IAI
Il piano di pace per il Medio Oriente

Israele-Palestina: l’accordo farsa del secolo

3 Feb 2020 - Paola Caridi - Paola Caridi

Non c’è nessuna rivoluzione nell’approccio americano verso la questione israelo-palestinese. Il cosiddetto Accordo del Secolo, descritto dal presidente statunitense Donald Trump come un piano senza precedenti, sancisce semplicemente ciò che sul terreno è già stato realizzato dai diversi governi israeliani che si sono succeduti sin dai primi passi del processo di Oslo, in poco meno di trent’anni.

Le due mappe inserite nel piano lungo 181 pagine e intitolato Peace to Prosperity sono chiarissime: gli Stati Uniti mettono tutto il loro peso su quello che gli israeliani hanno già realizzato dal punto di vista amministrativo, militare, urbanistico, economico in tutti i Territori palestinesi occupati. Attorno a Gaza, all’interno della Cisgiordania, dentro Gerusalemme.

Lo avevano già fatto prima, soprattutto con le amministrazioni di Bill Clinton e di George Bush jr. Uno tra i tanti possibili esempi risale al 2004, quando Bush, in una lettera indirizzata all’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon, scrisse che “Alla luce della realtà sul terreno, inclusi i maggiori centri urbani israeliani, è irrealistico aspettarsi che il risultato dei negoziati riguardanti lo status finale prevedano il ritorno alle linee dell’armistizio del 1949”. Cioè quella che nella vulgata è chiamata erroneamente la linea del 1967, la Linea Verde.

Una chiara presa di posizione
Qual è, dunque, la differenza tra la politica statunitense delle scorse amministrazioni e quella messa nero su bianco da Trump nel suo Accordo del Secolo? L’aver tolto il velo all’atteggiamento ambiguo di Washington verso la presenza sempre più imponente di Israele in Cisgiordania, costruita attraverso la crescita demografica e urbanistica degli insediamenti, vere e proprie città in cui ora vivono oltre 400mila persone. Una crescita che va di pari passo con la separazione in cantoni della Cisgiordania, realizzata in gran velocità negli scorsi quindici anni.

Di questo disegno fa parte integrante il muro di separazione, per gli israeliani barriera difensiva, che delinea fisicamente i nuovi confini di Israele e Palestina, ben distanti dalla Linea Verde, ingloba le grandi colonie, separa Gerusalemme dalla Palestina, divide Ramallah da Betlemme.

Trump e il suo genero Jared Kushner scelgono con nettezza una delle parti in causa, anche dal punto di vista delle apparenze. Trump ha deciso, infatti, di tenere la conferenza stampa di presentazione dell’Accordo del Secolo con accanto Benjamin Netanyahu. Solo Netanyahu.

Un accordo scritto da israeliani?
Non conosciamo nome, cognome, o nazionalità di coloro che hanno disegnato l’Accordo del Secolo, ma una cosa è certa: conoscono centimetro per centimetro la geografia di tutto il territorio che si estende dal mar Mediterraneo al mar Morto. Conoscono Israele, conoscono la Palestina, hanno ben chiare le fonti di approvvigionamento idrico, le strade esistenti e quelle che si possono ancora costruire, le colline, gli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania, le terre coltivate della valle del Giordano e i palmeti che si estendono dal lato israeliano e giordano del Mar Morto. Sembrerebbe, insomma, un accordo scritto da mano israeliana.

Lo si capisce bene quando si affronta il caso di Gerusalemme. In conferenza stampa, Trump ha parlato genericamente di Gerusalemme est come capitale palestinese. I dettagli indicati in Peace to Prosperity parlano invece un’altra lingua e descrivono un’altra realtà. La capitale palestinese sarebbe in realtà al di là del Muro di separazione, nei sobborghi periferici. È il risultato della decisione, presa da Trump nel novembre 2017, di riconoscere Gerusalemme come capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele.

Il nodo di Gerusalemme
“La capitale sovrana dello Stato di Palestina dovrà essere nella sezione di Gerusalemme est che si trova in tutte le zone a est e a nord della barriera di sicurezza esistente, incluso Kafr Aqab, la parte orientale di Shuafat e Abu Dis, e potrà essere chiamata Al Quds o con qualsiasi altro nome deciso dallo Stato di Palestina”.

Al Quds, Gerusalemme in arabo, è ben altro. È la Città Vecchia, è la città tutta. Così come Yerushalaim, Gerusalemme in ebraico, è la città tutta. Al Quds non è una sequenza di sobborghi senz’anima, nati o sviluppatisi in maniera caotica dopo la costruzione del Muro di separazione. Sobborghi separati dalla città, da Gerusalemme, che a sua volta è da anni separata dalla Cisgiordania da un corridoio d’asfalto che arriva sino a Gerico, sino al Mar Morto. Un corridoio che congiunge la Gerusalemme tutta israeliana con la valle del Giordano, che Israele ha annesso per questioni di sicurezza, senza alcun timore nei confronti del diritto internazionale e delle Nazioni unite.

Palestina, finzione e realtà
Perché l’altro elemento chiarissimo, nell’Accordo del Secolo, è che lo Stato di Palestina non esiste. Non esiste lo Stato numero 194 delle Nazioni unite. E nei fatti Trump ha perfettamente ragione. Lo Stato di Palestina è un embrione istituzionale riconosciuto in alcuni organismi internazionali, ma una finzione nella realtà, sul terreno, nei fatti.

Tale rimane anche nella ‘visione’ di Trump, perché quello che propone e dettaglia non è nient’altro che un Bantustan che può essere tenuto artificialmente in vita e sotto tutela da forti finanziamenti. Miliardi di dollari. Molti miliardi di dollari.

Comunque una farsa.