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OSSERVATORIO IAI/ISPI

Covid-19, Italia e Usa (senza dimenticare la Cina)

20 Apr 2020 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

È opinione diffusa tra gli esperti di relazioni internazionali che la pandemia di Covid-19 avrà come effetto quello di approfondire le faglie di competizione geopolitica piuttosto che spingere verso una governance condivisa dell’emergenza sanitaria e delle sue potenzialmente catastrofiche conseguenze economiche. Riflettendo sulle implicazioni per le relazioni dell’Italia con gli Stati Uniti, non si può prescindere da questo quadro sistemico generale.

Inasprimento delle relazioni Cina-Usa
Ad alimentare la competizione geopolitica è soprattutto l’atteso inasprimento delle relazioni tra le due maggiori potenze mondiali, Stati Uniti e Cina. Ci sono buoni motivi per ritenere questa la traiettoria più plausibile, almeno nel futuro prossimo. Uno è la forza inerziale di tensioni che precedono la pandemia – basti ricordare la guerra tariffaria. Un altro è la preoccupazione di Washington che la Cina riesca a far dimenticare, o perdonare, le sue responsabilità per il ritardo con cui ha agito nel contenere la diffusione del coronavirus, offrendo a paesi in difficoltà equipaggiamenti medici e il suo ormai consolidato know-how sulla mitigazione del contagio, legittimandosi così come governo efficiente, solidale e soprattutto influente. Un ultimo motivo è che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha fatto dell’antagonismo verso la Cina uno degli assi portanti della sua politica estera, non si lascerà sfuggire l’occasione di stigmatizzare le responsabilità di Pechino nella diffusione del Covid-19 per aumentare le chance di una sua rielezione a novembre.

In conseguenza di ciò, è ragionevole aspettarsi un aumento della conflittualità latente in aree dove l’influenza della Cina può aver modo di crescere (Asia, Medio Oriente, Africa e anche Europa). L’antagonismo tra Cina e Stati Uniti genererà una certa pressione sull’Ue e i suoi Stati membri, Italia compresa, perché si decidano per l’uno e per l’altro.

Il caso italiano
L’Italia può da questo punto di vista essere considerata un caso esemplare. Il nostro paese riveste un’importanza speciale per Pechino, se non altro perché è l’unico membro del G7 ad avere stipulato un memorandum d’intesa a sostegno della Via della Seta. In questo senso l’offensiva diplomatica cinese a cui abbiamo assistito nella prima fase dell’emergenza pandemica con l’invio equipaggiamenti medici (tutti spacciati per donazioni, laddove si trattava per lo più di transazioni commerciali) e team di esperti sanitari, ha una marcata dimensione geopolitica.

L’amministrazione Trump non ha tardato ad accorgersene una volta che i contorni della crisi sono diventati più chiari. Di qui la promessa di Trump al premier Giuseppe Conte di cento milioni di dollari in aiuti, ribadita poi dal segretario di Stato Mike Pompeo in un’intervista al Corriere della Sera. Sebbene gli aiuti debbano ancora definirsi (e bisognerà vedere se effettivamente ammonteranno alla cifra monstre promessa da Trump), è senz’altro notevole che l’amministrazione Usa abbia sentito l’urgenza di produrre un memorandum presidenziale che definisce gli ambiti di assistenza all’Italia.

Dalla teoria alla pratica
In teoria, la contro-offensiva americana offre dei vantaggi all’Italia, sia in termini materiali (gli aiuti veri e propri) sia in termini strategici, e cioè un appoggio a una strategia verso la Cina che contribuisca a contenerne l’influenza, salvaguardando nello stesso tempo le opportunità commerciali e di cooperazione politica. In pratica, le cose sono più complicate.

Un primo problema è interno. Le divisioni nella maggioranza di governo, una parte della quale vede nella partnership con la Cina un’irrinunciabile opportunità di ingenti investimenti in entrata, riflettono la riluttanza dell’establishment politico-economico italiano a inquadrare la relazione con Pechino in senso strategico. Questo in concreto vuol dire che il legittimo e comprensibile desiderio di cogliere le opportunità economiche offerte dalla Cina deve accompagnarsi alla mitigazione dei “costi politici” – la percezione di un’Italia inaffidabile tra alleati e partner – e soprattutto a scongiurare i rischi che gli investimenti cinesi recano con sé (acquisizione di asset strategici italiani da parte di compagnie cinesi, accordi finanziari opachi, nonché la maggiore esposizione a operazioni di propaganda e disinformazione). In questo senso, la decisione del governo di rafforzare ed estendere il golden power a difesa di settori chiave è un segnale importante, ma insufficiente. L’ideale sarebbe che misure come questa rientrassero in un quadro coordinato al livello europeo e transatlantico.

Qui veniamo al secondo problema pratico. L’amministrazione Trump non ha mostrato interesse a definire un quadro di cooperazione transatlantico in materia sanitaria, monetaria e fiscale, nonché di coordinamento sulle implicazioni geopolitiche della crisi pandemica. Il nazionalismo unilaterale di Trump riduce la capacità dell’Italia di partecipare alla definizione di regole e standard di cooperazione internazionale, che costituiscono la cornice sistemica necessaria perché una “politica di ingaggio” della Cina porti benefici di lungo periodo.

Effetto duplice
In conclusione, l’effetto della pandemia sulle relazioni dell’Italia con gli Stati Uniti è duplice: da una parte ne amplia il potenziale di convergenza di interessi – quello di evitare che un paese come la Cina sfrutti l’occasione per promuovere forme di governance incompatibili con gli standard occidentali. Ma dall’altra ne riduce lo spazio di cooperazione effettiva, perché l’Italia non può agire su quegli interessi se non in quadro coordinato euro-atlantico che l’amministrazione Trump non sembra interessata a promuovere.

Non esistono formule magiche per risolvere questa tensione, se non, forse, il voto degli elettori americani a novembre. Fino a quel momento, e magari anche oltre, il governo italiano dovrebbe pensare non soltanto a come rafforzare il legame storico con gli Stati Uniti, ma a evitare che l’Italia diventi un campo di battaglia tra le due grandi potenze del ventunesimo secolo.

Questo articolo è stato pubblicato nell’ambito dell’Osservatorio IAI-ISPI sulla politica estera italiana, realizzato anche grazie al sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Le opinioni espresse dall’autore/autori sono strettamente personali e non riflettono necessariamente quelle dell’ISPI o del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.