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4 - LEZIONI PER L'ITALIA E L'EUROPA

“Ripensare” Nazioni Unite, Nato e Unione europea

11 Apr 2020 - Stilicone - Stilicone

La crisi mondiale generata dal Covid-19 è al suo picco e forse non è il momento di parlare di nuovi assetti per la sicurezza internazionale, o forse sì. In realtà, è proprio nei periodi di maggiore crisi che si percepiscono con più grande attenzione i cambiamenti in corso e si progettano, nel bene e nel male, i futuri assetti politici, economici e di sicurezza.

La Carta Atlantica, primo passo per la creazione delle Nazioni Unite, fu firmata il nel 1941, mentre le truppe naziste sembravano inarrestabili. Nello stesso periodo fu redatto il Manifesto di Ventotène: “per un’Europa libera e unita”, considerato uno dei testi fondanti dell’Unione europea. A guerra ancora in corso, nel 1945 a Jalta, furono decisi l’assetto delle Nazioni Unite e il futuro assetto politico dell’Europa, che ha retto fino agli anni ’90.

Grazie alla fine della Guerra Fredda abbiamo vissuto un trentennale periodo di relativa sicurezza strategica, ma oggi la pandemia ha reso manifesta l’urgenza di ripensare all’assetto di protezione e tutela della comunità transatlantica e di tutti i Paesi che condividono i medesimi valori di democrazia e libertà. È innegabile la progressiva affermazione globale di nuovi attori che, per la prima volta in molti secoli, hanno basi culturali e un sistema di valori diversi da quelli a noi familiari. La gravitazione degli Stati Uniti è oggi prevalentemente nel Pacifico e la contrapposizione in atto non è più solo simmetrica e militare, ma valoriale, culturale, economica e tecnologica.

Ripensare il futuro europeo
Alcune istituzioni internazionali di passato successo, quali la Nato e le Nazioni Unite e la stessa Unione Europea, appaiono oggi bisognose di essere “ripensate” per renderle utili ed efficaci nel mutato scenario, pena la loro progressiva irrilevanza. Il sistema dei Paesi europei è dunque chiamato ad assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza, almeno nella sua regione e nelle aree limitrofe.

Le genti europee, cullate per anni in un “clima a-storico” di sopravvalutazione della loro rilevanza e capacità e di negazione dei problemi e delle esigenze per la loro difesa, hanno bisogno di dedicare maggiore attenzione al loro futuro, progettandolo e reinventandolo sulla base delle loro reali esigenze.

Esigenza di cambiamento
Quanto fatto sino a oggi per adeguarci ai mutamenti in atto, onestamente, non ha avuto successo. Le cause principali di tale fallimento sono l’incapacità di vedere l’esigenza di cambiare, la mancanza di volontà di modificare lo status quo anche quando l’esigenza diviene evidente e, infine, l’assenza di un corretto approccio metodologico ai problemi, quando affrontati.

Le difficoltà nascono dall’assenza di una cultura diffusa di pensiero strategico. La mancanza di pensiero, prospettiva storica e visione fanno si che non si riesce a cogliere l’esigenza di cambiamento finché non ci colpisce. Il desiderio di non modificare lo status quo, invece, è il risultato di un certo spirito di superiorità, figlio di un malcelato autocompiacimento per i passati successi, ma soprattutto è frutto di mancanza di “coraggio” in tutti gli attori coinvolti. Tale condizione nasce dall’egoismo e dalla scarsa volontà delle nostre società e delle nostre leadership – a tutti i livelli – di rischiare, fatto che impedisce di prendere le decisioni necessarie, sacrificando qualcosa oggi per garantire un domani migliore.

Tali mancanze portano a una distorsione del corretto approccio strategico ai problemi, si riflettono e si amplificano in ogni tentativo di analisi o di riforme condotte, e portano a concentrarsi prevalentemente sugli strumenti attuativi e su soluzioni incrementali e di corto respiro, piuttosto che sugli obiettivi e sui migliori percorsi per raggiungerli. Nel mondo della sicurezza e della difesa tale modo di procedere ha storicamente dimostrato di portare a conseguenze negative.

Tre nuove “C”
Le timide riforme introdotte negli ultimi anni nella Nato e nell’Ue erano forse necessarie, ma sicuramente non decisive, né in grado di dare a queste organizzazioni gli strumenti per essere adeguate alle esigenze che dovrebbero salvaguardare. Non bastano dunque le tradizionali “3C“(Cash, Contribution and Capabilities), ma servono anche le nuove3C“: Capacità, Credibilità e Coraggio.

Capacità, intesa non tanto in termini tecnici e operativi, quanto piuttosto di qualità dei decisori, che sono professionalità, esperienza, visione strategica, capacità di guidare, spirito di sacrificio e serietà d’azione. Esse prefigurano comportamenti virtuosi a beneficio della comunità e meno agli interessi di parte. Queste, piuttosto che altre, sono le caratteristiche che dovrebbero essere premiate nei percorsi di carriera e nelle scelte per ricoprire posizioni di rilievo al fine di costruire leadership adeguate.

Credibilità, intesa come obiettivo dei singoli e delle organizzazioni che essi rappresentano. Si manifesta non solo con le qualità prima illustrate, ma anche con la capacità di dare concreto seguito a quanto stabilito, col mantenere gli accordi presi e con comportamenti coerenti e consequenziali agli obiettivi stabiliti nel tempo. La credibilità di un sistema accresce quella del singolo, da maggiore valore alle proposte fatte e consente di acquisire rispettabilità e fiducia da parte di coloro che devono seguire le indicazioni date, aumentando, di fatto, la resilienza e la forza del sistema.

Coraggio, indispensabile per intraprendere il percorso di adattamento delle istituzioni e per compiere le scelte necessarie. Richiede assunzione di responsabilità, velocità decisionale, semplificazione dei processi e delle strutture e rinuncia a quanto non essenziale, piuttosto che adattamenti per salvaguardare rendite di posizione, soluzioni di compromesso raffazzonate o paginate di pie intenzioni.

Questo articolo è il quarto di una serie dedicata a una riflessione sul Covid-19 e la sicurezza internazionale, aperta da Vincenzo Camporini e Michele Nones.