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Conversazione con AffarInternazionali

Cina, Iran, Libia, Ue, Brexit. Parla Romano Prodi

17 Feb 2020 - Francesco De Leo - Francesco De Leo

Romano Prodi, già presidente del Consiglio italiano e della Commissione europea, accetta di conversare con AffarInternazionali su alcuni dei principali dossier di politica internazionale.

Presidente, comincerei da un Paese che conosce molto bene: la Cina. Come vive la Repubblica popolare le conseguenze della diffusione del coronavirus?
“Ascoltiamo e leggiamo osservazioni contraddittorie… si dice che abbiano avvisato con un po’ di ritardo, ma in tante circostanze di questo tipo prima di dire “c’è una grande epidemia” si è sempre avuta grande prudenza. Questo è comunque il problema che rimane tuttora aperto, non lo è invece l’aspetto dell’azione fortissima intrapresa per fermare la diffusione del morbo. Sotto questo aspetto è avvenuto qualcosa di assolutamente straordinario e inedito e non si sa quale altro Paese avrebbe potuto isolare 60 milioni di persone con una velocità e capacità di mobilitazione simile alla Cina. Sono abbastanza tranquillo sul fatto che riusciranno ad isolare il virus; quello che mi preoccupa molto di più è il problema di una possibile diffusione in Africa. Pensi a Lagos, per esempio, dove non sappiamo nemmeno quanta gente ci sia. Spero che non arrivi fino a lì, che questioni climatiche o di altro tipo lo impediscano, ma dobbiamo porci il problema per l’umanità futura. Vi sono realtà esposte, immagino l’India, su cui potrebbero esserci conseguenze terribili che neanche stiamo prendendo in considerazione. Da ultimo, l’aspetto economico, che però valuto meno di come comunemente si considera. Voglio dire… è sì molto grave e serio, ma come avvenuto in altri casi, di solito si ha una caduta in giù molto forte con una seguente rapida ripresa. Speriamo che questo avvenga”.

La scorsa settimana ho intervistato all’Istituto Affari Internazionali il Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Sahel, un’altra area a lei familiare. Le notizie da quel fronte sono sempre più preoccupanti da ogni punto di vista.
“Sono totalmente preoccupanti. Mentre svolgevo quella stessa funzione per le Nazioni Unite, mi trovavo in Mali quando si registrò l’assalto terroristico dal nord, sostanzialmente limitato ad alcune parti del territorio. Da allora si è completamente diffuso, fino ad arrivare al Burkina Faso, che era un Paese sicuro e pacifico. Oggi dal confine della Mauritania, ancora piuttosto sicura, fino al Sinai compreso, tutto il sub-Sahara è impraticabile. Sono co-presidente della Commissione del Lago Ciad e pensi che non ci siamo mai potuti riunire negli ultimi anni, perché nessuno garantisce la sicurezza per l’incontro. A queste condizioni non è possibile immaginare cosa possa capitare in futuro. Un’economia sottoposta a questi rischi non potrà mai decollare. Anche se parliamo di una zona francese e francofona, da sola la Francia non ha nessuna possibilità di affrontare questo problema. Una politica europea non c’è e la Francia, va detto, è assolutamente gelosa del suo ruolo in quei territori”.

