IAI
1-SICUREZZA E TERRORISMO

Il contrasto alla radicalizzazione in Europa

7 Mar 2020 - Stefano Dambruoso - Stefano Dambruoso

Il termine “radicalizzazione” è negli ultimi anni sempre più diffuso quando si parla di terrorismo. Ci si riferisce alle migliaia di giovani europei musulmani (spesso di seconda o terza generazione) che si sono uniti al sedicente Stato islamico o hanno compiuto, o tentato di compiere, attentati in nome del Califfato su suolo europeo. Ma sono aumentati anche i casi di stragi da parte di soggetti legati invece all’estremismo di destra, aprendo a tutt’altra problematica.

La radicalizzazione è strettamente legata al terrorismo, ma è assente ancora una definizione generale comune. Secondo l’art.1 comma 2 della proposta di legge Dambruoso-Manciulli – finora l’unico tentativo di disciplinare in modo organico il  contrasto all’estremismo violento che vada oltre le norme repressive, già presenti ed abbondantemente collaudate nel nostro Paese – la radicalizzazione è definita come “i fenomeni che vedono persone simpatizzare o aderire manifestamente ad ideologie di matrice jihadista (ma non  solo), ispirate all’uso della violenza e del terrorismo, politicamente o religiosamente motivati”.

Strategie a confronto
Il contrasto alla radicalizzazione (Countering violent extremism, Cve) è ora un importante aspetto delle politiche securitarie della maggior parte dei Paesi europei, soprattutto quelli dell’Europa occidentale e settentrionale, che sono stati i primi a sviluppare strategie di deradicalizzazione, dato il crescente numero di loro concittadini propugnanti ideologie estremiste e violente, spesso incubate in determinate città o quartieri. Come enunciato dallo stesso Radicalization Awareness Network (Ran), l’iniziativa della Commissione europea per condividere le best practices in tema di de-radicalizzazione fra gli Stati membri, “combattere il terrorismo non riguarda solo la sorveglianza e la sicurezza”.

Danimarca
Una delle strategie di deradicalizzazione più importanti a livello europeo è quella della Danimarca, che risale a più di un decennio fa – essendo stata avviata nel 2009, dopo lo smantellamento, nel 2007 e 2008, di due importanti cellule che stavano pianificando attacchi su suolo danese -. I due pilastri della strategia sono: interventi mirati sui singoli e iniziative di più ampio respiro dirette alle comunità più a rischio. Queste ultime si fondano su un ambiente democratico, dove si discute su tematiche come la coesione sociale, il ruolo della religione, la discriminazione e anche la politica estera danese; tutti argomenti che potrebbero essere utilizzati, in modo opposto, da ideologi jihadisti per ottenere nuovi adepti.

Anche lo stesso servizio di sicurezza danese (Pet) è impegnato nella deradicalizzazione. Oltre ad effettuare interventi mirati su estremisti, che potrebbero portare ad un problema securitario, l’intelligence del regno è in costante dialogo con esponenti della comunità musulmana. Infatti, la fiducia di quest’ultima è fondamentale per ottenere informazioni tempestive su individui che potrebbero porre in essere, se non debitamente contrastati, comportamenti violenti fino a sfociare nel terrorismo.

Paesi Bassi
Anche i Paesi Bassi hanno adottato misure volte alla deradicalizzazione dei propri cittadini, operando, come in Danimarca, sia sul piano individuale che su quello della comunità. Il governo ha per questo individuato nei dipendenti pubblici a diretto contatto con individui potenzialmente a rischio (i cosiddetti frontline workers) i soggetti più adatti per individuare i primi segnali di ideologia violenta, formandoli quindi nel modo più opportuno. Inoltre, il Coordinatore nazionale per la sicurezza e l’antiterrorismo, in partnership con il Servizio olandese sulla libertà vigilata, ha istituito un programma di reintegro per jihadisti in procinto di essere rilasciati dal carcere. L’obiettivo, attraverso l’assistenza psicologica, il supporto sociale e anche economico (ad esempio i detenuti vengono aiutati nel saldo dei propri debiti o nella ricerca di un’abitazione), è quello di ridurre al minimo i casi di “recidivismo” legati al terrorismo.

Germania
In Germania, diversamente da Paesi Bassi e Danimarca, la strategia di deradicalizzazione è caratterizzata da un alto livello di decentramento, data la natura federale del Paese. Ognuno dei sedici Länder decide il proprio programma di de-radicalizzazione, in autonomia dal ministero federale dell’interno. Nonostante le immancabili differenze, i vari programmi si focalizzano su punti comuni: supporto da parte della società civile ed enti locali, assistenza sociale e aiuto a trovare un impiego.

Anche gli organismi federali sono coinvolti nel contrasto alla radicalizzazione. L’Ufficio federale per la migrazione ed i rifugiati dispone, ad esempio, di un centro per la radicalizzazione contattabile via telefono da coloro che temono che un proprio caro stia abbracciando l’estremismo islamista. Il centro fornisce supporto, di natura sociale e religiosa, e valuta anche strategie di intervento, come la possibilità di consultare le forze di polizia. Inoltre, l’Ufficio federale della protezione della costituzione (l’intelligence interna tedesca, Bfv) ha posto in essere programmi di de-radicalizzazione per estremisti di destra e di sinistra: viene fornito, oltre all’assistenza per uscire dall’ideologia violenta, anche supporto per quanto riguarda l’istruzione o la formazione professionale, aiutando i soggetti nella ricerca di un lavoro.

Regno Unito
Un’altra nazione europea che ha puntato molto sulla de-radicalizzazione è il Regno Unito, la cui strategia antiterrorismo, delineata per la prima volta già nel 2003, è stata potenziata all’indomani degli attentati del 7 luglio 2005, quando quattro cittadini britannici musulmani di seconda generazione uccisero più di cinquanta persone con attentati suicidi sui mezzi di trasporto pubblici di Londra.

In conclusione, si può dire che il contrasto al terrorismo jihadista in Europa vuol dire oggi contrastare la radicalizzazione dei giovani europei di seconda o terza generazione araba e sviluppare corrispondenti ed adeguati programmi di deradicalizzazione.

Primo di tre articoli scritto dal magistrato Stefano Dambruoso per AffarInternazionali.