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5 ANNI DI GUERRA

Yemen: un insieme di feudi su base tribale-militare

1 Mar 2020 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

La guerra in Yemen entra nel quinto anno: con due governi rivali (Sanaa e Aden) e molte aree contese, il Paese è sempre meno uno Stato e sempre più un insieme di “feudi” su base tribale-militare, in competizione per potere territoriale e risorse economiche. Le vittime del conflitto avrebbero superato le 100 mila, gli insorti huthi – movimento sciita zaidita del nord sostenuto dall’Iran – possono ormai colpire, con missili e droni, in un raggio di mille chilometri, mentre le mine terrestri piantate soprattutto dagli insorti sono la terza causa di morte per gli yemeniti.

Il report finale del panel di esperti dell’Onu, pubblicato a fine gennaio, apre una rara finestra sulla realtà del “quasi-Stato” degli huthi nel nord-ovest del Paese.

Yemen fra diplomazia e violenza
L’Onu ha appena mediato un accordo per uno vasto scambio di prigionieri tra le parti, mentre l’Arabia saudita e i ribelli proseguono i colloqui informali in Oman. Lo scorso novembre, i bombardamenti sauditi erano nettamente calati (meno 80% rispetto al periodo precedente), per effetto della tregua offerta dagli huthi ai sauditi dopo gli attacchi iraniani alle installazioni di Saudi Aramco. Eppure, combattimenti e raid si stanno ora intensificando: a gennaio un attacco con missili e droni sulla moschea di un campo militare nel governatorato di Mareb ha ucciso 116 militari della Guardia presidenziale. Il presidente ad interim del governo internazionalmente riconosciuto, Abd Rabu Mansur Hadi, ha accusato gli huthi, che però non hanno rivendicato l’azione. E ora gli huthi avanzano persino verso nord-est, occupando la città strategica di Al Hazm.

Nel sud, la situazione è solo apparentemente più stabile. L’accordo di Riad per un esecutivo unitario fra governo riconosciuto, con sede ad Aden, e secessionisti filo-emiratini del Consiglio di Transizione del Sud (Stc), ha frenato le violenze, ma deve ancora essere applicato. Gli Emirati Arabi Uniti hanno concluso l’annunciato ritiro di quasi tutti i militari dal Paese, ma rimane la rete di alleanze con le milizie pro-indipendenza del sud. Proprio in virtù dell’accordo di Riad, l’Arabia Saudita cerca ora di recuperare un ruolo politico in Yemen: ai sauditi, non al governo riconosciuto, spetta l’impervio reintegro dei secessionisti nelle forze di sicurezza. Intanto, al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap), dopo l’attacco americano che ne ha ucciso il leader, nomina Khalid Batarfi: è di origini saudite, ma è molto legato alle comunità tribali del Hadhramaut. Il fallimento dell’accordo di Riad giocherebbe anche a favore dei jihadisti.

Lo “Stato” di polizia degli huthi
Nel nord-ovest, gli huthi controllano la quasi totalità del territorio, compresa la capitale Sanaa e Hodeida sul Mar Rosso. Questo è ormai lo “Stato” del movimento-milizia nato a Saada, nell’estremo nord dello Yemen: gli insorti hanno bandito le nuove banconote ufficiali (sono valide solo le vecchie) e introdotto una moneta elettronica, l’e-riyal. Ormai, anche la Banca centrale è doppia, con sedi distinte a Sanaa e Aden. Secondo il report Onu, il movimento si arricchisce con tasse di importazione del carburante e portuali (Hodeida e Ras Isa), check-point locali e appropriazione degli asset finanziari della famiglia dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, che degli huthi fu alleato nel periodo 2014-17, prima che la rottura politico-militare culminasse nell’assassinio dello stesso Saleh da parte proprio degli insorti.

Proprio l’alleanza di convenienza con il blocco di potere di Saleh permise agli huthi di sferrare il colpo di stato nel Gennaio 2015. In questo caso, il ruolo collaborativo, o di tacita approvazione, di molte tribù del nord già al fianco dell’ex presidente fu decisivo. Infatti, i ribelli sono ormai riusciti ad assorbire gran parte delle reti di clientela, nonché di economia informale del vecchio regime. Alcune rivolte tribali anti-huthi (nelle regioni settentrionali di Hajja, Amran e Ibb) sono scoppiate nel 2019, ma il movimento-milizia è riuscito a sedare il dissenso.

Infatti, come uno Stato di polizia, gli huthi hanno un articolato apparato di repressione territoriale: la sicurezza preventiva opera fuori dalle strutture del “quasi-stato” e previene infiltrazioni, sovversioni di ufficiali e defezioni tra i combattenti, riportando direttamente al leader Abdel Malek Al Huthi. Il bureau di sicurezza e intelligence, creato nel 2019 dalla fusione di due apparati dell’era Saleh, si focalizza sulle minacce esterne al movimento; le zainabiyat si rivolgono infine alle yemenite con attività di indottrinamento, controllo e intimidazione nei confronti di attiviste o di coloro che hanno manifestato pubblicamente. Sempre secondo il report Onu, quest’ultimo gruppo citato è responsabile di arresti, detenzioni arbitrarie e torture. Una macchina della repressione che colpisce anche le ormai minuscole minoranze etniche e religiose presenti nei territori del nord, come nel caso di ebrei e bahai.

Huthi e Iran: il nodo delle armi
Il legame politico-militare tra gli huthi e l’Iran oggi è più stretto che nel 2015. I ribelli non possono essere considerati proxies di Teheran, ma sfruttano questa prossimità per fini di politica interna. Ricevono armi (fucili, missili anti-carro, lanciagranate) di probabile manifattura iraniana; acquisiscono, attraverso intermediari, parti commerciabili di armi che vengono poi integrate in droni e imbarcazioni a controllo remoto assemblate in Yemen. Dunque, gli huthi stanno sviluppando un’industria militare autoctona, con l’aiuto di esperti iraniani e libanesi. La rotta del contrabbando passa per il Mare Arabico, con il tradizionale dhow (in arabo dāw, barca a vela), e dal poroso confine di terra con l’Oman.

Dopo cinque anni di guerra, lo Yemen ha sempre gli stessi confini sulla mappa. Dentro, la politica nazionale è stata però sostituita da micro-poteri locali. Fra questi, il “quasi-Stato” degli huthi, nonostante l’intervento militare di Riad, si è ormai consolidato al confine con l’Arabia Saudita.