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DUE SETTIMANE PER UNA STRATEGIA COMUNE

E l’Europa rinvia ancora l’appuntamento con la storia

27 Mar 2020 - Marcello Signorelli - Marcello Signorelli

Il 26 marzo, dopo una lunga riunione telematica, il Consiglio europeo ha rinviato di almeno due settimane la definizione operativa di una complessiva strategia di risposta comune alla crisi sanitaria ed economica. Non è certo una bella notizia, ma non è neppure inattesa dopo l’esito dell’Eurogruppo di martedì 24 marzo e le molte dichiarazioni divergenti di vari leader nazionali europei. Comunque, in questa fase una scelta errata sarebbe stata peggio di un breve rinvio pur con esiti incerti.

Come è noto, almeno otto o nove paesi (i firmatari della lettera favorevole ai Bond europei), tra cui Italia, Spagna e Francia, vorrebbero condividere maggiormente i rischi, pur limitatamente alle nuove risorse da raccogliere e impiegare per contrastare la crisi. La visione di azione di tali paesi – che rappresentano comunque ben oltre la metà del Pil e della popolazione dell’Eurozona – trova una sponda importante – più o meno esplicita – nelle dichiarazioni di Mario Draghi (ex presidente Bce, che sul Financial Times ha sostanzialmente scritto che “in guerra va fatto più debito pubblico e usare tali risorse rapidamente”) ma anche di Christine Lagarde (attuale presidente Bce, che si è detta esplicitamente non-contraria a una “emissione una tantum di Bond europei”) nonché, molto più esplicitamente favorevole, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e altri.

Tuttavia, i Paesi “del Nord” (Olanda in primis ma – soprattutto e finora – la Germania) non sono disponibili di fatto a fare passi avanti comuni per il necessario completamento dell’Unione monetaria senza specifiche condizioni che tutelino i loro interessi nazionali. Insomma, sono i veri “sovranisti” senza rendersi conto che a livello globale (G20, G7 e non solo) ci si sta avviando – almeno come intenzioni ma non solo – verso un forte rafforzamento di logiche di intervento coordinato internazionale.

Quindi, è soprattutto l’Europa a rinviare ancora l’appuntamento con la storia, ed è il suo livello più avanzato di integrazione (Eurozona) che ha da tempo necessità di completare i suoi strumenti e migliorare la sua governance e potrebbe trovare nella situazione attuale di shock simmetrico grave una opportunità unica da cogliere con pragmatismo politico ma anche visione storica.

Va detto che, fortunatamente, le nuove libertà e entità di acquisti di titoli decisi opportunamente della Bce (con il nuovo Qe senza limitazioni) probabilmente proteggeranno l’Eurozona da una immediata crisi sui debiti sovrani in questa fase, più o meno prolungata, di non-decisione su una azione comune complessiva europea sulla politica di bilancio. Ma, come credo sia oramai chiaro a molti, la politica monetaria ha limiti di efficacia reale considerevoli (a meno che non si voglia andare verso una qualche azione di helicopter money): solo gli interventi con spesa pubblica aggiuntiva e riduzione o annullamento di tassazione sono in grado di avere effetti sul reddito disponibile di persone e famiglie, liquidità e solvibilità delle imprese, insomma sulla capacità di non ridurre troppo il “prodotto potenziale” in questa fase di parziale blocco delle attività produttive, e poter così ripartire bene e rapidamente – con adeguate politiche di investimenti pubblici a sostegno – appena le condizioni di sicurezza sanitaria lo consentiranno.

E intanto, mentre molti lo vivono drammaticamente nella loro quotidianità, la drammatica e dura realtà imposta dall’epidemia prosegue con tempistiche e dinamiche incerte. La grave crisi economica avanza inesorabilmente producendo effetti in parte irreversibili, tanto maggiori quanto più saranno tardive e inadeguate le risposte in termini di politiche di bilancio pubblico tramite maggior debito sostenibile.

Con il mondo che si interroga e cerca, pur in forme ancora insufficienti, un maggior coordinamento e unità di azione, paradossalmente sono i paesi europei più integrati fra loro (addirittura 19 con una moneta comune) che – tradendo il sogno dei “padri fondatori” dell’integrazione europea – proseguono con veti incrociati e a blocchi, senza comprendere adeguatamente che, se prevarranno, i veri “sovranismi nazionali” sospingeranno sempre più i piccoli stati europei (il più grande, la Germania, pesa il 3% del Pil globale) a una ulteriore e progressiva irrilevanza nel nuovo contesto internazionale che uscirà comunque cambiato dalla pandemia globale.

Degli incerti sviluppi delle prossime settimane molto dipenderà anche da Angela Merkel che dovrà scegliere fra una prudenziale difesa della (presunta) “grande Germania”, accontentandosi di entrare nella storia del suo paese, oppure chiudere la sua lunga parabola politica con un colpo d’ala che la farebbe entrare veramente nella storia dell’integrazione europea. Mi auguro che la memoria sulla storia della sua Germania non sia troppo corta e offuscata dagli indubbi successi economici degli ultimi decenni, ma vada molto più indietro nel tempo, fino ai periodi delle difficoltà e degli errori gravi, per far si che una rinnovata visione dell’integrazione europea sia rilanciata e che l’Eurozona non rimanga altro tempo “in mezzo al guado” in una situazione così difficile e rischiosa.