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Italia e Germania insieme per una risposta globale a guida europea

23 Apr 2020 - Nathalie Tocci, Ferdinando Nelli Feroci, Boris Ruge, Tobias Bunde - Nathalie Tocci, Ferdinando Nelli Feroci, Boris Ruge, Tobias Bunde

Il progetto europeo fu costruito sulle ceneri delle due guerre mondiali. La pandemia di coronavirus, la più devastante dell’ultimo millennio, potrebbe essere causa del suo smembramento o potrebbe rivelarsi il catalizzatore per la costruzione di una Unione europea più forte per il futuro.

Con la contrazione dell’economia Ue stimata al 7% del Pil e nel mezzo di una recessione economica globale mai vista dagli anni ’30 del secolo scorso, ciò che sta diventando chiaro a tutti è che la ricostruzione è possibile solo se gli europei restano uniti. Il presidente della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeir, parlando delle responsabilità del suo Paese, ha detto di recente: “La Germania non può riemergere forte e sana dalla crisi se non lo diventano anche i nostri vicini”.

Tale consapevolezza ha portato già a diversi passi concreti: dalla sospensione del Patto di stabilità e crescita al programma straordinario di acquisto di titoli di debito della Banca centrale europea (Bce), dallo schema europeo di disoccupazione (Sure) alle garanzie di prestito delle Banca europea degli investimenti (Bei), fino alla revisione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Se queste misure fossero state accompagnate da un ambizioso Recovery Fund, dal supporto ad una ricerca congiunta su farmaci e vaccini e soprattutto da una risposta risoluta agli attacchi frontali alla democrazie nei suoi stessi Stati membri, ecco che l’Ue avrebbe decisamente fatto la sua parte.

Come l’Ue di oggi si comporterà di fronte alla crisi determinerà come sarà l’Ue di domani. Se dovessero prevalere le risposte nazionalistiche alla pandemia, sarà la fine del progetto europeo. Ma se riuscissimo a creare una vera strategia europea, allora potremmo costruire un’Europa migliore ed una vera Unione. L’onere è sugli Stati membri, a partire da due fondatori di gran peso come i nostri Paesi, Italia e Germania, che dovrebbero collaborare nella promozione di una risposta europea all’altezza della sfida.

In un mondo lacerato da un crescente confronto tra Stati Uniti e Cina, nel quale il Covid-19 getta nel caos le regioni più fragili che circondano l’Ue ed il multilateralismo rischia di collassare proprio adesso che più serve, l’ibernazione non è un’opzione per la politica estera europea. Il Covid-19 è un momento decisivo tanto per la tenuta interna dell’Unione quanto per il suo ruolo su scala globale.

Questa pandemia che non conosce confini sta portando in casa nostra la consapevolezza che impegnarsi nelle regioni che ci circondano è qualcosa che dovremmo fare non solo per altruismo ma anche per un accentuato interesse personale: nessun continente è un’isola. La nostra risposta al Covid-19 non si può fermare ai confini Schengen, che il virus ignora completamente. Ciò è vero anzitutto per i Balcani occidentali: sul piatto non ci sono solo la salute pubblica ed il futuro socio-economico, ma anche l’orientamento politico dei Paesi della regione.

In Nord Africa, Medio Oriente ed attraverso l’Africa sub-sahariana, il Covid-19 è un moltiplicatore di minacce che esacerberà vulnerabilità e crisi già esistenti. Le densamente popolate città dell’Africa insieme con gli alti livelli di povertà rappresentano una bomba ad orologeria per la diffusione dell’infezione. In Siria, dove il sistema di salute pubblica nelle aree controllate dall’opposizione è stato diverse volte attaccato dell’aviazione russa e dal regime, ci sono solo 325 posti letto di terapia intensiva con ventilatori a fronte di una popolazione di 17 milioni di persone. Senza il lusso del distanziamento sociale, se il Covid-19 si propagasse in queste regioni, il bollettino delle vittime sarebbe devastante.

E allarmanti sono anche gli effetti indiretti della pandemia sulle regioni intorno l’Europa: dall’insicurezza alimentare nel Corno d’Africa ad un inasprimento dell’instabilità sociale in Iraq, Algeria o Libano, dal rischio terrorismo a un crescente autoritarismo.

Occuparsi di tutto ciò mentre l’Unione lotta per la propria sopravvivenza è impegnativo. Nonostante ciò, nessun altro attore globale è pronto a fare un passo avanti  ed un fallimento sulla scena globale colpirebbe l’Unione stessa. Gli Stati Uniti hanno (temporaneamente) abdicato alla leadership globale, mentre l’attivismo internazionale della Cina ha raggiunto un visibilissimo picco geo-strategico. L’Ue sta iniziando a comprendere le implicazioni di tutto ciò. Ha riallocato oltre 15 miliardi di euro ed aggiunto altri 5 per combattere il Covid-19 oltre i propri confini. Considerando che da sola la Germania ha introdotto un pacchetto di stimoli all’economia di oltre 750 miliardi di euro, questa è solo una primissima goccia nell’oceano.

Gli europei dovranno non soltanto mobilitare immediatamente le risorse esistenti per sostenere i fragili settori sanitari di questi Paesi, ma anche assicurare che a guidare il prossimo Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 sia un principio di solidarietà tanto interna quanto internazionale. E che si vada verso un’architettura finanziaria più coerente, nella quale tanto la Banca europea degli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) quanto le agenzie degli Stati membri si coordinerebbero per mobilitare fondi per l’estero.

Il Covid-19 sottolinea anche l’importanza di un’altra pietra miliare della politica estera europea: il multilateralismo. La pandemia potrebbe rappresentare il punto di flessione di un ordine internazionale che sta rapidamente andando verso un futuro  in cui la competizione tra grandi potenze è la regola. Con il cambiamento della configurazione dell’ordine internazionale, principi, norme e istituzioni su questo costruite rischiano di dissolversi a loro volta. Lasciando da parte meriti, limiti ed errori dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), è chiaro che la sospensione del finanziamento annunciata dagli Usa è del tutto irresponsabile. Affrontare le pandemie e le altre sfide transnazionali del nostro tempo – dal clima al digitale alla demografia – richiede non meno ma più cooperazione internazionale, norme, regole ed istituzioni comuni.

Ferma sostenitrice delle Nazioni Unite, sta all’Europa avviare questa azione destinando 500 milioni di euro in più all’Oms, in attesa che l’organizzazione conduca una valutazione critica della sua risposta alla crisi. Non meno importante è il bisogno di mobilitare forum multilaterali per alleviare l’impatto economico globale di una crisi che, a differenza di quella del 2007-2008, è iniziata nell’economia reale ma potrebbe contagiare i mercati finanziari. Un primo passo chiave è stato la decisione dei ministri delle Finanze del G20 riguardo una sospensione del ripagamento del debito dei Paesi in via di sviluppo. Con Regno Unito ed Italia a dirigere la Cop26 ed il G7 e G20 del 2021, gli europei non devono perdere l’opportunità offerta da queste piattaforme di governance globale per assicurare che la ripresa della crescita globale sia verde.

Dopo il Covid-19 la globalizzazione deve cambiare e cambierà. Ma piuttosto che cadere in rovina o rifugiarsi nei nazionalismi, la globalizzazione 2.0 deve recuperare i suoi principi di apertura ed interdipendenza, mentre diventa più giusta e più regionalizzata. Chi, se non gli europei, dovrebbe guidare questo processo?

Riduzione e traduzione dall’originale inglese a cura della Redazione.

Una versione in tedesco è disponibile sul sito della Munich Security Conference.