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ISRAELE DOPO IL VOTO

Un Paese fortemente diviso, polarizzato sugli estremi

17 Mar 2020 - Giorgio Gomel - Giorgio Gomel

Dopo una campagna virulenta di ingiurie ad personam, volgarità, mistificazioni e segnata, come nelle precedenti elezioni dell’aprile e settembre 2019, dall’isterismo ossessivo agitato dai partiti di destra contro gli arabi israeliani – circa il 20% dell’elettorato nel Paese – che lo stesso presidente Rueven Rivlin ha definito indecente, i risultati del voto in Israele e la fotografia della nuova Knesset confermano il senso di un Paese fortemente diviso, polarizzato sugli estremi.

Benjamin Netanyahu, giunto alla sua ottava campagna elettorale come leader del Likud e premier con interrotta continuità da 11 anni, ha improntato le elezioni del 2 marzo a un plebiscito sul suo conto nell’imminenza del processo che lo attende per casi di corruzione, frode e abuso d’ufficio. Il processo, che sarebbe dovuto iniziare il 17 marzo, è stato rinviato, su decisione del ministro della Giustizia da lui stesso recentemente nominato, alla seconda metà di maggio, in ragione del diffondersi anche in Israele della pandemia di coronavirus.

Il premier uscente ha anche colorato il confronto elettorale di una forte impronta ideologica: da un lato, rinnovando la campagna d’opinione rivolta a delegittimare le istituzioni indipendenti e subordinare specificamente il potere giudiziario, in particolare la Corte suprema, a Parlamento e governo; dall’altro, invocando l’annessione della valle del Giordano e l’estensione anche formale della sovranità di Israele sugli insediamenti nei territori palestinesi, rifacendosi al piano di pace rilasciato dal presidente statunitense Donald Trump poco prima. Trump aveva già concesso a Netanyahu una triade di doni nel biennio trascorso: il ripudio unilaterale dell’accordo nucleare con l’Iran, lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e la decisione di riconoscere la sovranità israeliana sulle alture del Golan siriano.

Mancano ancora i numeri
Eppure il trionfalismo del premier in carica con lo spoglio dei voti ancora in corso è stato prematuro, esagerato e forse irrilevante. Il Likud ha ottenuto 36 seggi su 120, 4 in più rispetto al settembre scorso, mentre il partito centrista Blu e Bianco, suo principale antagonista, è rimasto a 33. Ma la coalizione uscente composta dal Likud come centro di gravità e da altri partiti religiosi e della destra nazionalista è rimasta al di sotto della soglia maggioritaria (58 seggi contro 61).

All’opposizione, la sinistra ebraica – unitasi con l’alleanza fra il partito laburista, più attento alle istanze socio-economiche, il degrado del welfare state, l’acuirsi delle disparità di reddito, e il Meretz, unico a sostenere con forza il diritto dei palestinesi di avere uno Stato e a difendere la democrazia incompiuta del Paese – ha subito un’ulteriore flessione al 5% circa dei suffragi, soffrendo in parte anche dello slittamento del voto “utile” verso il partito di centro.

La Lista araba unita ha ottenuto un ulteriore, corposo successo giungendo a 15 seggi: vi hanno influito la crescente partecipazione al voto dei cittadini arabi di Israele; la loro volontà di incidere in misura maggiore sul corso politico del paese come pendant del processo di integrazione economica e civile nella società israeliana; infine, la stessa disponibilità manifestata dalla leadership dei partiti unitisi nella Lista a sostenere un governo di centro-sinistra, qualora sia annullata la legge dello “Stato-nazione ebraico”, siano ripresi i negoziati con l’Autorità palestinese e sia promosso con più vigore il progresso delle comunità arabe di Israele, che soffrono di arretratezza, povertà e crimine. Analisti dei flussi elettorali osservano che circa 20 mila elettori ebrei hanno spostato il loro voto dai partiti classici della sinistra ebraica alla Lista araba.

Ipotesi governo Gantz
La novità dirimente delle elezioni è la prospettiva, per ora ancora ipotetica, di un appoggio esterno in Parlamento ad un governo guidato da Benny Gantz, il leader del partito centrista cui il presidente Rivlin ha appena conferito l’incarico di formare il governo. Lo stesso Gantz aveva rigettato come provocatoria l’offerta di appoggio della Lista araba nel corso della campagna elettorale, volendosi “coprire a destra” e cedendo alle seduzioni dell’isteria anti-araba. Uno sviluppo siffatto rappresenterebbe la rimozione di un tabù paralizzante nel sistema politico del Paese dalle origini: soltanto il governo guidato da Yitzhak Rabin fra il 1992 e il 1995 si avvalse infatti del sostegno dei partiti arabi, che fu rilevante nelle trattative che condussero agli accordi di pace di Oslo fra israeliani e palestinesi.

L’incarico temporaneo conferito a Gantz, che la prassi istituzionale di Israele limita a 28 giorni, è ovviamente fragile. La coalizione sarebbe assai eterogenea. Infatti, sarebbe composta, oltreché dal suo partito, dalla sinistra ebraica e da Yisrael Beiteinu, partito nazionalista di destra e di impronta fortemente laica, oppositore accanito del peso coercitivo delle autorità e dei partiti religiosi sulla vita civile del paese: in totale, 46 seggi. Il sostegno esterno della Lista araba assicurerebbe un consenso maggioritario di appena 61, la soglia minima necessaria per avere una maggioranza alla Knesset.

Il primo e fondamentale disegno di legge proposto da Gantz ai suoi potenziali alleati sarebbe una norma tesa ad impedire a un soggetto incriminato di servire come primo ministro: la proposta ovvierebbe a un vuoto della legge e della prassi parlamentare nel Paese in cui si impongono le dimissioni di ministri allorché oggetti di imputazione, ma non del primo ministro. Su un piano più squisitamente politico, qualora l’incarico non sortisse un effetto positivo nel formare un governo e Israele fosse costretto ad una quarta tornata elettorale, Netanyahu diventerebbe irrilevante e lo stesso Likud sarebbe costretto a sostituirlo nella leadership del partito onde scongiurare un esito autodistruttivo.