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Fede e pandemia

Come le Chiese nel mondo affrontano il coronavirus

22 Mar 2020 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

Il contenimento del coronavirus ha ora la massima priorità, dunque raccomandiamo a tutti di seguire le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità per proteggere se stessi e gli altri”. Religions For Peace, la più grande coalizione internazionale che riunisce i rappresentanti di diverse religioni presenti nel mondo, ha sintetizzato la sua linea generale che antepone a ogni altra esigenza la salute pubblica, bene non soltanto personale, ma collettivo.

Le chiese cristiane, cattoliche e protestanti rivedono le loro agende e stanno utilizzando tutti i mezzi delle nuove tecnologie per raggiungere i fedeli. Mai come in questo periodo la pratica delle video-predicazioni, da decenni giù diffusa negli Stati Uniti, sta prendendo piede. WhatsApp, Instagram, YouTube: non c’è social che non sia messo a disposizione per proseguire le attività impedite nei luoghi di culto, messe comprese, celebrate in streaming, in radio e in televisione. Non soltanto la domenica, ma ogni giorno cellulari e tablet diffondono meditazioni e letture bibliche.

C’è anche chi, attrezzando di altoparlanti il sagrato della parrocchia, trasmette il sermone al quartiere. Persino le riunioni di preghiera, le scuole domenicali, gli studi biblici sono diventati 2.0. La creatività ha libertà di esprimersi per dare una parola di speranza, di incoraggiamento, di conforto. La Conferenza episcopale italiana (Cei) ha messo a punto la piattaforma digitale chiciseparera.chiesacattolica.it dove vengono pubblicate news e informazioni utili sulle attività della Caritas e delle diocesi che continuano a lavorare là dove non sono sufficienti gli interventi a distanza, come tra i senzatetto.

Le ricorrenze nel mondo
Intanto iniziano a essere depennati i grandi meeting in programma. A Dresda è saltata la Settimana della Fratellanza della Society for Christian-Jewish Cooperation e a Bad Harrenald è stato annullato a inizio marzo l’evento di tre giorni nel quale la Comunità di chiese evangeliche in Europa (Cpce) raduna partecipanti da 19 Paesi. Il reverendo Herbert Nelson, portavoce dell’Assemblea generale della Chiesa presbiteriana degli Usa che dovrebbe tenersi dal 20 al 27 giugno a Baltimora, sta monitorando la situazione per verificarne la fattibilità.

Non mancano eccezioni alla realpolitik delle Chiese. Mentre in Italia il Vaticano ha fatto sapere che non ci sarà la processione del Venerdì Santo e la Pasqua 2020 sarà in versione easy, in Grecia la Chiesa ortodossa è sembrata a lungo non essere intenzionata a fare passi indietro. Il ministero della Salute, che ha bandito i festeggiamenti di Carnevale, ha delegato ai vescovi ogni decisione, ma almeno da Patrasso, una delle regioni più vulnerabili, finora sono giunti segnali intransigenti nel senso del massimo rispetto delle tradizioni. Solo nei giorni scorsi l’annuncio dello stop alle celebrazioni giornaliere (tranne che domenicali, ridotte all’essenziale).

Emergono problemi che non sono soltanto attinenti alle manifestazioni pubbliche delle religioni. In Corea del Sud divampano ancora le polemiche sulle notizie che attribuiscono a una setta religiosa la responsabilità di aver boicottato le prime disposizioni restrittive del governo facendosi così veicolo di diffusione del Covid-19. D’altro canto, neppure certe prassi nelle chiese cristiane occidentali sono propriamente igieniche, come la confidenzialità di baci e abbracci tra membri di Chiesa, il segno di pace con la stretta di mano o lo stesso momento liturgico della Comunione. Ma è bene non dare letture troppo superficiali per capire che cosa sta avvenendo nel mondo delle Chiese.

Gli atti del Papa
Due atti dirompenti di papa Francesco meritano attenzione: la sua uscita per recarsi nella basilica di santa Maria Maggiore e nella chiesa di san Marcello al Corso e il dietrofront sulla chiusura delle parrocchie nella capitale. Agli atti ha aggiunto un messaggio: “In tempo di pandemia non si deve fare il don Abbondio“. Lo ha detto ringraziando i sacerdoti in prima linea, infermieri delle anime, già in molti ad ammalarsi o entrati nel numero delle vittime. Il sentirsi parte di un tessuto sociale con la coscienza di condividere con i soggetti secolari la responsabilità del benessere collettivo deve fare i conti da un lato con il rapporto di reciproco rispetto tra Chiesa e Stato, dall’altro con la pietra d’inciampo, scandalosa e anticonformista, della missione di Cristo.

Nessuno può impedire che un cristiano, dal Papa in giù, si ponga delle domande sulla coerenza del proprio operato a quella parola. È storicamente risaputo che le chiese non hanno sbarrato i propri ingressi neppure durante le pestilenze. Spesso si sono trasformate in lazzaretti, ospedali da campo, rifugi.

Vicini a chi soffre
Emerge l’altro aspetto, quello sul farsi prossimo a chi soffre. Il web non risolve tutto. La Predigerkirche a Basilea, edificio di culto della comunità cattolica cristiana, in questi giorni è diventata un avamposto dell’ospedale universitario renano e accoglie possibili infetti. In questo senso, si stanno moltiplicando le iniziative che, pur nella prudenza imposta dalla pandemia, non esauriscono l’accoglienza e la vicinanza alla dimensione virtuale.

Resta un interrogativo che in questi giorni di coronavirus sembra porsi più il mondo cattolico di quello protestante ed è quello dell’autonomia. In futuro sarà da ripensare la dichiarazione di Andrea Ricciardi, presidente della Comunità di sant’Egidio, circa il dubbio che lo Stato possa disporre delle cerimonie in chiesa. Equiparate a bar e a discoteche, le parrocchie sono considerate solo luoghi di assembramento, non necessarie? E a questo proposito non è una sfumatura da poco quanto scritto sul comunicato della Cei, pubblicato su Avvenire, che la chiusura delle chiese non fu decisa per imposizione dello Stato, ma per “un senso di appartenenza alla famiglia umana“.