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Il futuro degli Usa nelle mani della vice di Biden

17 Apr 2020 - Gianluca Lo Nostro - Gianluca Lo Nostro

Quest’anno la Quaresima è iniziata un po’ prima rispetto al solito e la Pasqua è arrivata con qualche mese d’anticipo: l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Joseph Robinette Biden jr. è risorto il 29 febbraio 2020, quando tutti lo credevano morto. La dirompente vittoria in South Carolina dell’ex numero due di Barack Obama ha stravolto i piani dei suoi sfidanti. Il trionfo nelle primarie del Super Tuesday – quando il coronavirus era ancora lontano dagli Usa – ha confermato il risultato positivo di una settimana prima, riuscendo in ciò che i cinici pensavano non fosse in grado di fare, per usare le parole di un celebre discorso di Obama.

Ora che tutte le elezioni primarie programmate per aprile e maggio sono state rinviate e dopo aver soprattutto incassato gli endorsement di Sanders, Obama e Warren, si può finalmente dire che Joe Biden sarà il candidato dem contro Donald Trump nell’Election Day del 3 novembre prossimo. Questa è una certezza che diventerà ufficiale soltanto dopo l’investitura alla convention di Milwaukee originariamente in programma a luglio ma poi rinviata ad agosto, che Biden vorrebbe tenere in videoconferenza per via della pandemia di Covid-19. Il tema più importante per gli elettori democratici prima del coronavirus era l’eleggibilità – o  electability, come la chiamano Oltreoceano -, ovvero la capacità di battere il candidato avversario ed essere eletti presidente. E Biden già un anno fa risultava nei sondaggi sulle elezioni generali il miglior candidato contro Trump.

Chi affiancherà Joe
La lotta per la nomination era quindi già vinta in partenza, nonostante i passi falsi dei caucus in Iowa e delle primarie in New Hampshire, dove si ventilò giustamente l’ipotesi di un ritiro per l’ex vicepresidente, il terzo dopo le campagne elettorali fallimentari del 1988 e del 2008. Il dibattito politico si è però spostato improvvisamente sul virus. Sarà questo l’argomento centrale su cui verterà l’elezione. Biden ha già presentato un piano per contrastare la pandemia e sta completando la sua piattaforma elettorale, una delle più progressiste di sempre, anche grazie ai tempi cavalcati sinora da Bernie Sanders e dalla sua base. Tuttavia manca ancora un elemento indispensabile al ticket presidenziale dem, e cioè il candidato vicepresidente, o running mate, che sarà donna, come annunciato dallo stesso Biden un mese fa. Sarà la seconda volta che i dem avranno una donna come numero due del ticket, dopo la sfortunata impresa di Geraldine Ferraro al fianco di Walter Mondale nel 1984.

Questi i nomi che sono stati fatti finora per la vicepresidenza: le senatrici Amy Klobuchar (Minnesotoa), Kamala Harris (California) ed Elizabeth Warren (Massachusetts) – tutte in corsa in questa affollata stagione di primarie -, Catherine Cortez Masto (Nevada), Tammy Duckworth (Illinois), l’ex deputata del Parlamento statale della Georgia (e candidata governatrice, sconfitta dall’avversario repubblicano) Stacey Abrams, la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, la governatrice del New Mexico Michelle Lujan Grisham e la sindaca di Atlanta Keisha Lance Bottoms.

Perché proprio lei
Ciascuna di queste persone sarebbe sicuramente utile alla causa di Biden, per ragioni diverse. Klobuchar, Whitmer e Duckworth consoliderebbero il Mid-West, passato in mano al Partito repubblicano nell’ultima tornata elettorale e causa della sconfitta di Hillary Clinton. Ai dem basterebbe, appunto, vincere almeno in Wisconsin e in Michigan per assicurarsi la vittoria, ma non è detto che l’affluenza delle minoranze – tradizionalmente elettorato democratico – sia alta, nonostante Duckworth faccia parte di quella asiatica.

Per questo motivo, la scelta potrebbe ricadere su una candidata afroamericana o ispano-americana. Abrams potrebbe risultare determinante negli Stati del sud, dove le vittorie del Partito democratico – salvo rarissime eccezioni – mancano dallo strappo del 1964 di Lyndon Johnson con i democratici del Dixie. Harris, anche lei in parte afroamericana, sembrerebbe la favorita, avendo già lanciato una campagna elettorale per la presidenza che le ha garantito abbastanza visibilità da farsi conoscere a livello nazionale – ma la California è considerato un fortino dem -.

Cortez Masto e Lujan Grisham provengono da realtà piccole (Nevada e New Mexico), ma rappresentano una minoranza in costante crescita nella società americana, quella ispanica. Cortez Masto, che è anche italoamericana da parte di madre, sarebbe addirittura tra le prime tre scelte di Biden, ha detto l’influente ex senatore democratico del Nevada Harry Reid dopo un confronto con l’ex vicepresidente.

Il peso della scelta sul 2024
Le chance sono invece ridotte per Elizabeth Warren e Keisha Lance Bottoms, la prima perché vorrebbe puntare a un ruolo diverso nell’amministrazione, la seconda per la poca esperienza. E sarà proprio l’esperienza, oltre alla vicinanza ideologica, il fattore decisivo nella scelta di Joe Biden. Una scelta che dovrà essere preceduta da una matura riflessione, perché non riguarda soltanto il 2020, ma anche il futuro. Il 77enne Biden, infatti, non dovrebbe candidarsi per un secondo mandato.

La sua vicepresidente avrà pertanto la strada spianata per la nomination nel 2024 ed essendo lui stesso un soggetto tutt’altro che esuberante, complice anche l’età, rubargli la scena fin da subito non dovrebbe essere un problema. Quella di Joe Biden potrebbe dunque rivelarsi soltanto una presidenza di transizione. I cambiamenti più rilevanti potrebbero essere apportati da chi verrà dopo di lui. E i presupposti per riuscirci, di certo, non mancano.

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