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11 - LEZIONI PER L'ITALIA E L'EUROPA

Il Medio Oriente tra ipocrisia e pandemia

26 Apr 2020 - Nicola Pedde - Nicola Pedde

Solo l’Iran, in apparenza, è stato colpito duramente dal Covid-19 nell’ampia regione del Medio Oriente, con lo sviluppo di un focolaio che ha moltiplicato i casi in breve tempo, incrementando il numero dei decessi e costringendo le autorità ad adottare provvedimenti di limitazione della mobilità paragonabili a quelli del resto del mondo industrializzato.

L’Iran, dotato di una struttura sanitaria relativamente moderna ed efficiente, pur nell’ambito di una gestione a tratti caotica, ha affrontato con una certa efficacia la gravità della crisi.

Già economicamente in ginocchio per effetto delle sanzioni economiche, però, per la prima volta dagli anni Sessanta Teheran ha richiesto l’aiuto del Fondo monetario internazionale (Fmi) – per 5 miliardi di dollari – dovendo tuttavia incassare l’opposizione degli Stati Uniti, che hanno accusato l’Iran di strumentalizzare l’emergenza sanitaria al fine di conseguire un interesse economico, accusando il Paese di non aver cessato il proprio ruolo attivo nelle dinamiche di sicurezza della regione, dall’Iraq allo Yemen.

Profonda crisi in Iraq
In Iraq l’effetto della pandemia si è inserito nel solco di una profonda crisi politica, economica e sociale, caratterizzata da una vocale protesta della società civile contro la corruzione e l’incapacità del governo di provvedere ai bisogni più elementari della popolazione, ma anche dalla feroce critica all’ingerenza dell’Iran e degli Stati Uniti nelle dinamiche politiche del paese, che ha trasformato l’Iraq nel loro terreno di scontro.

La diffusione del Covid-19 ha quindi rappresentato il pretesto per impedire la continuità delle proteste di piazza iniziate lo scorso ottobre, permettendo a una generazione politica del tutto estranea alle richieste della società civile di continuare a manipolare il processo di selezione del nuovo primo ministro, in una dinamica che rischia di portare  nuovamente l’Iraq sull’orlo di una pericolosa crisi politica interna.

Tornato l’ordine in Libano
Non molto diversa la gestione dell’emergenza sanitaria in Libano, anche in questo caso accompagnata a una crisi economica senza precedenti – il Paese ha di fatto dichiarato il default finanziario – e caratterizzata da una sempre più marcata difficoltà nella gestione di un esecutivo che sappia gestire i molti fattori di crisi di un paese strutturalmente instabile sotto ogni punto di vista.

Anche qui, il coronavirus è stato utilissimo a riportare ordine nelle strade e fornire carta bianca alla politica, nel tradizionale disinteresse per le istanze della società e nella difesa di quelle rendite di posizione che da quasi un secolo costituiscono la fragile impalcatura della tenuta politica libanese.

La risposta delle petro-monarchie
Le monarchie del Golfo, complice una demografia ben più gestibile rispetto alle medie regionali e la disponibilità di risorse economiche incomparabili con quelle dei vicini, hanno saputo adottare strategie di monitoraggio e contenimento del virus in modo relativamente efficiente, sebbene a fronte di evidenti ritardi iniziali e di una generale mancanza di coordinamento sul piano istituzionale.

Il Covid-19 ha fornito al crown prince saudita Mohammad Bin Salman uno straordinario pretesto per lanciare una tregua in Yemen, con la speranza di poter chiudere la dolorosa parantesi della sconfitta militare e dell’immane spesa inutilmente sostenuta per il conflitto. Il crollo del prezzo del petrolio e più in generale il blocco dei Paesi occidentali allarma tuttavia tanto i sauditi quanto gli emiratini, che devono riprogettare le strategie economiche fronteggiando da una parte la gravissima crisi del trasporto aereo (che Emirates ed Etihad rischiano di pagare ad un costo elevatissimo) e dall’altra l’impossibilità di sostenere gli ambiziosi quanto improbabili piani di diversificazione industriale concepiti nel corso degli ultimi anni.

Egitto e Giordania a rischio collasso
La minore capacità finanziaria dei sauditi e degli emiratini rischia di avere conseguenze disastrose, poi, sulla stabilità di Paesi come l’Egitto e la Giordania, che peraltro rifiutano ufficialmente di comunicare i dati sulla diffusione della pandemia.

Con economie ormai sull’orlo del collasso, e fortemente dipendenti dal consistente apporto dell’aiuto economico fornito da alcuni paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, l’Egitto e la Giordania rischiano di esplodere sotto la spinta di emergenze sociali tenute da anni sempre entro il margine della fascia di criticità, con effetti potenzialmente devastanti sul piano regionale e globale.

Libia senza pace
Anche la crisi libica è caratterizzata da una sempre maggiore capacità esogena di determinarne le sorti, con l’ingresso della Turchia al fianco del governo di accordo nazionale (Gna) che ha fatto venir meno la superiorità aerea dell’esercito nazionale libico (Lna) di Khalifa Haftar, dotando al tempo stesso Tripoli di una capacità offensiva incrementata grazie alla disponibilità di droni.

La crisi del Covid-19, ufficialmente limitata a pochi casi in Libia, è in realtà anche in questo caso la manifestazione dell’ipocrisia attraverso la quale si accettano acriticamente i dati provenienti dal paese, senza sollevare alcuna logica obiezione circa la veridicità e la capacità di provvedere ad una efficace azione di monitoraggio e contrasto.

Misure inefficaci in Maghreb
Non certo diversa la situazione nel Maghreb, dove i casi ufficiali riportati dal Marocco, dalla Tunisia e dall’Algeria sono relativamente contenuti rispetto ai focolai europei e statunitensi, nella silenziosa accettazione da parte della comunità internazionale di una valutazione del fenomeno a dir poco approssimativa.

L’esigenza, un po’ in tutta la regione, di combinare le misure restrittive con la necessità di non determinare un collasso delle attività economiche, ha portato all’adozione di misure blande e spesso inefficaci, con effetti sulla diffusione del contagio certamente divergenti rispetto alle alchimie di computo delle istituzioni locali.

Nuovo governo in Israele
L’interesse preminente per il Covid-19, infine, si appresta con ogni probabilità a far passare in secondo piano la strategia del nuovo governo israeliano, dove in una storica congiunzione di interessi tra Benjamin Netanyahu e Benny Gantz, e nel silenzio della comunità internazionale, Israele si appresta ad annettere buona parte della Cisgiordania, con il beneplacito degli Stati Uniti e l’afona protesta di tutti gli altri.

Questo articolo è l’undicesimo di una serie dedicata a una riflessione sul Covid-19 e la sicurezza internazionale, aperta da Vincenzo Camporini e Michele Nones.