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Incontro del 5+5 a Ginevra

Piccoli passi verso una tregua in Libia

6 Feb 2020 - Paolo Quercia - Paolo Quercia

Rilanciate dalla conferenza di Berlino del 19 gennaio, le Nazioni Unite recuperano spazi di manovra nel conflitto libico. L’incontro di Ginevra del 4 febbraio scorso ha segnato un altro piccolo passo in avanti. Le due parti in conflitto hanno accettato di proseguire il dialogo consentendo che si riunisse – per la prima volta – la Libya Joint Military Commission, l’organo di supervisione dell’applicazione del cessate il fuoco.

Fino alla conferenza di Berlino di due settimane fa, il generale della Cirenaica Khalifa Haftar si era rifiutato anche solo di nominare i 5 membri del comitato 5+5, mentre minacciava di spazzare via strada per strada “le milizie dei terroristi che hanno il potere a Tripoli”. Ora, nonostante si registrino violazioni del cessate il fuoco e dell’embargo, il clima politico attorno al conflitto libico appare essere decisamente cambiato nel corso delle ultime tre settimane.

Il disegno di Berlino
Sviluppi che si sono susseguiti celermente a partire dall’incontro di Mosca del 13 gennaio, a cui hanno fatto seguito gli appuntamenti in Germania e Svizzera. Appuntamenti che devono essere letti in successione e parte di un complesso processo che vede la confluenza di tre diverse strategie: quella di Berlino, quella di Ankara e quella di Mosca. Un nuovo incontro di carattere politico vi sarà prossimamente al Cairo, a cui farà seguito un secondo incontro a Ginevra sempre nel formato 5+5. Se le cose funzioneranno sul terreno e nelle cancellerie dei principali attori esterni al conflitto, ciò consentirà alla Germania di tirare le fila politiche di questa nuova fase del conflitto in una nuova conferenza che si terrà nella seconda metà di marzo nella capitale tedesca.

Ci sono tanti “se” che devono allinearsi nelle prossime settimane, ma il disegno di Berlino di creare una gabbia regionale al conflitto libico mettendo insieme il suo peso bilaterale con Ankara e Mosca ed il suo ruolo multilaterale nel sistema delle Nazioni Unite appare essere al momento l’unico serio tentativo contenimento del conflitto disponibile. E che, a differenza delle passate iniziative italiane e francesi, ha avuto il non secondario pregio di bloccare l’escalation militare, anche se non l’accumularsi di armamenti nel teatro.

Germania fra Russia e Turchia
Un’iniziativa che ha buone possibilità di trasformare la tregua in un cessate il fuoco e di rendere sostenibile il delicato equilibrio turco-russo che si sta creando nel Mediterraneo orientale attorno a molteplici teatri: dai Balcani alla Siria, fino alla stessa Libia. Più aumentano i teatri di crisi in cui turchi e russi sono i principali attori esterni, più aumentano le possibilità che gli accomodamenti precari e tattici che avvengono nelle singole zone divengano stabili.

Ad esempio, è molto precaria la situazione in Siria attorno ad Idlib, dove cinque soldati turchi sono morti sotto i bombardamenti delle forze di Assad. Ma è proprio la debolezza della presenza che russi e turchi hanno costruito in Siria ed in Libia ed il fatto che entrambi stanno tentando di ottenere grandi risultati con pochi mezzi che rende i due Paesi complementari. Essi hanno per il momento ciascuno bisogno dell’altro ed entrambi hanno necessità di mantenere costruttivi rapporti con la Germania, con cui sono profondamente legati nel rapporto bilaterale. Inserendosi tra queste duplici carenze, Berlino può cosi ampliare la sua bilanciata e crescente politica mediorientale, collegandola con il suo asse principale: il rapporto euro-asiatico nelle due dimensioni russa e turca.

L’unica strategia per evitare il collasso
Le prossime settimane saranno un test importante per vedere se queste costruzioni diplomatiche avranno seguito sul terreno, se vi saranno tentativi di inceppare il processo da parte di peace-spoilers e se il gioco a tre tra Berlino, Mosca ed Ankara rappresenterà la nuova cornice di evoluzione del conflitto libico. Una cornice che non risolverà quasi nessuno dei problemi della Libia (conflitti locali, duplicazione delle istituzioni, mancanza di struttura statuali di Law and Order, milizie, gruppi jihadisti, inefficienza, corruzione, mercenari stranieri, diritti dell’uomo, traffici di armi, droga, questioni migratorie) ma che porrà dei paletti all’internazionalizzazione di questi problemi enormi. E dei meccanismi politici del loro congelamento. Forse è poco.

Ma nel vuoto d’America, d’Italia e d’Europa pare essere l’unica strategia per evitare il collasso della Libia. È ancora presto per prevedere se ciò finirà per produrre una Dayton del Mediterraneo centrale. Ma Roma farebbe meglio a porsi il problema di come possano sopravvivere i suoi interessi strategici nel caso in cui questo scenario dovesse prendere forma.