IAI
1 - Il piano di pace per il Medio oriente

Israele-Palestina: editto, tracotanza o realismo?

5 Feb 2020 - Giorgio Gomel - Giorgio Gomel

Dopo oltre due anni di gestazione e con un tempismo strumentale alle campagne elettorali di Donald Trump e Benjamin Netanyahu – l’uno stretto dalle procedure di impeachment, ma con il massiccio sostegno dei fondamentalisti cristiano-evangelici, la sua constituency politica forse più compatta, l’altro in attesa di processo per corruzione ed ansioso di preservare il consenso dei coloni e l’alleanza di governo con la destra nazionalista e religiosa –, l’Amministrazione statunitense ha reso noto il suo piano in un documento detto Peace to prosperity di 180 pagine, di cui due terzi dedicati ai temi dell’economia.

Non  un piano di pace, bensì un quasi diktat imposto unilateralmente alle parti, che contraddice accordi precedenti in materia di confini, insediamenti, rifugiati e lo status di Gerusalemme e contrasta con le risoluzioni rilevanti delle Nazioni Unite e con il principio ispiratore di anni di trattativa per cui il conflitto può e deve essere risolto sulla base del rispetto dei diritti nazionali dei due popoli e della coesistenza fra due Stati sovrani. Umilia i palestinesi e rafforza la retorica della destra in Israele che rifiuta, con forte presa nell’opinione pubblica, di riconoscere l’Autorità palestinese (Anp) e il suo presidente Mahmoud Abbas come partner nel negoziato e ritiene che la stessa soluzione del conflitto non sia una priorità del Paese.

Israele vira a destra
Vi è in atto da tempo nella società israeliana uno spostamento verso posizioni radical-nazionaliste: una vasta parte di essa guarda ai palestinesi come un qualcosa di “invisibile” dietro il muro di separazione, un nemico ingrato e irriducibile che può essere contenuto in un conflitto “a bassa intensità”.  Secondo inchieste d’opinione, non più del 40% degli israeliani sostiene convinto una soluzione “a due stati”, il 15% opta per uno Stato unico senza diritti per i palestinesi, poco più del 10% per uno Stato binazionale su base egualitaria che assicuri pieni diritti ai palestinesi; il resto è confuso, ambivalente, incerto.

Secondo il piano, Israele potrà annettere la valle del Giordano, abitata da circa 80 mila palestinesi e 10.000 israeliani, e la totalità degli insediamenti dove vivono oltre 400.000 israeliani – in toto quasi il 30% della Cisgiordania – cedendo in cambio il 14 % di territorio lungo il deserto del Negev non distante dalla striscia di Gaza. Questo “scambio” di territori è vistosamente lontano da quanto discusso in precedenti trattative fra le parti (a Taba nel 2001 e Annapolis nel 2008, dove offerte pragmatiche di Israele furono respinte da Arafat e Abbas). Secondo Shaul Arieli – uno dei maggiori esperti israeliani in materia di status di Gerusalemme e degli insediamenti, che ritiene che la soluzione “a due Stati”  è ancora possibile -, 130 mila circa degli oltre 400mila coloni vivono infatti in agglomerati vicino alla Linea verde (il confine di Israele pre-1967) e uno scambio paritario di territori pari a circa il 4% consente di mantenere sotto la sovranità di Israele quasi l’80% degli stessi coloni senza pregiudicare le esigenze di continuità territoriale di un futuro Stato di Palestina.

Le condizioni poste ai palestinesi
Uno Stato palestinese, secondo il piano di Trump, potrà essere istituito fra 4 anni, ma soggetto a condizioni stringenti in materia di stato di diritto, rispetto dei diritti umani, programmi scolastici – che dovranno bandire l’apologia dell’irredentismo guerrigliero della vecchia Olp -,  rinuncia al sostegno finanziario dell’Anp alle famiglie di “terroristi” uccisi, disarmo pieno di Hamas e del jihad.  Soprattutto il futuro stato sarà privo di effettiva sovranità, soggetto ad un regime “demilitarizzato” e privo di controllo sui confini e sulle risorse idriche. In qualche modo potrà essere assicurata una continuità territoriale fra le città palestinesi. Resteranno 15 remoti insediamenti israeliani come enclave in seno all’entità-Stato ed esso non godrà di contiguità, se non con un complesso sistema di gallerie e ponti, da un lato con la striscia di Gaza, dall’altro con i ponti sul Giordano che sono i punti di passaggio con e dalla Giordania.

Un numero limitato di rifugiati, oggi dispersi negli Stati arabi vicini, potrà insediarsi nel futuro Stato palestinese, ma non – diversamente da quanto prefigurato nelle trattative  di Camp David e Taba nei primi anni Duemila  – potrà “ritornare” in Israele né beneficerà di indennizzi finanziari.

Gerusalemme, infine, resterà nella sua interezza sotto l’esclusiva sovranità di Israele. La capitale del futuro Stato palestinese si costituirà  lungo l’area a nord-est della città, al di là della barriera di separazione, un’area negletta, povera di servizi socio-sanitari e separata dalla città, dove parte preponderante dei 120mila  palestinesi, che qui vivono, peraltro lavora, studia, usufruisce di servizi. I 200mila palestinesi abitanti nella Gerusalemme est potranno mantenere lo status di residenti in Israele  di cui godono od optare per la cittadinanza palestinese. La città vecchia e i luoghi sacri resterebbero sotto la giurisdizione di Israele con accordi con le diverse confessioni religiose, ma il Monte del Tempio con le Moschee di Omar e Al-Aqsa, pur sotto il controllo del Waqf musulmano, sarebbe aperto alla preghiera anche di ebrei, contrariamente allo status quo osservato dal 1967; ciò rischia di alimentare esplosioni di violenza interreligiosa come già in anni recenti.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata su AffarInternazionali giovedì 6 febbraio 2020.