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Covid-19 e comunità internazionale: parla Nathalie Tocci

1 Apr 2020 - Nathalie Tocci - Nathalie Tocci

“In una fase iniziale di questa crisi i riflessi dei Paesi sono sostanzialmente nazionali e questo mette in luce quello che è un paradosso: stiamo parlando di una pandemia, di una epidemia globale che non conosce confini e che però al tempo stesso richiede chiusure dei confini temporanee, che non riguardano naturalmente solo le frontiere tra i Paesi, ma anche la creazione di frontiere all’interno di questi. C’è dunque questo paradosso tra sfida transnazionale e risposte di chiusura nazionali, necessità di coordinamento e cooperazione ma riflessi interni, nazionali e talvolta nazionalisti. In una prima frase, oscilliamo tra questo paradosso e attualmente non è ancora chiaro da quale parte di questo muro cadrà la comunità internazionale”.

 

 

SIAMO ALL’APICE. L’UNGHERIA NON È PIÙ UNA DEMOCRAZIA
“Quello che stiamo vedendo, in realtà, è che le reazioni a questo virus non fanno che accentuare quelle che sono delle tendenze attuali. La de-democratizzazione non è una novità in Ungheria, come non lo è in Polonia: questa ascesa di populismi non è un trend nuovo. Quello che fa il Covid-19 è esacerbare queste dinamiche e portarle a mille. Quello che è successo in Ungheria è semplicemente la punta di un iceberg che esiste e cresce da molti anni. Siamo arrivati all’apice, perché a questo punto non si può più definire l’Ungheria come una democrazia: dal momento in cui abbiamo la sospensione delle attività del Parlamento, la sospensione dell’attività giudiziaria, multe enormi e rischio di carcerazione per chi esprime la propria opinione. O meglio per chi “diffonde fake news“, dove però la definizione di fake news sta all’unico decisore del Paese, il premier Viktor Orbán. Chiaramente stiamo parlando di un Paese che non è più una democrazia”.

IL VIRUS E L’UNIONE EUROPEA
“A mio avviso il vero tema che si pone non è tanto quello che succede in Ungheria, ma come reagisce l’Unione europea. Sappiamo bene che i membri dell’Ue sono teoricamente Stati che rispettano la democrazia, i diritti umani, i diritti delle minoranze, lo Stato di diritto. Già è stato attivato l’art. 7 del Trattato sull’Unione europea contro l’Ungheria, che però non ha portato ancora a misure chiare. Il vero problema che ha l’Ue è che non esiste un meccanismo per l’espulsione di un membro. Non è mai stata concepita una situazione quale quella verificatasi in Ungheria e chissà magari altrove, visto che la Polonia non è molto dietro Budapest da questo punto di vista. Allora, il vero tema è in che modo reagire, perché l’Unione non può non farlo. Ma non ha gli strumenti per farlo. Quindi, al tempo stesso, se poi non esiste una reale reazione a tutto questo viene meno l’edificio dietro la costruzione europea che – ripeto – si fonda su determinati valori. Credo che sia più un tema che riguarda l’Unione che un tema specifico ungherese. Va notato ancora il modo in cui questi trend si rinforzano l’un l’altro. Abbiamo visto, ad esempio, il modo in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump abbia apprezzato la mossa di Orbán e stia prendendo in considerazione provvedimenti simili negli Usa. Questo non perché il coronavirus ha generato queste tendenze, ma semplicemente perché li ha portati alla loro ennesima potenza”.

L’OCCIDENTE E LA PANDEMIA
“Nonostante stiamo parlando di una pandemia globale, attualmente – vedremo quello che succederà nelle prossime settimane, prossimi mesi – questa è una crisi che ha colpito sì la Cina, ma sostanzialmente il mondo occidentale. Questo ci mette di fronte ad alcune realtà: viviamo una fase interlocutoria, di temporeggiamento, per arrivare alla vera soluzione, ossia il vaccino. Abbiamo messo in campo politiche di chiusura, di distanziamento e questo è un lusso occidentale. A tal proposito, ho ricevuto un messaggio da un collega indiano che mi sottolineava la realtà dei fatti: è un lusso potersi chiudere in casa, lavarsi le mani, mettersi una mascherina, poter stare a un metro di distanza l’uno dall’altro… sono tutti lussi che ci si può permettere proprio perché stiamo parlando di società sviluppate. È una crisi che colpisce in particolar modo l’Occidente. Non solo perché è una pandemia che a livello di contagi e di morti lo sta attaccando – anche se probabilmente sta già colpendo altre regioni – ma soprattutto sta avendo un effetto più forte sulle nostre vite proprio perché abbiamo questi lussi“.

