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Il gravissimo scivolone della presidente della Bce

13 Mar 2020 - Angelo De Mattia - Angelo De Mattia

In una fase in cui la politica monetaria è diventata, molto di più che in passato, comunicazione e si fonda in larga parte sulla forward guidance nei confronti del sistema, il gravissimo scivolone della presidente della Banca centrale europea (Bce), Christine Lagarde, che giovedì scorso ha escluso l’intervento sugli spread da parte dell’istituto, ha fatto passare in secondo piano le misure adottate dal Consiglio direttivo in funzione anti-emergenza (dall’ampliamento del “quantitative easing alle diverse forme di rifinanziamento delle banche). Inoltre, ha finito con lo sminuire una parte innovativa delle decisioni che riguardano l’utilizzo di norme e strumenti di vigilanza a fini di politica monetaria.

Bicchiere mezzo pieno
Ci si attendeva pure un intervento sui tassi. Questi, però, sono già a un livello decisamente negativo per cui si sarebbe escluso, al momento, di modificarli. Si è trattato di un “bicchiere mezzo pieno” che, pur configurandosi come un passo avanti, non è quanto necessario per potere con forza pretendere che l’Unione e i singoli Paesi facciano la propria parte con provvedimenti ambiziosi ed efficaci per contrastare la crisi. Sia chiaro: un contrasto da terapia d’urto è più che doveroso.

Tuttavia, il necessario raccordo tra politica monetaria e politica economica e di bilancio richiede che tutti i soggetti coinvolti facciano fino in fondo la propria parte, impiegando gli strumenti delle rispettive cassette degli attrezzi senza risparmi. Infine, si deve essere in grado di delineare una prospettiva che offra un livello di certezze oggi ancora possibili.

Ritoccare lo spread
Il migliore pacchetto di misure – e quello approvato dalla Bce migliore non è – sarebbe destinato al fallimento se accompagnato da una dichiarazione quale quella della Lagarde. Essa contrasta con la linea sinora tenuta dalla Banca centrale: l’intervento sugli spread. Questo è funzionale allo svolgimento della politica monetaria e anche a un’azione anti-inflazione richiesta dal mantenimento della stabilità dei prezzi, che è il mandato, l’unico, conferito alla Bce dal Trattato Ue.

Inoltre, in situazioni eccezionali, un siffatto intervento mira a evitare gravi danni alla moneta unica, come accadde nel 2012 con la famosa dichiarazione di Mario Draghi whatever it takes‘, quando vi era il rischio di una disintegrazione dell’euro. Interventi sui titoli pubblici hanno, per di più, superato il vaglio della Corte europea di giustizia.

Non si tarderà – si ritiene – ad apportare una sostanziale revisione sul piano non solo della comunicazione, ma anche su quello sostanziale e strategico, che certamente non potrebbe escludere in via aprioristica interventi per mitigare gli spread. Una correzione sarà anche il modo migliore per coordinare l’azione della Banca centrale con quella delle altre principali consorelle e con i singoli partner dell’eurozona, ferme restando le rispettive autonomie. Ciò si imporrà, a maggior ragione, se si darà soddisfacente attuazione a una sospensione de facto di alcune regole del Patto di stabilità.