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8 - LEZIONI PER L'ITALIA E L'EUROPA

Prime indicazioni (e qualche lezione appresa) dalla pandemia

19 Apr 2020 - Gianandrea Gaiani - Gianandrea Gaiani

La pandemia di coronavirus non si è ancora placata, ma forse è già possibile tracciare alcune “lezioni apprese” da questa pandemia e ipotizzare come influenzerà l’immediato futuro. 

Pare evidente che quasi nessuno Stato fosse adeguatamente preparato a gestire un simile evento, anche se misurare la virulenza del Covid-19 solo in base ai numeri può risultare difficile e fuorviante. Molti dati e informazioni sul virus appaiono poco credibili, o del tutto inattendibili come quelli forniti dal regime di Pechino, che tanti fans sembra avere in alcuni ambienti italiani. Una conferma che i valori democratici dovrebbero restare una discriminante (premiante anche sulla convenienza economica) quando si instaurano intese o alleanze.

Le società occidentali si sono dimostrate estremamente fragili e i loro leader impreparati di fronte a una minaccia biologica sottovalutata, a volte derisa e, ancor più grave, affrontata all’inizio (quando poteva essere contenuta) con la lente deformata dell’ideologia che in Italia ha indotto il governo a liquidare come “razzismo” gli appelli a chiudere confini e imporre quarantene. 

Rinunciare a erigere muri impone di crearne altri interni, non sempre efficaci e certo mai agevoli da realizzare, come dimostrano le polemiche sulle “zone rosse”. 

Le falle italiane
Innegabile che il governo italiano abbia mostrato molte falle in termini di pianificazione, gestione e comunicazione dell’emergenza ma è altrettanto evidente che l’impreparazione generale emersa in Occidente stona rispetto ai numerosi allarmi lanciati fin da dopo l’11 settembre 2001 circa la minaccia biologica. 

Se oggi fonti istituzionali ci rivelano che l’Italia necessita di 90 milioni di mascherine al mese, a emergenza finita è lecito attendersi che i magazzini della Protezione Civile vengano riempiti con riserve di mascherine e altri equipaggiamenti necessari a sostenere per almeno 3 o 4 mesi emergenze simili. 

Tra gli Stati che sembrano aver per ora retto meglio, in termini di numeri del contagio e di misure assunte, all’urto del Covid-19, sembrano esserci Corea del Sud, Taiwan, Giappone e Russia. Le loro popolazioni sono senza dubbio particolarmente disciplinate, ma si tratta di nazioni che per ragioni storiche e geopolitiche da tempo si preparano con protocolli e procedure specifici – che potrebbe essere utile approfondire – a fronteggiare attacchi di tipo nucleare, biologico e chimico.  

Un ulteriore elemento su cui riflettere è il ruolo fondamentale ricoperto dai militari il cui impiego in emergenze interne continua a crescere in termini qualitativi e quantitativi. 

Il ruolo delle Forze Armate
Indipendentemente dal fatto che questo avvenga per reali necessità o per insufficienza/inadeguatezza di alcune strutture civili, potrebbe essere il caso di valutare di affidare ai militari la gestione delle emergenze con l’istituzione di una riserva e/o il ripristino di una leva anche limitata che rendano disponibile personale inquadrato militarmente addestrato a far fronte a calamità, riducendo così il coinvolgimento delle Forze armate professionali, concepite per fare altro e la cui operatività va preservata per fronteggiare possibili minacce.  

Anche se media e politica sembrano concentrarsi da mesi solo sull’emergenza coronavirus, le aree di crisi restano in buona parte attive, incluse quelle che riguardano i nostri interessi nazionali. 

Limitandoci alla Libia, dove si registrano importanti sviluppi militari, l’Italia appare drammaticamente assente, se si esclude il comando dell’operazione navale Ue “Irini” il cui varo è già stato criticato dal governo di Tripoli, che la interpreta come una missione che favorirà le milizie del generale Khalifa Haftar perché tesa esclusivamente a impedire il flusso via mare di armi turche verso la Tripolitania. 

La distrazione di Roma
Se siamo distratti non è però solo colpa del virus: in dicembre il ministro degli Esteri annunciò la nomina di un inviato speciale per la Libia, di cui da quattro mesi non si hanno più notizie.  

Se la pandemia sembra assorbire tutte le energie e l’attenzione è necessario evidenziare che ora più che mai c’è bisogno di pianificare il futuro a breve termine per tutelare l’economia nazionale, i nostri asset pubblici e l’industria strategica in vista di un contesto globale potenzialmente drammatico

Che tra i “danni collaterali” del Covid-19 vi sia l’Unione europea, vittima della sua stessa incapacità strutturale di gestire persino una pandemia con spirito unitario e solidale, sembra essere ormai chiaro a tutti almeno a giudicare dai toni “quasi da sovranisti” utilizzati oggi da molti europeisti convinti.

Il dopo-virus sarà probabilmente caratterizzato da una globalizzazione rallentata nei suoi ritmi (almeno per un po’), ma ancor più selvaggia a causa della recessione che colpirà quasi tutte le economie. Un contesto in cui le strutture istituzionali e industriali della Difesa saranno ancora più fondamentali per sostenere la nazione e in cui ogni Paese cercherà con ogni mezzo di acquisire vantaggi, privilegi e sfere d’influenza a scapito degli altri, inclusi quelli che ci ostiniamo a chiamare partner e alleati. 

Meglio quindi prepararsi fin d’ora a contare solo sulle nostre forze.

Questo articolo è l’ottavo di una serie dedicata a una riflessione sul Covid-19 e la sicurezza internazionale, aperta da Vincenzo Camporini e Michele Nones.