IAI
Parla Giovanni Rezza (Iss)

Coronavirus: dall’Italia i provvedimenti più duri e avanzati

17 Feb 2020 - La redazione - La redazione

“Siamo di fronte a un coronavirus che è passato dall’animale all’uomo”, dice al telefono Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive all’Istituto superiore di sanità. “I coronavirus normalmente fanno questo passaggio di specie. L’ha fatto il coronavirus della Sars, l’hanno fatto quelli definiti della sindrome medio-orientale, ma conosciamo anche dei coronavirus umani che danno il raffreddore comune e che sono ormai considerati comuni coronavirus dell’uomo. Questo è un nuovo coronavirus, che adesso è stato ribattezzato come Coronavirus Sars II. È abbastanza simile a quello della Sars, però allo stesso tempo differente. Sembra avere delle caratteristiche che lo differenziano anche per quanto riguarda quella che noi definiamo espressività clinica, nel senso che appare essere meno grave di quello della Sars, però sembra trasmettersi in maniera un po’ più veloce. Dal punto di vista della diffusione ricorda più l’influenza che la Sars e questo rappresenta un problema perché è un virus che circola piuttosto rapidamente”.

Quali sono gli strumenti che la scienza e la medicina hanno per combatterlo?
“Innanzitutto, sono gli strumenti antichi della prevenzione: l’isolamento dei malati, che devono essere identificati precocemente; la quarantena dei contatti, cioè bisogna andare a vedere e rintracciare tutti coloro che hanno avuto dei contatti ravvicinati con persone malate e, purtroppo, metterli in quarantena o in isolamento domiciliare, fiduciario. Sono le varie forme che abbiamo per distanziare una persona dall’altra e far sì che non trasmetta una volta che compaiono questi sintomi. Vecchi metodi utilizzati dalla Repubblica di Venezia nel Quattrocento per la prima volta e dopo utilizzati nel corso dei secoli dagli Stati e dalle popolazioni che volevano difendersi dalle epidemie. Purtroppo, non abbiamo ancora dei farmaci specifici. Alcuni farmaci li stanno sperimentando in questo momento in modo particolare in Cina, dove ci sono molti pazienti e quindi è facile fare delle sperimentazioni per vedere quanto sono efficaci questi farmaci, utilizzati prima per l’Hiv oppure contro l’ebola, per esempio. Per quanto riguarda i vaccini, si sta correndo rapidamente; però, prima di mettere a punto un vaccino efficace ci vuole tempo, 18 mesi che potrebbero diventare un anno ma anche due. Certamente i 18 mesi annunciati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sono un tempo compatibile con uno sviluppo rapido di un candidato vaccino che dopo debba fare tutte le fasi e passare attraverso la sperimentazione animale e umana per dimostrare sicurezza ed efficacia. Dopodiché, qualora si dimostri efficace, va prodotto su alta scala e ci vuole tempo. Quindi, questi 18 mesi sono un lasso di tempo plausibile. Nel frattempo, bisogna vedere quanto i cinesi riusciranno a contenere i focolai più grandi, perché sappiamo che nella città di Wuhan ci sono oltre 11 milioni di abitanti ed è un centro particolarmente colpito, con decine di migliaia di casi. Chiaramente, con il cordone sanitario che è stato fatto intorno a questa città difficilmente si entra e si esce, e all’interno del perimetro ci sono all’opera migliaia di operatori sanitari per la prevenzione dei casi, dei contatti e la quarantena, talvolta anche con l’utilizzo delle maniere dure. Questo sforzo che è stato fatto potrebbe andare a beneficio del resto della Cina e del resto del mondo. Se si controlla lì il focolaio, dove c’è l’epicentro dell’epidemia, sarà più facile per tutti tenere sotto controllo eventuali focolai nascenti”.

Un primo caso in Africa: quanto è preoccupante?
“Che un caso arrivasse in Africa dalla Cina in verità ce lo aspettavamo. L’importante è che sia stato identificato rapidamente. In Africa l’Oms intende comunque rafforzare sorveglianza e controllo”.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms, ha detto che è il coronavirus è “molto più mortale e dannoso del terrorismo da un punto di vista economico, sociale e politico”. Qualcuno ha anche affermato che in Europa non siamo capaci di fronteggiare le pandemie. Cosa ne pensa?
“Evidentemente l’Oms ha usato parole forti e dure anche per svegliare un po’ le coscienze e per mobilitare fondi. In queste circostanze si utilizzano slogan e parole, però è vero che una certa preoccupazione c’è. Soprattutto, non credo che ciò che si sta facendo in Cina sarebbe facile da replicare nella società occidentale. Parlo di cordoni sanitari e della quarantena talvolta forzata, nel bene e nel male. È chiaro che se funzionasse in Cina dopo sarebbe un vantaggio per tutti noi. Per quanto riguarda l’Europa, fino ad ora il Vecchio continente è stato il grande assente: non è stata presa una posizione unitaria. L’Italia è stato il Paese che ha preso i provvedimenti più duri, più avanzati: dal blocco dei voli da e per la Cina al termoscanner, fino a ciò che si fa in tutta Europa, ossia un numero dedicato (che risponde anche in cinese) per isolare immediatamente casi sospetti”.

Quanto può sopravvivere il virus sulle superfici contaminate?
“La notizia che il virus può sopravvivere su superfici inanimate viene da un vecchio studio fatto su altri coronavirus ed è plausibile. È possibile, ma si sa che è anche molto sensibile ai comuni disinfettanti. Inoltre, questa non è la modalità di trasmissione principale. È un falso problema. È un virus respiratorio, si trasmette attraverso saliva, le mani che una volta contaminate si portano alle mucose e agli occhi. Quindi, quello della resistenza ambientale è un problema abbastanza limitato, minore”.

Consigli particolari, direttore?
“Quello che devono fare la popolazione e i singoli cittadini è ben poco, perché ad ora fortunatamente questo coronavirus ancora non sta circolando in Italia; però prendere quelle stesse misure per ridurre l’incidenza di altre infezioni respiratorie come l’influenza e raffreddore potrebbe essere importante. Per esempio, lavarsi bene e frequentemente le mani. Oppure quando si tossisce o starnutisce, evitare di portarsi le mani alla bocca perché dopo si scambia la mano contaminata con qualcun altro…insomma bisognerebbe piuttosto tossire nell’incavo del gomito”.