IAI
BREXIT E COMMERCIO INTERNAZIONALE

L’ambasciatore Nelli Feroci conversa con Lord Mandelson

2 Mar 2020 - La redazione - La redazione

Towards the EU-UK Trade Talks: Opportunities and Sticking Points” è il titolo di un seminario organizzato lo scorso 27 febbraio a Roma dall’Istituto Affari Internazionali di cui è stato protagonista Lord Peter Mandelson, presidente del Global Counsel e già titolare del Commercio nella Commissione europea tra il 2004 e il 2008. La presenza del politico britannico nella sede dell’Istituto è stata anche l’occasione per una breve conversazione con il presidente dello IAI, l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, organizzata da AffarInternazionali.

Ambasciatore Nelli Feroci: “Lord Mandelson, lei è stato un influente commissario europeo per il Commercio e anche membro del governo britannico. Mi piacerebbe che ci illustrasse la sua visione in merito ai negoziati che inizieranno a breve tra Regno Unito e Unione europea, sulle loro relazioni future. Recentemente, l’Ue ha definito il mandato negoziale, così come fatto anche da Londra. Qual è la sua previsione sulla possibilità di raggiungere un accordo entro il periodo di transizione, che si concluderà alla fine di quest’anno. Dove vede i maggiori ostacoli e quali sono le alternative per il Regno Unito in caso di fallimento di questo accordo, in particolare rispetto alla possibilità, che circola a Londra e anche a Washington, di un accordo alternativo con gli Stati Uniti, che potrebbero rimpiazzare il ruolo dell’Ue per il Regno Unito?”

Lord Peter Mandelson: “Prima di tutto, grazie per avermi invitato a questa conversazione. È un onore e un privilegio per me essere qui con lei e confrontarmi su questi temi. Mi permetta anche di dire schiettamente che non ci può essere alcun accordo tra Regno Unito e Usa capace di rimpiazzare ciò che potremmo perdere dal punto di vista commerciale con l’Ue, nell’eventualità che non si concluda l’accordo commerciale, di cui parlava, entro la fine dell’anno. I flussi di commercio e di investimenti tra il Regno Unito e gli Stati Uniti sono già molto elevati e non sono limitati o ostruiti da barriere dovute a politiche commerciali al momento. Quindi, quelle barriere ancora esistenti, se rimosse, non porteranno a un significativo aumento nel commercio o negli investimenti tra Londra e Washington, che sono, come già detto, molto alti.

D’altra parte, un fallimento nell’accordo commerciale con l’Ue potrebbe portare immediatamente all’introduzione di tariffe o tetti (quotas), che andrebbero ad aggiungersi ai controlli doganali o alle norme di origine che saranno inevitabili. Ciò potrebbe avere grosse conseguenze per gli esportatori e i commercianti, sia britannici sia europei, e ritengo che il danno a livello di sentiment di mercato e fiducia degli investitori nel Regno Unito sarebbe significativo. Penso che assisteremmo ad una perdita negli investimenti nel Regno Unito e questo potrebbe verificarsi piuttosto velocemente, qualora si fallisse nel raggiungere un accordo, con effetti macroeconomici negativi. La posta in gioco è molto elevata, anche se al momento non vedo abbastanza buona volontà da entrambe le parti per far sì che questo accordo venga raggiunto. In principio c’è la possibilità di trovare una soluzione, sempre che ce ne sia l’intenzione. Devo dire che se la linea negoziale attuale continua, sarà molto difficile trovare questo accordo. Per questa ragione l’Unione europea, giustamente secondo me, richiede che il Regno Unito applichi un livello di regole e di parità negli standard, in materia di ambiente, lavoro, concorrenza e aiuti di Stato, che è più alto di quanto mai chiesto ad ogni altro Paese partner con cui l’Ue ha negoziato, in ogni accordo di scambio precedente.

Quello che l’Ue sta chiedendo al Regno Unito è senza precedenti… ma senza precedenti è anche la posizione britannica verso l’Ue. In quanto ex membro dell’Ue, che ha goduto di tutti i diritti, privilegi e posizioni di vantaggio nel mercato europeo, l’integrazione tra i due è ben maggiore rispetto a quella che l’Ue ha con qualsiasi altro partner commerciale. Il fatto che il Regno Unito abbia un’economia così vasta, posizionata direttamente ai confini dell’Unione, significa che non è la Corea del Sud né il Giappone, e neppure il Canada. Ecco che la volontà da parte del governo britannico di volere un accordo in stile canadese esprime un obiettivo perfettamente legittimo, ma, visto che appunto il Regno Unito non è il Canada, ritengo che le condizioni poste dall’Ue al Canada non saranno le stesse applicate al Regno Unito. Questa è una realtà con cui il governo britannico ancora non ha fatto i conti”.