La Conferenza di Berlino per la Libia non ha portato neanche ad una tregua. Come può sbloccarsi la situazione?
Berlino non ha fatto niente di nuovo. Ha avuto almeno il vantaggio però di porre il problema a livello europeo. Ho parlato di problema, non di soluzione, ma perlomeno si è cominciato a discuterne. La soluzione a livello europeo non c’è perché ormai le due potenze regionali, Russia e Turchia, si sono impadronite delle carte da gioco. In questo momento un’Europa ancora frammentata, con una politica così fragile, difficilmente può imporsi su queste due potenze. Qui si apre anche un altro capitolo: Mosca e Ankara, che hanno fatto negli scorsi anni una grande alleanza, fino alla vendita dei missili russi alla Turchia, adesso stanno dividendo i loro interessi e i loro obiettivi in tutto lo scenario mediorientale. In Libia, uno sostiene il generale Khalifa Haftar e l’altro invece Tripoli; in Siria, uno sostiene il governo siriano e l’altro invece i turchi. Allora, mi chiedo, quanto potrà durare questa alleanza che ha portato un nuovo equilibrio, o meglio nuovi rapporti di forza, in tutto il Medio oriente? Io dubito possa durare molto, perché entrambe hanno un comune obiettivo: diventare leader nel Mediterraneo. Il problema vero è capire quando l’Europa si accorgerà che questo è un gioco già sul tavolo”.

Professore, un altro Paese di cui ha grande conoscenza: l’Iran. Siamo a qualche giorno dalle elezioni parlamentari, cosa dobbiamo aspettarci?
“Se ragioniamo sui precedenti, dobbiamo aspettarci la solita oscillazione iraniana, secondo la quale dopo un governo ragionevole ne segue uno oltranzista. Questo è quello che è avvenuto negli ultimi 40 anni e questo mi preoccupa molto. L’Iran è oggi un Paese provato. Negli ultimi mesi la situazione economica ha portato a dei sacrifici per la gente che forse non si erano visti nemmeno nel lontano passato. L’unico punto interrogativo è che c’è, come comunicano gli osservatori, una gioventù molto più determinata e vogliosa di cambiamento. Lo pongo a lei come punto interrogativo e non esclamativo.”

Del presidente della Repubblica Islamica Hassan Rohani e della sua Amministrazione che idea si è fatto?
“Hanno tentato di fare, ma erano oggettivamente deboli, come sono sempre stati i riformisti in Iran. Lei pensi a Mohammad Khatami (presidente dell’Iran tra il 1997 e il 2005, ndr), persona su cui non c’era niente da dire, che era un vero riformista. Ai tempi di Khatami, sono andato in Iran in visita ufficiale. Si pensava ad una apertura, però poi è stato anche lui sopraffatto. Lo hanno isolato e indebolito, emarginato fino agli arresti domiciliari. Non ho mai avuto una esperienza diretta di Hassan Rohani, ho però compreso a distanza la sua debolezza di fronte alla falange degli oltranzisti”.

Veniamo alla nostra Europa. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen punta decisamente all’ambiente. Potrebbe essere la svolta per il nostro continente, anche da un punto di vista politico e sociale, di coinvolgimento delle nuove generazioni? Qualcuno dubita dell’aspetto economico del suo piano (Green Deal europeo, ndr) nel senso che i soldi potrebbero non bastare. Cosa ne pensa?
“Dico che i soldi non bastano assolutamente. Finora non è stato affrontato il problema. Il piano mi piace, non c’è dubbio, però attendo il momento in cui per attuarlo bisognerà effettuare delle trasformazioni che aumenteranno i costi di produzione delle nostre imprese in modo sensibilissimo. Bisognerà trovare i soldi per riequilibrare, visto che non si può distruggere la capacità concorrenziale. Già i polacchi si sono fatti avanti. Dicono di aver ridotto dal 100% all’80-70% la loro dipendenza dal carbone, ma che si fermeranno qui se non riceveranno altri soldi da poter investire. Questa è la situazione attuale. Bisogna vedere se si riuscirà ad imporre un’imposta a livello generale per trovare le risorse. Me lo auguro, non sono tranquillo, ma lo spero davvero. L’idea di trovare un progetto comune la ritengo molto importante anche per il futuro dell’Europa, non solo materiale, ma anche per l’immagine e la capacità di decisione europea. Vedo però che tutti questi accordi finora sono andati nel vuoto. Non solo Kyoto – che fu il primo a cui lavorai tanto per metterlo in atto e fu il primo caso di intesa mondiale, anche se non c’erano né Cina né Stati Uniti – ma anche Parigi, solennemente sottoscritto da tutti prima dell’uscita americana, firmato da tutti e seguito da ben pochi. L’accordo di Parigi fu rispettato per pochi mesi, perché che non c’era ancora un’economia in forte ripresa. Infatti, non appena si è registrata una ripresa economica è aumentato il tasso di inquinamento del pianeta. Insomma, sostengo assolutamente questi piani, però ho abbastanza esperienza per dire che, se non sono supportati da un meccanismo economico di compensazione e di regolazione, difficilmente potranno andare in atto. Anche perché ormai noi siamo piccoli inquinatori rispetto al mondo, quindi significa fare uno sforzo enorme che non conta un granché se Usa e Cina continuano ad inquinare o, addirittura, ad intensificare il loro inquinamento”.

