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"ESTADO DE ALARMA" NEL PAESE

La Spagna tra coronavirus e crisi politiche

17 Mar 2020 - Leonida Tedoldi - Leonida Tedoldi

Se la diffusione del contagio da coronavirus non bastasse, in Spagna stanno affiorando crisi politiche di un certo rilievo che si intrecciano con i problemi già rilevanti della diffusione dell’epidemia. Il governo spagnolo ha deciso, non senza una buona dose di ritardo, di seguire il “modello italiano“, o cinese-italiano, e da qualche giorno l’esecutivo ha deciso di dichiarare, come prevede l’articolo 116 della Costituzione, lo stato di emergenza (Estado de Alarma).

A differenza dell’Italia, in cui non si contempla la possibilità di questo tipo di “dichiarazioni”, ma una procedura con cui il governo può imporre alcune limitazioni temporanee alla libertà per ragioni sanitarie, nel Paese iberico lo Stato di emergenza ha già creato, quasi istantaneamente, una frattura istituzionale, che però bisogna dire essere stata in parte superata, quantomeno raffreddata, da un’altra. Infatti, questa nuova rottura non ha fatto che incrementare, ancora una volta, la fragilità non solo dei rapporti personali tra vertici del governo centrale e quelli “autonomici”, ma anche dell’organizzazione territoriale dello Stato spagnolo.

L’assunzione di plenos poderes (inizialmente fino a un massimo di quindici giorni) da parte del governo e del suo presidente, ma soprattutto di alcuni ministeri  (quello dell’Interno, Sanità, Difesa e Trasporti), ha significato anche una forte accentramento temporaneo delle funzioni rispetto, naturalmente, a quelli delle realtà “autonomicas“.

Le critiche di Urkullu e Torra
Nello spazio di una giornata, il presidente dei Paesi Baschi, Iñigo Urkullu e quello della Catalogna, Quim Torra (risultato positivo al Covid-19) si sono opposti a questa decisione, da una parte criticando tale impulso centralizzatore soprattutto nei confronti delle forze dell’ordine locali, dall’altra rivendicando il ruolo delle istituzioni regionali di controllo del proprio territorio, anche in materia sanitaria.

Addirittura il presidente catalano si è spinto fino a sostenere che lo stato di emergenza fosse una sorta di articolo 155 mascherato, cioè quello che sospende le funzioni del governo di Barcellona nel caso di secessione. Tali posizioni sono state però ribadite in sede di conferenza dei presidenti delle comunità autonome solo da Torra, mentre sono state smorzate da Urkullu (che già era non era in accordo con l’accelerazione sul 155) di fronte alla rapidità del contagio da Covid-19 e – se si può aggiungere -anche da un diverso atteggiamento politico rispetto a Torra. Non fosse altro che il Pnv di Urkullu sostiene la coalizione di governo che siede a Madrid.

Certo è però che siamo solo all’inizio dell’emergenza. Ma questo non è stato l’unico fattore di crisi istituzionale che si è verificata in questi giorni complicati.

Scontro nella Casa reale
A questi fattori di crisi si è aggiunta, anche perché suscitata da alcune indagini della magistratura in corso, una crisi in seno alla casa regnate che di certo non ha contribuito, in pieno stato di emergenza, a raffreddare anche altri scontri come quello tra il partito di governo e quello d’opposizione, il Pp. Il re Felipe VI, con una nota non proprio morbida, si è svincolato dai rapporti economici che lo legano al padre, il re “emerito” Juan Carlos.

In sostanza, il sovrano ha rivendicato con forza, sul piano politico, la separazione tra la “Casa del Rey” e quindi l’istituzione di capo dello Stato – e per questo riceve secondo la Costituzione (articolo 65) un importante contributo dallo Stato – dall’eredità familiare, privata, prevalentemente economica, derivata anche dalle operazioni del padre, non spesso limpide, e che negli ultimi decenni sono state oggetto di indagine non solo della magistratura, ma anche del Parlamento.

Quindi, l’azione evidentemente politica del re – in quanto difficilmente si può rinunciare anche solo alla quota legittima prima della scomparsa di colui che ha redatto il testamento, e così vale anche per i sovrani di Spagna – è anche profondamente istituzionale, in quanto il momento storico conflittuale che sta attraversando lo Stato spagnolo, e che lo sviluppo della pandemia potrebbe aggravare, non concede alcuna ombra sulla figura del capo dello Stato, pena l’esistenza stessa della Corona. E questo Felipe lo sa bene, basta vedere con quale piglio tolse il titolo di duchessa alla sorella Cristina, macchiata dalle vicende giudiziarie del marito nel 2015.