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Eccentrica ma concreta: la politica estera secondo Trump

27 Mar 2020 - Ludovico De Angelis - Ludovico De Angelis

Robert Blackwill, professore alla John Hopkins University e senior fellow del Council on Foreign Relations, ha parlato della politica estera di Donald Trump come di una “large bowl of spaghetti bolognese dumped and spread on a white canvas”.

Sebbene puntellata da dichiarazioni massimaliste – da “resa incondizionata” – estranee ad una concezione coscienziosa e moderna della conduzione degli affari esteri, negare qualsiasi logica alla politica statunitense degli ultimi anni vorrebbe dire perdere di vista le trasformazioni strutturali che al giorno d’oggi caratterizzano quella che, a tutti gli effetti, sembrerebbe essere una nuova fase della politica estera americana.

Tale direttrice si inserisce all’interno di un solco tracciato dall’amministrazione Obama sin dal giugno del 2015 quando, all’interno della National Military Strategy, si intravide nel ritorno alla competizione tra grandi potenze il fulcro attorno al quale sarebbe ruotato l’asse del nuovo sistema delle relazioni internazionali. Un cambiamento notevole dopo anni di attenzione spasmodica nei riguardi del fenomeno terroristico.

Ribadita sotto l’amministrazione Trump dalla National Security Strategy del 2017 e dalla National Defense Strategy del gennaio 2018, tale asserzione non rappresentò un auspicio bensì un tentativo di riorientare l’azione statunitense verso canali classici di confronto con le altre grandi potenze che, vuoi a causa di fattori endogeni che esogeni all’azione americana, avevano nel frattempo eroso parte di ciò che rimaneva del “momento unipolare” degli anni ’90.

Ciò significa una rinnovata enfasi su una serie di elementi.

Dal ritrovato ruolo della diplomazia nucleare (la mancata firma del trattato Inf, che mise fine alla crisi degli euromissili nel 1987, ne è un esempio), alla necessità da parte di Washington e dei suoi alleati asiatici di riuscire a far fronte al percepito espansionismo di Pechino nella regione indo-pacifica, fino ad arrivare alla capacità militare Nato di contrastare la supposta aggressività russa in Europa. Da qui, proseguendo con le esercitazioni in merito alla cd. high-end conventional warfare, una guerra su larga scala, ad alta intensità e con l’utilizzo di tecnologie sofisticate e la supply chains security – l’attività di riduzione della dipendenza dalle catene del valore militari e civili russe e, soprattutto, cinesi sino a giungere, in ultimo, alla competizione per la primazia sulla “frontiera tecnologica”, primazia sul ritmo e qualità dell’innovazione, vuoi in ambito militare convenzionale che civile.

Questa lenta ma energica rivisitazione della strategia americana si inserisce all’interno di un periodo, quello attuale, che sembrerebbe essere transitorio, nella misura in cui le due grandi potenze starebbe al momento cercando nuove modalità di coesistenza, una “coesistenza competitiva”,  fatta di crescenti rivalità nei domini economico-tecnologico e politico-militare.

Risvolti domestici
A queste circostanze Trump aggiunge un tocco personalistico, spesso caricaturale e inadatto, ma tremendamente concreto. Ad esempio, tutelare gli interessi del tessuto economico manifatturiero, specialmente quello che lo ha eletto negli swing States della Rust Belt (Indiana, Ohio, Pennsylvania, Iowa) è divenuto uno dei caratteri principali dell’azione politica dell’attuale amministrazione. La recente decisione di imporre dazi commerciali sulle importazioni di acciaio e alluminio non ha rappresentato naturalmente una coincidenza.

Importanti complessi siderurgici sono infatti presenti proprio in Indiana, Ohio e Pennsylvania, gestiti da importanti aziende quali la US Steel e la ArcelorMittal US. Come dimostrato da alcuni economisti (Acemoglu e Restrepo), queste ed altre aree della East Coast sono state “spiazzate” dalle importazioni d’origine cinese e messicana, dall’offshoring e dalla routinarizzazione del lavoro, il che rende più facilmente sostituibili alcuni tipi di lavoratori con macchinari e/o intelligenza artificiale (la cosiddetta disoccupazione tecnologica).

Oltre a questa ragione, sussiste in parallelo la necessità di contenere direttamente ed in maniera energica l’ascesa economica cinese, in continuità con quanto già fatto dall’amministrazione Obama. Fu questo il senso profondo dei negoziati TPP e del TTIP: tramite la costituzione di aree di scambio preferenziale, si voleva contenere l’espansionismo economico di Pechino.

I diversi piani della competizione
Oltre alla questione della guerra valutaria (la manipolazione del tasso di cambio renminbi-dollaro), si è aggiunta l’annosa controversia sui diritti di proprietà intellettuale e – non meno importante – il tentativo statunitense di impedire il consolidarsi del primato della cinese nella Tech industry. Come affermato dal famoso economista Nouriel Roubini: “The US regards China’s quest to achieve autonomy and then supremacy in cutting-edge technologies – including artificial intelligence, 5G, robotics, automation, biotech, and autonomous vehicles – as a threat to its economic and national security”.

Tale inclinazione non è perciò prerogativa esclusiva della scomposta diplomazia di Donald Trump: questa ha infatti natura bipartisan.

In un importante ma poco noto studio (Threats to the U.S. Research Enterprise: China’s Talent Recruitment Plans), il Permanent Subcommittee on Investigations del Senato, con alla testa un repubblicano ed un democratico, ha di recente denunciato gli “abusi” cinesi in materia di appropriazione indebita di proprietà intellettuale e capitale umano (tramite programmi quali la “Politica dei Mille Talenti”), accusando il colpevole ritardo statunitense nel far fronte a questa minaccia per la sicurezza nazionale.

È questa una sfumatura del nuovo clima internazionale di competizione tra grandi potenze, tra i diversi “imperi tecnologici”. Inoltre, tale indirizzo si è declinato anche nelle pressioni del presidente Trump su una serie di industrie (hi-tech, automotive ed aerea) al fine di diversificare la propria produzione, muovendola al di fuori del territorio cinese.

Tali posizioni non sono frutto delle sparate di un presidente eccentrico. Esse sono frutto di un lento ma inesorabile ripensamento del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, un ripensamento che vedrà verosimilmente la dominanza politica del dinamismo e economico americano.

In sostanza, ciò che il potere esecutivo potrà mutare saranno i termini di confronto di una realtà immanente, che confluirà sempre più nel più ampio dilemma che affligge da oramai lunghi anni accademici e decisori politici statunitensi: come ripensare una Grand Strategy nel mutato clima internazionale che risponda adeguatamente alle nuove sfide che, nei domini illustrati, gli Stati Uniti si troveranno ad affrontare negli anni a venire.

Come ha affermato Robert Kagan, gli Stati Uniti si limiteranno a comportarsi come una nazione “normale”, che persegue i propri stretti interessi oppure, come invece vogliono alcune visioni “eccezionaliste” democratiche e repubblicane americane, Washington tornerà ad essere la “nazione indispensabile”, con interessi trasversali e con tutte le implicazioni (e responsabilità) morali, politiche, militari ed economiche che inevitabilmente ne scaturiscono?

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