Esiste una ricetta economica che può andare bene per tutti gli Stati europei, per cercare di rilanciare l’Eurozona? La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde dice che la crescita della politica monetaria non basta. C’è una soluzione comune per dare un forte rilancio alla competitività della nostra Unione?
“L’Ue ha fatto grandi progressi quando si sono fatti grandi progetti. Voglio dire che le cose che oggi sono biasimate da molti, come l’euro o l’allargamento, quando furono realizzate vennero applaudite gioiosamente da tutti gli europei. A quel tempo si capiva di essere davanti a un disegno storico. Se noi vogliamo che l’Europa faccia progressi, bisogna avere un disegno storico. Lei prima ha già messo un problema sul tavolo: la Libia. Bene, l’avere una politica estera comune, appena fuori dalle nostre frontiere, farebbe molto in tal senso. Raggiungeremmo un’identificazione, sarebbe un passo avanti per la politica comune non solo militare, ma anche di tipo economico. Invece credo che il passaggio dei poteri dalla Commissione al Consiglio, cioè dall’organo sovranazionale alle nazioni, ci ha portati indietro di decenni. Se noi non riportiamo un centro di decisione Parlamento-Commissione che in qualche modo sia un contropotere al Consiglio che rappresenta gli Stati, non faremo mai nessun progresso”.

Un’ultima domanda. Ci siamo sentiti qualche mese fa e lei era molto pessimista sulla Brexit. È un po’ più ottimista ora?
“Non avevo torto qualche mese fa. Le cose sono andate nel modo peggiore tra le ipotesi che le prospettavo. Boris Johnson minaccia ancora ora la Brexit dura, ma io spero che avendo calmato la situazione interna, si possa arrivare ragionevolmente ad una separazione non distruttiva. Qual è la caduta che io immagino? Un mantenimento il più possibile dell’area commerciale, del mercato unico. Il più possibile perché abbiamo tutti interessi a mantenerlo. Questo però si accompagna sempre con altre decisioni che i britannici non accettano, ossia norme igieniche, norme sulla qualità dei prodotti e tutto quello che è legato al commercio. Molto di questo viene messo in crisi dai britannici e non si può avere libertà di commercio se non ci sono alcune regole fondamentali nel commercio stesso. Io credo, tuttavia, che questo obiettivo possa essere avvicinato, anche se non raggiunto. Su altre questioni la divisione aumenterà fortemente. La City stessa avrà dei problemi, nonostante la sua forza ed expertise, perché è probabile che Parigi sarà indotta in tentazione a portare a casa tutte le competenze dell’Ue. Credo che su questo ci sarà una battaglia molto forte, così come su tutti i capitoli che riguardano la circolazione di manodopera. Anche se il Regno Unito terrà un occhio particolare alla manodopera specializzata, occorrerà seguire bene gli altri casi sui quali sarà molto difficile avere un accordo. Poi penso che la Gran Bretagna sarà delusa dai rapporti che avrà con gli Stati Uniti, perché su alcune questioni i loro obiettivi sono incompatibili… e che fra quindici, vent’anni Londra finirà per ritornare nell’Ue”.