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ROAD TO AMERICA

Usa: le primarie democratiche verso il Super Tuesday

3 Feb 2020 - Alberto Flores D'Arcais - Alberto Flores D'Arcais

3 marzo 2020. Nel mondo politico degli Stati Uniti – soprattutto in quello democratico – questa data è cerchiata di rosso. È il Super Tuesday: quel martedì del prossimo mese, 16 degli Stati americani saranno chiamati contemporaneamente a votare per eleggere i delegati alla prossima Convention democratica (13-16 luglio) che eleggerà lo sfidante ufficiale di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca.

Da (quasi) sempre il Super Tuesday è il giorno più importante delle primarie e quest’anno – nella sfida più incerta da quarant’anni in campo democratico – potrebbe risultare decisivo. Sedici Stati che in realtà sono quattordici (Alabama, Arkansas, California, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee, Texas, Utah, Vermont, Virginia), più due (American Samoa e Democrats Abroad) che non lo sono affatto, ma che eleggono in ogni caso delegati per la Convention.

Un terzo dei delegati saranno scelti nel Super Tuesday, che quest’anno ha una rilevante novità: la California. Il Golden State – il più popoloso, il più importante e il più ricco degli Stati Uniti – tradizionalmente era uno degli ultimi Stati a votare per le primarie in genere a inizio giugno, quando i giochi erano già fatti. I suoi delegati, i più numerosi (saranno 494 su un totale di 4750), erano sempre poco più che comparse, chiamati a ratificare un risultato già deciso dagli altri Stati che avevano votato nei mesi precedenti. Non si tratta di un cambio da poco, visto che in questo stesso Super Tuesday voteranno anche il Texas (il secondo Stato più popoloso d’America), alcuni Stati in bilico decisivi (Colorado, Minnesota, North Carolina, Virginia) e roccaforti democratiche come Massachusetts e Vermont.

Il Super Tuesday ha una storia relativamente recente. Il termine venne usato per la prima volta nel 1976, quando, dopo i disastri del Watergate e le dimissioni di Richard Nixon si sfidarono per i repubblicani Gerald Ford (che era subentrato alla Casa Bianca senza elezione) e per i democratici Jimmy Carter (che avrebbe poi vinto). Da allora è diventato di uso comune per politici, media, pubblica opinione  e dal 1988 è anche sinonimo di vittoria: chi vince nel martedì più importante di marzo ottiene sempre la nomination democratica (e nel 1984 Gary Hart la perse solo per via dello scandalo-amante che lo costrinse al ritiro).

Quest’anno le cose sono decisamente più complicate. Il 3 febbraio nei caucus  (le assemblee di partito) dell’Iowa, tradizionalmente il primo Stato a votare, saranno presenti quattro candidati che, stando agli attuali sondaggi, potrebbero arrivare fino in fondo:

Joe Biden, politico di lungo corso – per decenni al Congresso – e vice di Barack Obama negli otto anni (2009-2016) del primo presidente afro-americano alla Casa Bianca. Era partito come il favorito e per molti esperti lo è ancora, nonostante gli attacchi della Casa Bianca e della destra conservatrice per i rapporti del figlio con l’Ucraina. È il volto moderato del partito.

Bernie Sanders, socialista dichiarato, campione dell’ala ultra-liberal, idolo dei giovani e già protagonista delle primarie 2016 quando venne sconfitto di misura da Hillary Clinton.

Elizabeth Warren, unica donna tra le due ancora in lizza (l’altra è la senatrice Amy Klobuchar) ad avere una chance per la nomination, anche lei rappresentante dell’ala più liberal, paladina dei consumatori e nemica giurata di Wall Street.

Pete Buttigieg, il volto nuovo, sindaco di successo in Indiana, gay dichiarato, moderato politicamente, molto liberal sui diritti civili.

Anche se uno di questi quattro candidati dovesse uscire saldamente in testa dal voto in Iowa e da quelli successivi in New Hampshire (11 febbraio), Nevada (22 febbraio) e South Carolina (29 febbraio), il voto del 3 marzo potrebbe stravolgere le carte. Anche in modo totale, visto che su di loro incombe la figura di un convitato di pietra che farà la propria comparsa solo nel Super Tuesday: Michael Bloomberg. L’ex sindaco-miliardario di New York City, il più popolare dai tempi di Fiorello La Guardia, vorrebbe unificare un partito – mai così diviso come oggi – attorno al suo nome, forte delle centinaia di milioni di dollari che è pronto a spendere in campagna elettorale.

Nel super martedì saranno scelti ben 1618 delegati, contro i soli 193 delle quattro elezioni di febbraio. Al primo scrutinio della Convention per essere eletto/a candidato ufficiale serviranno 1990 voti. Se nessuno li avrà, entreranno in campo i 771 super-delegati, quelli scelti non dagli elettori ma dalle varie organizzazioni del partito.