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IL CIELO SOPRA BRUXELLES

Ue tra decisioni e percezioni (parte 2)

7 Apr 2020 - Stefano Polli - Stefano Polli

Proviamo a sognare. Se nelle prossime settimane e nei prossimi mesi l’Europa dovesse fare davvero uno scatto di reni e se i suoi leader recuperassero almeno un pezzetto della visione dei grandi leader europei del passato, che tipo di sviluppo potremmo prevedere per la nuova Europa del coronavirus?

Se Macron si ispirasse, compito davvero non semplice, a Mitterand, se la Merkel ricordasse il coraggio di Kohl, che si giocò la sua carriera politica in nome dell’Europa, dell’Euro e della Germania riunificata, se la von der Leyen studiasse qualche scritto di Delors? Se accadesse miracolosamente tutto questo di fronte a quale Europa ci potremmo trovare? Insomma, che cosa deve fare l’Europa per sopravvivere alle conseguenze politiche del coronavirus?

Scrivere la Storia
È chiaro che questi leader europei dovrebbero riuscire in un compito nel quale fino ad oggi hanno fallito. Dovrebbero scrivere un nuovo capitolo della storia europea. Dovrebbero scrivere la Storia con la “esse” maiuscola.

Dovrebbero far ripartire la costruzione dell’Unione politica, un capitolo rimasto alle prime righe, e completare la costruzione dell’Unione monetaria. E dovrebbero cominciare proprio dalla riscrittura delle regole che ingabbiano l’economia europea. Siamo tutti d’accordo che bisogna essere virtuosi e che non bisogna accumulare debito. Ma è anche vero che l’Europa non è stata fatta soltanto sui numeri, ma sui principi e sui valori. Così come è vero che in molti, negli ultimi anni, hanno avanzato molti dubbi sui parametri di Maastricht. Romano Prodi, che l’Europa la conosce bene e che è stato presidente della Commissione, ha detto che il patto di Maastricht è “stupido”. Prodi intendeva dire che il 3% ha senso in alcuni, in altri ha senso il 4 o il 5%, in altri lo 0%. Insomma, la politica economica “non si fa con le tabelline”.

Come nacque il 3%
Vale la pena a allora di ricordare come nacque il rapporto del 3% tra deficit e Pil. Questa soglia è stata “inventata” negli anni ’80 da uno giovane e sconosciuto funzionario francese, Guy Abeille.
Dopo la vittoria alle elezioni del 1981 il deficit francese salì moltissimo perché Mitterand dovette mantenere le varie promesse elettorali. Il governo quindi aveva bisogno di nuove regole molto severe per tenere il deficit e il debito sotto controllo.

Leggiamo come la racconta Abeille in una ricostruzione del Sole 24 Ore di qualche anno fa: “prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6 % del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze“.
Avete capito bene: un’analisi teorica basata sul livello del deficit francese agli inizi degli anni ottanta. Ma non è finita qui.

Così prosegue il racconto di Abeille: “Abbiamo stabilito la cifra del 3 per cento in meno di un’ora. È nata su un tavolo. Mitterrand aveva bisogno di una regola facile da opporre ai ministri che si presentavano nel suo ufficio a chiedere denaro. Avevamo bisogno di qualcosa di semplice. Tre per cento? È un buon numero, un numero storico che fa pensare alla trinità“.

Da parametro francese a europeo
Ecco come è nato il famoso e temuto 3% del rapporto deficit-pil. Ma andiamo avanti. Come è passato dalla Francia all’Ue questo parametro, divenuto uno dei cardini di Maastricht?

La Francia convinse la Germania a dare il suo via libera. In effetti, in quegli anni, il livello di indebitamento europeo era pari a circa il 60% del Pil. La crescita nominale era circa il 5%, e l’inflazione al 2%. In questo modo i debiti potevano crescere al massimo di un 3 % all’anno, per non superare la soglia del 60%.

Ma perché proprio il 3%, e non il 2,5 % o il 3,5 % o il 4%? Nessuno ha la risposta giusta e diversi presidenti della stessa Bundesbank. I “guardiani” delle teorie economiche europee, non hanno saputo rispondere a questa questione.

Ma andiamo avanti. Come è noto, nel corso della crisi economica nata nel 2008, prima degli interventi decisivi di Mario Draghi e della Bce da lui presieduta, l’Europa ebbe un’altra sbandata in direzione del rigore e dell’austerità economico-finanziaria. Questo portò alla nascita dell’ulteriore inasprimento delle regole economiche e alla nascita del fiscal compact. Il quotidiano Le Parisien sottolinea che “l’ironia della storia è che i tecnocrati di Bruxelles si sono ispirati al famoso 3% anche per creare un’altra regola iscritta nel nuovo trattato di bilancio europeo e altrettanto falsamente cartesiana, quella che obbliga a limitare il deficit strutturale degli Stati allo 0,5 per cento. Perché non l’1 o il 2 per cento? Nessuno lo sa. Insomma, appare chiaro che la scienza fu messa in secondo piano nei palazzi di Maastricht al momento di decidere la nuova architrave europea che detta ancora oggi la linea”.

Pochi ideali e molti numeri
Eccoci qua. Aver ripercorso la nascita dei parametri di Maastricht e del fiscal compact ci aiuta a capire e a leggere meglio gli ultimi due decenni della storia europea, nel corso dei quali si sono strenuamente difesi regole e parametri nati 40 anni fa sulla base del deficit francese di quegli anni, quando a Parigi si ragionava ancora in franchi francesi. Regole che, più di una volta, si sono dimostrate inadeguate ai veloci cambiamenti dell’economia mondiale nell’era della globalizzazione.

È una storia molto diversa da quella che avrebbero voluto i padri fondatori. Pochi ideali e molti numeri, pochi valori e molte regole economiche, pochi principi e molti litigi su qualche zero virgola qualcosa. Soprattutto è mancata la visione, si è un po’ persa la strada. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Guy Abeille.

Meno numeri e più idee
Quindi il futuro dell’Europa può essere costruito soltanto con meno numeri e più idee. L’economia è importante. Se l’economia non funziona va tutto a rotoli. Ma non può essere l’unico parametro preso in considerazione. La solidarietà, l’unità di intenti, il coraggio e una visione comune del mondo devono essere la nuova bussola della Nuova Europa. Questo se vorrà e potrà sopravvivere al coronavirus, altrimenti può decidere di suicidarsi sull’altare di parametri economici e di regole finanziarie.

Sarà capace l’Europa di avere un sussulto nuovo, sarà capace di rispondere al richiamo della Storia? In passato ci è riuscita, più di una volta. Quando è giunta sull’orlo del baratro è sempre stata capace di riprendersi e di riprendere il cammino. Stavolta è più difficile, perché la prova è molto dura e l’Europa di oggi non è messa bene.

Ma a noi piace pensare che domani, invece, accadrà proprio questo.

Questa è la seconda parte dell’articolo pubblicato su AffarInternazionali lunedì 6 aprile 2020.