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Cara AI Ti Scrivo

E noi andammo: la storia del volo di Gagarin

11 Apr 2020 - Matteo Didioni - Matteo Didioni

Esattamente 59 anni fa, il 12 aprile 1961, l’umanità assisteva ad un evento che avrebbe per sempre cambiato il corso della sua storia: il lancio del Vostok I.

Jurij Alekseevič Gagarin, pilota di caccia e cosmonauta sovietico, ha solo 27 anni quando ordina il decollo del vettore che lo proietterà oltre l’atmosfera, rendendolo il primo uomo a lasciare con successo il pianeta Terra.

Un volo di appena 108 minuti e un simbolo destinato a durare decenni, di cui per molti aspetti solamente oggi è possibile capire la reale importanza come strumento di sviluppo sostenibile e di cooperazione internazionale. Nel 2011, tale riconoscimento è giunto anche dalle Nazioni Unite, che tramite una risoluzione ha ufficialmente proclamato il 12 aprile come la Giornata internazionale del volo spaziale umano.

Una missione
Tra le numerose affermazioni di Gagarin – attribuitegli e non – una in particolare assume un significato importante per la sua epoca: “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”.

Alcuni membri del Politburo avrebbero per certo trovato “appropriata” tale esternazione, poiché un chiaro riferimento ai tempi -mai giunti – in cui il comunismo sarebbe divenuto un’ideologia globale. Altri, invece, avrebbero potuto facilmente etichettarla come “poco sovietica” o addirittura “pericolosa”, specie se pronunciata da un russo battezzato dalla Chiesa ortodossa.

Nessuno avrebbe invece potuto pensare che indipendentemente dai numerosi risvolti geopolitici di allora – non proprio pacifici in piena Guerra Fredda – l’eredità del primo cosmonauta avrebbe avuto un significato più profondo, molto superiore al comunismo.

Qualche decennio più tardi, la corsa all’esplorazione spaziale avrebbe infatti spinto numerose nazioni della Terra a lavorare insieme per raggiungere traguardi comuni, come la costruzione della Stazione spaziale internazionale (Iss) e la creazione dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari dello spazio extra-atmosferico (Unoosa), con il compito di garantire l’utilizzo dello spazio come strumento di cooperazione internazionale e sviluppo sostenibile globale.

Una prospettiva
Sebbene pochi all’apparenza, i 108 minuti trascorsi nello spazio furono sufficienti a Gagarin per acquisire un’altra importante consapevolezza: “Girando attorno alla Terra, nella navicella, ho visto quanto è bello il nostro pianeta. Il mondo dovrebbe permetterci di preservare ed aumentare questa bellezza, non di distruggerla!”

Anche in questo caso, un’affermazione molto forte, se pronunciata da un esponente di un apparato militare-industriale come quello sovietico, il cui poco rispetto per la Terra ha portato a tragedie ambientali difficilmente sanabili, tra cui il prosciugamento del Lago d’Aral.

Oggi più che mai, la lungimirante osservazione di Gagarin assume un significato preciso e univoco: la Terra è l’unica casa che l’umanità possiede e diventa ogni giorno più fragile.

Le tecnologie spaziali, come gli strumenti per l’osservazione della Terra, hanno svolto un ruolo chiave nel renderci consapevoli di come i cambiamenti climatici stiano affliggendo il nostro pianeta e nel farci capire che a problemi globali è necessario trovare soluzioni globali.

Una convinzione che l’astronauta Paolo Nespoli – detentore del record italiano di permanenza nello spazio – ha fiduciosamente espresso alla vigilia della sua terza missione sulla Stazione spaziale internazionale, affermando che “la possibilità di guardare il nostro pianeta da lassù ci farebbe diventare tutti migliori terrestri.”

Una specie
Soprattutto in questi tempi di forte divisione, sospetto e ostilità reciproca tra nazioni, è spesso facile dimenticarsi di tutto quello che l’umanità è riuscita a compiere attraverso iniziative comuni e di come questo nostro lungo viaggio verso l’esplorazione extraterrestre sia iniziato.

Lo spazio non ci ha solo insegnato a capire le conseguenze delle nostre azioni, ci ha anche permesso di esprimere una delle migliori virtù della nostra specie: la capacità di affrontare e superare le sfide insieme. Ma la scintilla innescata da Gagarin quel giorno ha un significato ancora più profondo. Un sentimento condiviso e portato avanti da coloro che lo hanno seguito alla volta dello spazio nei decenni successivi: se lo vuole, l’umanità è in grado di superare i propri limiti.

Dopo più di mezzo secolo, questa fiamma continua ad ardere nei cuori e nelle menti di coloro che vedono nello spazio la nostra unica via verso il futuro, di certo non rappresentato da iniziative economiche o militari di singole nazioni, talvolta incapaci di vedere oltre i propri interessi.

Questa è la vera eredità di Gagarin, primo testimone che l’intelligenza e la determinazione umana possono essere un motore ben più potente dei razzi che spinsero in orbita il Vostok 1, dando inizio al nostro viaggio. Un viaggio che noi tutti cominciammo quel lontano mercoledì mattina al cosmodromo di Bajkonur, quando Gagarin pronunciò la parola che avrebbe cambiato le nostre vite per sempre.

“Andiamo”, disse lui. E noi andammo.

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