Ambasciatore Nelli Feroci: “Il governo britannico ha fissato una scadenza molto ravvicinata per la conclusione di questo negoziato, che coincide con la fine del periodo di transizione, lasciando solo pochi mesi a disposizione per portare a termine un accordo molto ambizioso. Nella sua esperienza di commissario europeo per il Commercio è stato certamente coinvolto in molti negoziati commerciali e, a mia conoscenza, non c’è mai stato un caso di negoziato tra l’Ue e un Paese terzo così ambizioso concluso in un periodo così ristretto. Qual è il suo giudizio sulle possibilità di chiudere un accordo completo entro la fine dell’anno, e qual è invece la sua opinione sulla possibilità e la fattibilità politica di un accordo solo parziale entro la scadenza? È un qualcosa di sostenibile per il governo britannico o pensa che sarà assolutamente impossibile per Boris Johnson porre quest’ultimo come obiettivo, magari non ora ma più tardi durante l’anno?”

Lord Peter Mandelson: “Da titolare del Commercio nella Commissione europea ho visto l’inizio di molti negoziati commerciali tra Ue e varie controparti. E sono sempre stato in grado di dire, all’inizio di queste trattative, quali sarebbero andate a buon fine, quali velocemente, quali facilmente e quali invece non sarebbero andate affatto. Quelle che sarebbero andate bene sono quelle trattative in cui entrambe le parti mostrano un’ambizione uguale, un impegno uguale, una visione condivisa nell’arrivare alla fine di un processo che entrambi vogliono.

Queste condizioni non esistono nel rapporto tra Ue e Regno Unito. Il Regno Unito vede l’uscita dall’Ue come la conquista di libertà economica e di indipendenza. Non capisce perché, una volta diventata libera e raggiunta l’indipendenza, debba iniziare a fare concessioni all’Ue, perché debba accogliere nel futuro le regole europee o i suoi standard, perché debba rimanere nell’orbita regolamentare dell’Ue. Non vuole aver lasciato l’Ue per poi rimetterci un piede dentro. Non ha ancora accettato il fatto che questa posizione implica che perderemo i nostri privilegi commerciali, i nostri diritti nel mercato unico, che dovremo sottoporci a procedure doganali sui prodotti, barriere, costi, burocrazie e tempo. Non hanno ancora capito che, se non riusciamo a scongiurare in qualche modo le tariffe e le quote, che attualmente non esistono tra le due parti, se vogliamo far rimanere questa situazione, bisogna raggiungere un accordo di compromesso con l’Ue, che ci permetterà di tenerci al riparo da quelle tariffe e da quelle quote in modo permanente.

Penso che il Regno Unito non abbia ancora pienamente compreso il significato e le implicazioni di ciò che questo negoziato significa per il Paese. Come dice lei, c’è poco tempo prima che questa realtà si verifichi: infatti, la scadenza non è alla fine dell’anno, ma a metà anno, perché questo è ciò che è stato concordato. Poi sarà necessario fare il punto della situazione e condurre una valutazione sulle effettive prospettive di arrivare a un accordo entro dicembre. Se si arriverà alla conclusione che un accordo non è possibile e il governo britannico non vorrà estendere il periodo di transizione e permettere che i negoziati proseguano dopo la fine del 2020 lo scopriremo entro l’estate, e allora si affronteranno le conseguenze di un no deal.

D’altra parte, se un po’ di realismo emerge, se la parte britannica affermerà di poter assecondare qualche richiesta sugli standard, fare dei compromessi sulla pesca, mettere in atto una struttura di governance di questo nuovo accordo tra Regno Unito e Ue, che sia accettabile per entrambi, se verrà assunta questa posizione entro la metà di quest’anno, allora un successo potrà essere possibile per dicembre. Ma per come le cose stanno ad oggi, se si guarda alla posizione e alla retorica negoziale del governo britannico, considerata per come appare, è davvero difficile vedere come quel realismo verrà introdotto e pertanto è davvero difficile intravedere una valutazione positiva a metà anno e una conclusione del negoziato entro la fine dello stesso”.

