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PALAZZO DI VETRO

Libia: un anno di guerra e la pace è più lontana che mai (parte 2)

17 Apr 2020 - Francesco Semprini - Francesco Semprini

Il 2 marzo scorso l’inviato delle Nazioni Unite e capo della missione Onu in Libia (Unsmil), Ghassan Salamé, annuncia a Guterres di lasciare l’incarico. “Per due anni ho cercato di riunire i libici, frenare le interferenze esterne e preservare l’unità del Paese”, ha spiegato il diplomatico libanese. “Fino ad oggi si è tenuto il vertice di Berlino, è stata emessa la risoluzione 2510 e sono state lanciate le tre percorsi (militare, economico e politico, ndr) nonostante la riluttanza di alcuni. Ora che la mia salute non consente più questo ritmo di stress ho chiesto al Segretario generale di rimuovermi dall’incarico, sperando nella pace e stabilità per la Libia”.

Impasse alle Nazioni Unite
Le dimissioni di Salamé, che ha lasciato dopo aver ottenuto risultati parziali ma importanti, sembrano essere una delle pochissime vicende nella recente storia del Paese che ha messo tutti d’accordo. I governativi, che talvolta lo hanno criticato per essere poco incisivo con Haftar, la compagine haftarina, che lo ha ritenuto troppo filo-occidentale, e lo stesso Salame, che stanco e alla soglia dei 70 anni si è andato a godere la sua corposa pensione.

E ora? Ora di fatto l’Onu è acefala in Libia. Al di là della stima che tutti hanno nei confronti della sua vice Stephanie Williams, l’impressione è che la supplente può fare poco in assenza del professore incaricato e nel frattempo il nuovo rappresentante del Segretario generale potrebbe metterci molto ad arrivare. La candidatura dell’algerino Ramtane Lamamra non è decollata, a causa delle perplessità di diversi Paesi, compresi gli Stati Uniti, mentre l’Unione africana spinge per avere un suo uomo dinanzi allo scetticismo di alcuni che pensano possa essere una figura debole. Altri, nel frattempo, si fanno avanti ma la designazione del nuovo inviato rischia di essere un processo che richiederà tempo, molto tempo.

Missione Irene
L’avvio dell’operazione militare Irene, per il controllo dell’embargo Onu sulle armi alla Libia, che va a sostituire l’operazione Sophia, non è stata accolta bene sia a Tripoli che a Bengasi, il che potrebbe significare che non è poi così sbilanciata. Ad ovest sostengono che il controllo navale penalizzi più loro, perché Haftar le armi se le fa mandare per via terreste e aerea. L’argomento è solo parzialmente valido perché le armi arrivano per via aerea anche dalla Turchia attraverso Misurata. Ma anche perché la presenza di navi è concentrata soprattuto in Cirenaica e si occuperà anche del contrabbando di petrolio: per questo preoccupa le autorità dell’est.

Le critiche dell’una parte e dell’altra si bilanciano. Ciò non toglie il forte malessere di Tripoli, che l’ha presa molto male, nonostante una telefonata esplicativa dell’Alto commissario europeo Josep Borrell al ministro degli esteri Mohamed Taher Siala. Il Consiglio presidenziale vede in questa decisione la conferma di un atteggiamento sbilanciato che non tiene conto che vi sia un governo, ovvero il Gna, riconosciuto dalla comunità internazionale e che ha il diritto di difendersi da chi l’ha aggredito.

Quindi già parlare di embargo a un governo aggredito, secondo Serraj e il suo esecutivo, non ha molto senso, e per di più se si creano missioni “così sbilanciate” è chiaro che il compito di difendersi si complica ulteriormente.

Miraggio della pace
Scommettere oggi ad una tregua è impensabile, perché la tregua c’era e non è stata rispettata. I bilanci di Unsmil sono sempre più drammatici: “la situazione umanitaria è peggiorata a livelli mai visti in precedenza. Tra il 1 aprile 2019 e il 31 marzo 2020, sono state registrate almeno 356 morti e 329 feriti. Circa 149 mila persone a Tripoli e dintorni sono state costrette a fuggire dalle loro case dall’inizio dell’offensiva”.

Tutto questo mentre il virus impedisce le normali attività diplomatiche: una formula come quella delle Conferenze di Berlino e di Monaco è già un esercizio abbastanza metafisico, vista la presenza di Paesi come la Russia e gli Emirati (ma anche gli Stati Uniti) che dicono talvolta cose diverse rispetto a quello che fanno. Se non si ha nemmeno la possibilità di prendere sottobraccio il proprio interlocutore e parlargli a margine delle riunioni, tali consessi diventano ancora meno utili. Le riunioni in teleconferenza hanno limiti oggettivi per la trattazione di tematiche del genere.

Il momento è pertanto difficile e anche molto rischioso perché la Libia dovrebbe trovarsi alle prese con la pandemia nel mezzo di un conflitto in fase di escalation, con un effetto moltiplicativo in termini di vittime che potrebbe essere letale. L’attuale fase è difficile e i bombardamenti pesantissimi su Tripoli non cambiano la situazione sul terreno ma terrorizzano la popolazione, e non solo visto che cadono non lontano dall’ambasciata italiana. Questo non fa altro che aumentare il livello di sfiducia e l’odio. Più si va avanti e più diventa difficile riunire la famosa assemblea intra-libica che fa parte del piano di Berlino e della carta Onu, per trovare un governo transitorio in grado di portare il Paese alle elezioni e quindi al superamento della crisi.

È opinione comune che, a questo punto, solo un avanzamento o una ritirata sul terreno possa generare una tregua. Certificando di fatto l’impotenza della politica.

Questa è la seconda parte dell’articolo pubblicato su AffarInternazionali giovedì 16 aprile 2020.