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L'Ambasciatore Ue presso l'Unione Africana

Il coronavirus non fermerà la partnership Europa-Africa: parla Sabatucci

7 Mag 2020 - Maria Laura Conte - Maria Laura Conte

“Mi sembra che in Europa si fatichi a comprendere che cosa stia succedendo in Africa almeno quanto si fatica a misurare l’impatto del virus sull’Europa stessa”. Ranieri Sabatucci, ambasciatore della Ue presso l’Unione africana, da Addis Abeba traccia un quadro sulle implicazioni della diffusione del Covid-19 in Africa che, per quanto pesanti, non arresteranno secondo lui il processo avviato di costruzione di una nuova partnership tra Europa e Africa.

“Dal punto di vista sanitario – spiega l’ambasciatore – basta che cambi il sistema di mapping, e ogni oggettività salta. In Burundi non c’era neanche un caso registrato di Covid-19 e quando hanno chiesto la ricetta di un simile contenimento, dal ministero della salute hanno risposto: “basta non fare i test“. Un altro fattore da considerare è l’alta esposizione alle epidemie dei Paesi africani, di gran lunga maggiore della nostra. Il rischio è che brancoliamo tutti nel buio francamente. Per cui, dato che il sistema sanitario non è in grado di sostenere una pandemia come in Europa, esiste la consapevolezza che vanno cercate opzioni diverse per tutelare la salute. Qualcuno si sta attivando: in Etiopia il governo sta cambiando la destinazione di alcuni centri in modo che possano ospitare malati e curarli. Ma soprattutto si lavora sulla prevenzione”.

E l’impatto di natura economica?
“Il Covid-19 sta generando delle rotture nelle supply chain mondiali le quali privano l’agricoltura africana di fattori produttivi essenziali, quasi sempre importati, quali ad esempio i fertilizzanti dalla Cina. Tutto ciò si aggiunge ad altre crisi quali quella delle invasioni di locuste nell’Africa dell’Est. L’appuntamento mondiale del pellegrinaggio alla Mecca potrebbe essere cancellato: quello è un enorme mercato per il Corno d’Africa, i produttori ne risentiranno parecchio”.

Il passo tra instabilità economica e l’instabilità politica è breve.
“Certo. Gli europei non faticheranno a capire che questa situazione potrebbe costituire un problema per tutti, ed esacerbare il flusso di migranti africani verso l’altra sponda del Mediterraneo. Con tutte le conseguenze di equilibri politici del caso”.

Poche settimane prima del lockdown globale era stato presentato il nuovo documento “Towards a comprehensive strategy with Africa, declinato in 10 azioni da compiere insieme. La pandemia lo farà saltare?
“Al contrario: noi auspichiamo che questo possa rafforzare ancora di più il nostro partenariato. Solo insieme possiamo limitare gravi danni futuri. Diventa ancor più evidente oggi che l’interconnessione è una questione molto concreta: se non si risolve in Africa la pandemia, non la si risolverà neanche in Europa. Credo ci voglia reciprocità. Certo, ci possono essere alcuni capi di stato focalizzati sulla crisi migratoria, che possono pensare che chiudere i confini sia la soluzione. Ma proprio questa pandemia è la prova contraria: non si è bloccata la trasmissione, malgrado siano stati chiusi i confini, mentre stiamo imparando la lezione che il partenariato va implementato, e su questo dobbiamo lavorare ora”.

Eppure esiste il rischio che il virus sottragga risorse a questo impegno…
“Se la Ue non mostrasse ogni sforzo per incrementare il partenariato, proprio ora, potrebbe suscitare dubbi sulla sua capacità di distinguere le priorità. Malgrado siamo estremamente presi da questa tragedia, non è mancata l’attenzione a sostenere i nostri partner in modo efficace. Abbiamo contattato tutti gli Stati per vedere se nel programma di cooperazione potevamo indirizzare le risorse verso la pandemia. In molti Paesi, dove interveniamo con il budget support, si sta riaprendo la possibilità di ridiscutere i piani previsti per adeguarli alla situazione attuale. Sono stati messi a disposizione finanziamenti aggiuntivi. Non siamo stati rapidi come i cinesi a inviare aerei con mascherine, test e kit sanitari, ma stiamo andando alla sostanza”.

Al centro della nuova strategia Ue-Africa erano stati posti Grean Deal e digitale. Restano ancor questi i cardini?
“Io credo di sì. Sono due sfide che si stanno mostrando ancora più centrali di prima sia per lo sviluppo africano, che per quello europeo. Anzi ora c’è una presa di coscienza maggiore”.

Gli africani chiedono relazioni alla pari con l’Europa. Come risponde a questa provocazione?
“Che è una richiesta giusta. Che per lavorare alla pari occorre essere trasparenti e aperti a chiarire la propria posizione fino in fondo. Il problema è che, mentre l’Europa è molto impegnata a definire i propri interessi rispetto all’Africa, non credo che l’Africa stia facendo altrettanto: gli africani non hanno ancora sviluppato una strategia per l’Europa. E non possiamo ridurci a cercare di interpretare noi le loro necessità. Il miglior campo di gioco è il multilaterale e globale. Il Covid-19 ci dà ulteriore impulso in questa direzione”.

Cioè abbiamo bisogno di africani che agiscano sulla mappa europea e globale?
“Per un continente preso da così tante sfide – dal terrorismo alla fame, alla sicurezza, all’assenza della presenza dello Stato in tanti contesti – mi rendo conto che chiedere di guardare al multilaterale appaia ardito, ma è necessario oltre che possibile”.

Il virus sta mettendo in difficoltà anche la prospettiva del grande mercato unico africano?
“Sì, ha messo un freno. Ma un mercato comune non si costruisce in tempi brevi, ha bisogno di prospettive lunghe. Si procede comunque. Sarà l’espressione compiuta della potenzialità africana e aprirà una grande chance anche nei confronti dell’Europa a beneficio per tutti”.

Anche della Cina?
“Io non mi metto tra coloro che dicono che l’Europa è spaventata dagli investimenti cinesi in Africa. Io ritengo che più investimenti ci sono in Africa, meglio sia. Il punto è che l’investimento deve essere addizionale, non sostitutivo. Se investi con un ritorno finanziario del 10%, ma hai disboscato, quel ritorno economico non è reale, perché anche i danni arrecati hanno un costo. Noi auspichiamo un tavolo trasparente, dove si aggiungano investimenti a condizioni chiare: più ce n’è meglio è, nel rispetto delle convenzioni internazionali sulla tutela del lavoro e dell’ambiente. Non esiste concorrenza con la Cina, ma chiediamo chiarezza”.

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