Ambasciatore Nelli Feroci: “Se mi consente, ora gradirei spostarmi su un argomento diverso, più ampio rispetto a quello che abbiamo discusso fino ad ora: il destino del regime commerciale internazionale. Tra i vari fattori di crisi del multilateralismo, uno dei più evidenti è sicuramente la crisi del regime commerciale internazionale. Vediamo come la crescita di tendenze protezionistiche si sia verificata in diverse parti del mondo, non solo in Usa, e come l’imposizione di dazi sugli scambi commerciali sia diventata uno strumento di politica estera. Qual è la sua opinione, come vede il futuro sviluppo del regime del commercio internazionale, c’è ancora un ruolo per l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e, se c’è, quali sono gli aggiustamenti necessari al regime che è in vigore ora, per renderlo più adatto ai requisiti della nuova fase del commercio internazionale?”

Lord Peter Mandelson: “Ritengo fermamente che gli interessi europei siano pesantemente legati alla continuazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, di un sistema commerciale internazionale basato su regole. In questo l’Omc gioca un ruolo essenziale nel fornire le regole di gioco e nel garantire un’arena per la risoluzione delle dispute in merito a tali regole, che deve essere implementata e rinforzata. Penso che se la legge della giungla prende il posto dell’Omc, se si arriva a uno scenario in cui il successo del più forte e del più potente rimpiazza il meccanismo di risoluzione delle dispute, ciò non andrà certo a vantaggio dell’Europa.

L’Europa ha bisogno del sistema multilaterale, c’è bisogno di regole, di strumenti per far rispettare queste norme in modo da proteggersi dalle crescenti forze delle economie emergenti, come Cina, India, Brasile, che incarnano molto spesso sistemi economici assai differenti dal nostro.

In particolare, la Cina, che è essenzialmente un sistema capitalistico a forte trazione statale, fortemente influenzato dalla spesa pubblica, dai sussidi, dagli aiuti statali ai produttori cinesi a scapito di aziende europee o straniere che cercano di entrare in quel mercato o che si stabiliscono lì. Per questo abbiamo bisogno di regole per ottenere reciprocità dalla Cina, così come da altre grandi economie in rapida espansione, da cui dipendono i nostri prossimi scambi commerciali.

Ebbene, a mio parere, gli Stati Uniti hanno ancora gli stessi esatti interessi dell’Ue nel volere la sopravvivenza del sistema attuale di scambi, delle sue regole, dell’Omc, del suo meccanismo di risoluzione delle dispute. Invece, da parte del presidente Donald Trump abbiamo un approccio che sembra voler rimpiazzare il sistema multilaterale con uno basato sulla potenza americana, attraverso un grande uso da parte dell’America della sua forza economica, della sua influenza nel sistema internazionale per ottenere vantaggi per gli Usa, invece di difendere un sistema multilaterale e i suoi benefici per tutti. Abbiamo visto una militarizzazione del commercio internazionale da parte di Trump, che sta davvero minacciando il futuro dell’Omc. Infatti, il suo rifiuto ad accettare la nomina di nuovi giudici nell’organo di risoluzione delle controversie dell’Omc vuol dire che, se questa situazione continua, l’Organizzazione non sarà capace di giudicare i casi, di fungere da arbitro, di arrivare a sentenze e farle applicare, proprio perché non avrà i giudici per fare ciò.

A mio modo di vedere, ogni sostituto dell’Omc, nell’improbabile evenienza in cui possa esserne trovato uno, non sarebbe un’organizzazione capace di riflettere gli interessi occidentali come l’Omc garantisce al momento. Ogni regolamento alternativo offerto da un ipotetico nuovo Omc non corrisponderebbe agli interessi degli Usa e dell’Ue nello stesso modo in cui quello attuale fa. Questo non significa che il sistema di regole attuali non debba essere modificato; anzi, deve proprio essere riformato, rinnovato. In parte, perché le prerogative, le priorità e gli interessi occidentali non hanno più lo stesso potere che avevano nell’immediato dopoguerra; in parte, perché vediamo operare economie di tipo diverso nel sistema internazionale. Il regolamento dell’Omc non riflette né affronta ancora le differenze tra un’economia di mercato, come quelle che ci sono in Europa, e un sistema capitalistico a trazione statale, come quello che opera in Cina. Per questa ragione, abbiamo sicuramente bisogno di nuove leggi, di una revisione dell’Omc, ma è un rinnovamento da apportare tramite negoziati, consensi e accordi comuni, non imponendosi sull’organizzazione o forzando un partner ad accettare le posizioni statunitensi facendo leva sulla forza americana, perché questo semplicemente non accadrà. Pertanto, non siamo di fronte alla scelta di una via o di un’altra, ma c’è una sola opzione per il cambiamento ed è quella del negoziato e del consenso. L’alternativa è la disintegrazione dell’ordine internazionale, del sistema multilaterale, discendendo semplicemente nel caos e nel disordine. Ovviamente, questo non è negli interessi occidentali”.

