATO TRASCURARE I NOSTRI CONFINI
Insieme a quello c’è il problema dell’instabilità ai nostri confini. Adesso siamo impegnati in questo piano di Recovery interno, dobbiamo riprenderci da questa drammatica contrazione delle nostre economie, ma intanto nelle aree confinanti, in particolare nel Mediterraneo con il suo retroterra africano, avremo un impatto nefasto sia di un’eventuale estensione su scala più ampia della pandemia, sia del tracollo del prezzo del petrolio che indebolisce fortemente alcuni dei Paesi a cui siamo legati, come Marocco, Libia ed Egitto, con le scoperte del gas e così via. Il secondo punto di questa Europa geopolitica che Ursula von Der Leyen aveva annunciato, ma che non si sta traducendo in niente perché l’Europa riesce a malapena a gestire una crisi per volta e quindi tutto quel “voler” si è fermato, ma si ripresenterà probabilmente con flussi migratori che riprenderanno in modo abbastanza massiccio e quel fenomeno potrebbe innescare nuovi riflessi di chiusura in Europa. C’è da stare attenti e non trascurare tutto ciò, anche se lo stiamo già facendo.

Questo testo è la trascrizione dell’audio della nona puntata del nuovo ciclo dei podcast IAI dedicati a Covid-19 e comunità internazionale. Ascolta qui la #1, la #2, la #3, la #4, la #5, la #6, la #7 e la #8 puntata