DALLE REGOLE UNA STORIA DI SUCCESSO
“Sull’impatto della crisi sui nostri sistemi politici, siamo di fronte alla realtà del fatto che misure e politiche di chiusura come quelle messe in campo dalla Cina hanno un significato completamente diverso quando bisogna metterle in atto in liberal-democrazie. L’Italia è all’avanguardia, perché purtroppo ha avuto la sfortuna di essere la seconda in linea dopo la Cina e insieme ad altre democrazie come la Corea del Sud e il Giappone. Sono le stesse misure di chiusura, ma chiaramente attuate in maniera molto diversa: non abbiamo militari che ci arrestano appena mettiamo il naso fuori di casa… Sono le stesse misure di chiusura che però, rispetto a un sistema autoritario, fanno molto più appello alla responsabilità individuale e collettiva dei cittadini. Vivere la democrazia non semplicemente come diritto ma anche come responsabilità: onori e oneri di essere cittadino di uno Stato democratico. In realtà, da questo punto di vista credo che fino ad adesso sia una bella storia di successo, in tutta la sua drammaticità. Questo va sottolineato”.

RISCHI E PERICOLI DELLE TECNOLOGIE
“Naturalmente poi c’è tutto un altro aspetto che riguarda la democrazia nell’era digitale e quindi il rischio che questa pandemia contribuisca alla creazione di uno Stato di sorveglianza (questo pericolo già esisteva prima), però sappiamo bene che l’utilizzo delle tecnologie e in particolar modo dei big data e di tecnologie di sorveglianza possono aiutare tremendamente in questa fase. Non sono state tecnologie utilizzate solamente da Stati autoritari come la Cina, ma anche moltissimo dalla Corea del Sud, facendosi forza dall’esperienza vissuta con la Sars qualche anno fa. Chiaramente, pongono il dilemma su cosa si fa con questi dati e il rischio che si faccia qualcosa che esuli dalle necessità in senso stretto di far fronte alla pandemia. Ad esempio, sappiamo che un altro Stato autoritario, la Russia, sta facendo grande uso di queste tecnologie: la domanda sorge spontanea circa il modo in cui verranno utilizzati questi dati, che probabilmente verranno impiegati nei modi più vari e – ripeto – non solamente limitati al controllo degli spostamenti per far fronte alla pandemia. Noi, quali liberal-democrazie, come ci volgiamo posizionare rispetto a questo dilemma? È chiaro che c’è un utilizzo virtuoso di queste tecnologie, ma in che modo una democrazia si assicura che le autorità e le compagnie attraverso cui i dati vengono raccolti poi non ne facciano altri usi, ossia che questi dati vengano direttamente distrutti nel momento in cui passa la crisi? Sono dilemmi che si pongono più a una democrazia che a uno Stato autoritario“.

SALUTE VS ECONOMIA. APPROCCI OCCIDENTALI DIVERSI
“I due grandi dibattiti all’interno delle liberal-democrazie, soprattutto in quelle occidentali ma non solo, sono due. Il primo, affrontato sopra, che vede sensibilità diverse da Paese a Paese, è come ci si posiziona nel discorso sicurezza, in questo caso sicurezza sanitaria, e libertà, quindi privacy. Il secondo, non limitato all’Europa ma che riguarda molto gli Stati Uniti, ha a che fare con il grande tema, articolabile in modi diversi, del rapporto sanità ed economia: in che misura si tollera la malattia e anche la morte, visto che c’è un’equazione per cui quanto più restrittive sono le politiche quanto più si riescono a contenere i contagi e le morti quanto più è grande il danno economico”.

“Su questo secondo aspetto, abbiamo una cultura che forse evidenzia una differenza tra Nord e Sud Europa. Non so se si possa parlare di differenza tra mondo anglosassone ed Europa continentale, perché chiaramente un Donald Trump negli Usa sta dicendo che pesa di più l’economia sulla salute. Quindi, anche se il costo è quello di accettare molte morti (le stime negli Usa aumentano di giorno in giorno. Qualche giorno fa uno studio parlava di 125mila morti; un altro arrivava a 200mila morti) c’è un presidente che lo preferisce al danno economico. Se lo dice è perché ha la sua elezione in mente e lo pensa perché questo rispecchi una sensibilità pubblica. In Italia, così come in Spagna, in Francia e in Germania, se la scelta è economia o sanità, si sta optando molto chiaramente per la sanità e non per l’economia. Non per questo non si vedono le conseguenze drammatiche che si avranno sull’economia e sulla vita di tutti noi. Quindi, non so se sia prematuro parlare di una differenza tra mondo occidentale-anglosassone e occidentale-continentale/europeo, però credo che questo sia un altro grande dibattito”.

Questo testo è la trascrizione dell’audio che ha inaugurato il nuovo ciclo dei podcast IAI dedicati a Covid-19 e comunità internazionale.