Ambasciatore Nelli Feroci: “Come ultima osservazione va rilevato che recentemente in alcuni Paesi europei vari accordi di libero scambio hanno visto importanti battute d’arresto. Per esempio, la ratifica del Ceta, l’accordo con il Canada, è bloccato nel Parlamento italiano. Come sa, vi sono alcune resistenze importanti in diversi Paesi europei circa l’idea di un accordo commerciale con il Mercosur. C’è un miglioramento che può essere immaginato nella governance di questi accordi commerciali tra Ue e Paesi, o gruppi di Paesi, che potrebbe rendere le ratifiche a livello nazionali più facili? C’è il bisogno di più trasparenza, c’è necessità di dare più informazioni a tutti i possibili stakeholder, visto che nell’ultimo periodo si sono notate con una certa preoccupazione crescenti resistenze e riluttanze nella ratifica di questi accordi commerciali?”

Lord Peter Mandelson: “La difficoltà sta in parte nel fatto che i negoziati di questi accordi stanno diventando più complicati, poiché sempre più questioni vengono introdotte in sede negoziale. Per esempio, un negoziato limitato alla eliminazione di tariffe e quote sembrerebbe un qualcosa di veloce da ottenere e concludere, ma quando vengono introdotte nozioni come il social dumping (l’obiezione da parte dei Paesi europei a sovvenzionare le merci introdotte nel mercato europeo da paesi che non operano con gli stessi standard di lavoro, sociali, europei) si nota subito una crescita delle complessità nella negoziazione. E certamente la trasparenza e la responsabilità dei negoziatori, nei confronti delle opinioni pubbliche, in generale è desiderabile e anche inevitabile. Ma l’aver più trasparenza non significa che le trattative saranno più facili da concludere.

Penso anche che la ragione per cui questi negoziati stanno diventando più difficili, invece che più semplici, in Europa, è che l’Europa sta adottando un’impostazione mentale più difensiva, protezionistica. Da un certo punto di vista lo comprendo: da una parte, c’è l’attacco americano, con i suoi hardware forniti a tutto il sistema delle telecomunicazioni, con le reti 5G, con le piattaforme tecnologiche dispiegate su tutto il continente europeo; dall’altra, c’è la Cina che mette in giro ancora più hardware dell’America, con questa sorta di ondata di investimenti, di capitali cinesi e con il movimento verso l’alto sulla catena del valore che rappresenta una sfida competitiva per l’Europa a un livello maggiore e su una scala più ampia di ciò che ci saremmo potuti immaginare quando la Cina entrò nell’Omc, all’inizio di questo secolo.

Tutto questo sta creando incertezza, un po’ di paura e instabilità politica in Europa. Questo rende le negoziazioni più difficili. La mia opinione è che l’Europa deve rimanere ferma nel difendere i suoi interessi. Ritengo che l’insistenza sulla reciprocità è giusta, ritengo sia anche corretto il voler far riesaminare alla Cina la modalità in cui la sua macchina politica industriale opera e investe creando significativi vantaggi per la produzione e competizione cinese negli scambi, una questione che non può essere differita per sempre.

Ritengo che l’Europa abbia ragione ad essere più risoluta, e che lo debba essere anche nel chiedere un più ampio accesso nei mercati d’esportazione in molte parti del mondo. In qualità di ex commissario per il commercio dell’Ue, sono fermamente, risolutamente convinto della necessità per l’Europa di trovare e creare nuove grandi opportunità, di usare i nostri muscoli, la dimensione del nostro mercato, per far aprire certi mercati anche a noi, piuttosto che spaventarci di fronte alla crescita cinese e americana, al timore di essere schiacciati dal loro mercato e quindi alzare barriere, muri, nuovi impedimenti regolatori per fermare il loro ingresso nel nostro mercato. Questa è una ricetta per un lento declino da parte dell’Europa e non rappresenta il modo in cui possiamo tornare a essere un laboratorio innovativo. È usando le nostre grandi università, la nostra tradizione scientifica, le opportunità tecnologiche che riusciremo a creare nuovi mercati, nuove industrie, nuove fonti di business e di impiego in Europa.

Questa è la via più risoluta, più ambiziosa, attraverso cui l’Europa deve vedere il suo futuro e non, come dicevo prima, accettando il proprio declino, ritirandosi, dando la colpa alla difficoltà imposta dal resto del mondo e cercando di nascondersi dietro questa paura. 01.