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2- Il piano di pace per il Medio Oriente

Israele-Palestina: editto, tracotanza o realismo?

6 Feb 2020 - Giorgio Gomel - Giorgio Gomel

Alcuni osservatori notano che il piano di pace tra Israele e Palestina proposto da Donald Trump, pur nel suo unilateralismo in favore di Israele, riconosce una situazione esistente di fatto: cioè che Israele abbia già annesso gli insediamenti e trasferito ai coloni la legislazione israeliana. Vige infatti nell’area C della Cisgiordania un sistema legale doppio e separato: gli israeliani rispondono alla legge civile di Israele, mentre i palestinesi sono soggetti al regime di occupazione. Ma allora perché ambire ad annettere la valle del Giordano,  atto che – come ricorda Ehud Barak, ex Primo ministro e ministro della difesa, ora all’opposizione – inasprirà i rapporti con la Giordania? Giordania che è legata a un trattato di pace con Israele da 25 anni e che non rappresenta ormai una minaccia strategica per Israele, non per opera dell’Iraq né dell’Isis né di altri potenziali attori.

La Palestina abbandonata su più fronti
L’unico costo o concessione che il piano esige da Israele è quel 70 % della Cisgiordania dove dovrebbe formarsi l’entità-Stato di Palestina; di qui la protesta dei movimenti della destra integralista che accusano il piano Trump di imporre una spartizione della Palestina (o Terra di Israele) che essi immaginano, per ragioni storico-teologiche,  riservata nella sua integrità al possesso esclusivo degli ebrei.

Ai palestinesi il piano chiede invece di accettare una condizione permanente di soggezione a Israele: la loro stessa sicurezza sarebbe consegnata ai benevoli comportamenti della controparte; solo forze di polizia sarebbero ammesse, i confini dello stato, sui quali i palestinesi non potrebbero esercitare un controllo autonomo, sarebbero solo con Israele. Non vi è menzione alcuna dell’urgenza di una riabilitazione economico-umanitaria nella striscia di Gaza e di un accordo fra Israele e Hamas che ponga fine alla sciagurata guerriglia da questa mossa contro il sud di Israele e al tempo stesso porti alla rimozione  del blocco che Israele impone a Gaza dal 2007.

Mahmoud Abbas, Presidente della Autorità Nazionale Palestinese, ha dichiarato il suo rigetto del piano e ribadito l’impegno già ventilato più volte di abbandonare ogni cooperazione in materia di sicurezza fra la polizia palestinese e Israele. La Lega araba lo appoggia e afferma di non volere cooperare in alcun modo con le proposte degli Stati Uniti. Ma i palestinesi sono deboli, divisi fra Gaza e Cisgiordania,  tra Hamas e Fatah, osteggiati da una parte rilevante del mondo arabo.

È noto da tempo il progresso verso la normalizzazione dei rapporti tra Israele e gli Stati arabi sunniti della regione del Golfo, uniti in una ‘santa alleanza’ in funzione anti-iraniana e ansiosi di cooperare in campo commerciale, tecnologico e militare. Ad alcuni dei despoti al potere in questi Stati, l’insistenza dei palestinesi sul diritto di autodeterminazione in uno Stato indipendente è un motivo di fastidio, benché tale questione irrisolta si frapponga tuttora al riconoscimento e a un pieno accordo di pace con Israele. L’Arabia Saudita e lo stesso Egitto hanno reagito con prudente interesse al rilascio del piano americano.

Il ruolo dell’Europa in Medio Oriente
In un contesto così difficile, i Paesi europei dovranno assumere una posizione. In seguito alla paralisi dei negoziati diretti fra le parti in causa e consapevole del primato degli Stati Uniti per la loro azione di mediazione nel conflitto e per l’influenza da essi esercitata su Israele, l’Europa ha preferito stare a vedere e aspettare le decisioni americane, anche a causa di divisioni interne e al ripiegamento sulla crisi dell’Ue.

Oggi l’Unione europea dovrebbe innanzitutto opporsi al piano di  Trump; poi, difendere la soluzione a due Stati in coerenza con i parametri concordati in sede internazionale. In seguito, dovrebbe confermare il proprio impegno a distinguere fra Israele e gli insediamenti in Cisgiordania, richiamandosi alla recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea sull’obbligo di etichettare i beni prodotti nelle colonie in modo corretto e non come prodotti a Israele. Infine, deve sostenere nei due Paesi la società civile e le tante Ong che lavorano insieme, tra mille difficoltà, in difesa dei diritti umani e in sostegno a forme di cooperazione in campo sanitario, educativo e ambientale.

Seconda parte dell’articolo “Israele-Palestina: editto, tracotanza o realismo?” pubblicato il 5 febbraio 2020.