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Bosnia-Erzegovina: il percorso verso l’Ue è ancora lungo

23 Apr 2020 - Carlo Guglielmo Vitale - Carlo Guglielmo Vitale

Il Consiglio europeo del 25 marzo 2020 ha dato il suo via libera al processo di adesione di Albania e Macedonia del Nord, confermando la posizione del Consiglio Ue basata sui riscontri positivi rilevati dalla Commissione Europea, nel suo report di inizio marzo. Questo potrebbe spingere gli altri Paesi dell’area balcanica verso un più rapido avvicinamento all’Ue, soprattutto Serbia e Montenegro.

La Bosnia-Erzegovina ha un percorso molto più lungo da completare, a causa dei numerosi problemi interni, in primo luogo riguardo l’applicazione dello stato di diritto: dall’ennesima crisi politica alla opinabile gestione dei campi di accoglienza dei migranti, dal carente coordinamento tra le diverse istituzioni, nonché tra i coesistenti sistemi giudiziari, fino al sistema politico ed elettorale discriminatorio per alcuni gruppi etnici.

La costituzione bosniaca, ad esempio, non garantisce la piena uguaglianza a tutti i cittadini: permette solo ai popoli costituenti (croati, serbi e bosniaci) la candidatura alla Presidenza e alla Camera dei Popoli, poiché riflettono al proprio interno la triplice composizione etnica, i cui rappresentanti hanno un potere di veto. È, quindi, indispensabile l’accordo tra di essi per ogni decisione politica. A causa di questa discriminazione la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2009 ha condannato la Bosnia-Erzegovina, ma la sentenza è stata finora ignorata.

La conflittualità tra le diverse etnie è sempre viva ed è la causa principale dell’instabilità governativa. Dopo la formazione del governo, a oltre un anno dalle elezioni dell’ottobre 2018, soprattutto a causa dei contrasti riguardo la possibile adesione alla Nato, era emersa una nuova crisi politica. La scintilla è stata una sentenza della Corte Costituzionale, del febbraio scorso, che aveva dichiarato illegittima una legge approvata dalla Repubblica serba: questa attribuiva la proprietà dei terreni agricoli pubblici all’entità piuttosto che allo Stato. I rappresentanti serbi avevano di conseguenza paralizzato l’attività del governo statale; il membro della Presidenza di Bosnia, Milorad Dodik, aveva minacciato la secessione se la composizione della Corte Costituzionale non fosse riformata, con l’eliminazione dei tre giudici stranieri presenti al suo interno. Dodik non era però nuovo a questo avvertimento.

Frontiere senza coordinamento
Questa paralisi era stata una delle cause che aveva portato Dodik a porre il veto all’autorizzazione dell’intervento dell’agenzia europea Frontex a supporto della polizia di frontiera, lungo il confine europeo, che lamenta l’insufficienza di risorse umane. Il membro serbo della Presidenza, indipendentemente da questa crisi, non sarebbe stato comunque favorevole a questo accordo per il timore che ciò avrebbe bloccato i migranti all’interno dello Stato.

L’attuale pandemia ha messo per il momento da parte, per la prima volta dalla guerra, la retorica etnico-nazionalista interrompendo l’ultima crisi politica. Lo stesso Dodik ha dichiarato che “tutti i cittadini e tutti i politici [in Bosnia] si uniscano attorno allo stesso obiettivo: salvare la vita delle persone”.

Condizioni disumane
La già difficile situazione politica della Bosnia-Erzegovina e la mancanza di una forma di coordinamento tra le istituzioni dello Stato e quelle locali, riguardo la gestione dei campi di accoglienza, accentua la gravità del fenomeno migratorio. Eclatante è stato il caso del campo di Vucjak. Aperto nel giugno 2019, è stato sgomberato nel mese di dicembre su pressioni del Consiglio d’Europa. Qui, al confine con la Croazia che fa parte dell’Ue, le condizioni di vita erano disumane ma, secondo le Ong, anche gli altri campi dove sono stati trasferiti i migranti non sarebbero idonei.

L’arduo obiettivo dei migranti che giungono in Bosnia, appunto detto the game,  è proprio quello di oltrepassare quel confine. Secondo “Border Violence Monitoring Network” il 70% dei respingimenti illegali (per la Convenzione sui rifugiati, della Cedu e del Sistema europeo comune di asilo) e delle violenze, lungo i confini dell’Ue, avviene in Croazia, che ha interesse nel dimostrare di saper controllare la frontiera, per entrare a far parte dell’area Schengen. I migranti sono rimandati in Bosnia che non può essere considerata rispettosa della dignità umana.

Numeri in aumento
I dati dell’agenzia europea Frontex, del primo bimestre 2020, registrano un aumento del numero dei migranti che hanno attraversato illegalmente i confini Ue: una crescita del 16% nella zona del Mediterraneo orientale e del 50% nella zona balcanica. Senza tenere conto degli sviluppi più recenti: la Turchia ha denunciato l’accordo con l’Ue, con cui si impegnava a trattenere i migranti nel proprio territorio, con la conseguenza che la Grecia ha visto i propri confini minacciati. Il crescente diffondersi della minaccia del Covid-19 non aveva ancora rallentato i flussi migratori fino alla terza settimana di marzo: Iom segnalava in Bosnia un +19%. I dati registrati tra il 17 e il 23 del mese di marzo indicavano un capovolgimento del trend: Italia e Grecia assistevano già a un crollo, mentre la Serbia segnava un’impennata dei flussi.

La pandemia rischia di compromettere le precarie condizioni di vita dei migranti. In seguito alla dichiarazione dello stato di emergenza, sono cominciati sgomberi e trasferimenti dei migranti dalle strade di alcune città, come Sarajevo, in tendopoli isolate. Chi si trovava già nei campi di accoglienza non può più uscirne, né utilizzare alcun mezzo di trasporto. La Bosnia-Erzegovina non è in grado di sostenere un’emergenza sanitaria di questo tipo ma, purtroppo, i numeri continuano a crescere.

Le opinioni espresse dall’autore sono strettamente personali e non riflettono le posizioni ufficiali del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale.